Mario Valle Web

Vedere, Manipolare, Muovere

Ci dedichiamo oggi a un piccolo viaggio di esplorazione che va oltre la bella testolina del bambino, piccolo o grande che sia, per esplorare alcuni meccanismi che il suo cervello mette in campo quando ha un libro tra le mani, quando tocca, sfoglia, legge o più in generale quando guarda, manipola e muove ciò che occupa il suo mondo.

Scopriremo così che dietro a un libro si cela un mondo, dietro ai nostri sensi si muove un lavorio di processi che ci aiutano a comprendere il mondo attorno a noi, dietro a una mano si manifesta l’intelligenza che per suo tramite entra in rapporti speciali coll’ambiente.


Buongiorno e grazie dell’invito, che mi ha portato qui in mezzo a libri e bambini.

Ecco una scena che come amanti dei libri vorremmo si ripetesse più spesso. Un bambino perso in un libro.

Oppure dobbiamo rassegnarci a vedere lattanti lasciati in balia della tecnologia?

Prima però di scatenare una guerra fra libro cartaceo sì, tecnologia no o viceversa, dedichiamoci a un piccolo viaggio di esplorazione…

… che vada oltre la bella testolina del bambino, piccolo o grande che sia e…

… che esplori alcuni meccanismi che il suo cervello mette in campo quando ha un libro tra le mani, quando tocca, sfoglia, legge o più in generale quando guarda, manipola e muove ciò che occupa il suo mondo. Dopo di me parlerà il dottor Alberto Oliverio, un vero esperto di questi temi e un ottimo divulgatore. Io invece sono un “outsider”, un “computational scientist” nella vita professionale, che sta tutto il giorno in mezzo alla tecnologia più avanzata e che lavora con scienziati che sono rimasti, questo sì, bambini curiosi e capaci di meravigliarsi. Lasciatemi perciò l’audacia del “dilettante”, nell’accezione Ottocentesca del termine che allora designava chi per diletto si dedicava alla scienza, come faceva anche Charles Darwin, per esempio.

Iniziamo l’esplorazione da un’attività assolutamente comune tra i bambini: …

… muoversi. “Hanno bisogno di sfogarsi” sentenzia la nonna, “ci fanno diventare pazzi” si lamenta il genitore, “mi sgolo e loro no, non stanno mai fermi” si sfoga la maestra. Ma è proprio un’attività così reprensibile? No, assolutamente no. Il movimento è parte integrante delle nostre capacità cognitive e base dello sviluppo della mente.

Certo, c’è voluto tempo e molti studi prima di accettare questo fatto. Studi che hanno dimostrato come “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”. Così sintetizza Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio, di cui parleremo più avanti. E altri studi che hanno chiarito come …

…la cognizione sia inestricabilmente collegata al movimento e che questa si può considerare solo un’estensione del sistema motorio.

Forse, più di tutti questi scienziati, ci fa capire la subordinazione al movimento delle funzioni cerebrali cosiddette superiori il caso emblematico dell’ascidia citato da Alain Berthoz. Quest'organismo marino filtratore crea il cervello, un occhio e l'apparato vestibolare solo quando deve muoversi per trovare dove ancorarsi per il resto della sua vita. Poi se li mangia.

Tenendo presente tutto questo, non dovremmo forse guardare con sospetto alle aule di molte scuole? Aule in cui magari c’è la tecnologia più moderna ma nessun movimento.

Attenzione però! Non stiamo parlando di un qualsiasi movimento, né della classica ora di educazione fisica. Già Maria Montessori aveva capito che il movimento ha carattere autonomo e non è mai fine a sé stesso, perché sviluppa la mente oltre al corpo grazie ad attività finalizzate che impegnano l’intera persona in un lavoro costruttivo. L’ho potuto costatare attraverso …

… mio figlio che ha frequentato una scuola Montessori. Ed è tramite lui che ho scoperto come tutto quello che si fa in queste scuole, tutti i materiali apparentemente arretrati che si usano abbiano delle solidissime basi scientifiche. Maria Montessori, che era un medico, non una pedagogista, era arrivata a scoperte sul funzionamento del cervello che oggi, con gli strumenti e le conoscenze cha abbiamo, gli scienziati stanno confermando.

Certo, il linguaggio che utilizzava Maria Montessori è quello degli inizi del Novecento, ma come non trovare una stretta corrispondenza tra questa sua famosa frase e l’affermazione di Rizzolatti: “Il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”. Così, iniziamo a guardare con occhi differenti…

… un bambino che si muove e usa le mani. Qui non sta solo completando un puzzle geografico, si sta allenando a manipolare modelli e oggetti nella sua mente, come ha evidenziato il famoso esperimento psicologico di Shepard e Metzler.

I due scienziati hanno scoperto che ruotiamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? Con un quiz come quello riportato nell’immagine, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto che viene analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

Manipolare oggetti evidenzia come questi in un certo senso ci parlino.

Lo psicologo statunitense James Gibson ha introdotto il termine “affordance” per identificare la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo. L’esempio più evidente è il manico di una brocca che ci invita a prenderla proprio da lì senza bisogno di istruzioni o di allenamento. Insomma, le affordance sono una specie di “invito ad agire”. Un invito che ha una base neuronale, perché vedere un oggetto evoca automaticamente che cosa potremmo fare con esso attraverso l'attivazione di una particolare classe di neuroni, i cosiddetti neuroni canonici. Questi neuroni rispondono alla semplice osservazione di un oggetto, indipendentemente che ci sia o no l’intenzione di agire, per esempio per afferrarlo.

Così fanno i materiali Montessori che offrono chiarissime “affordance”. Montessori le chiamava la “voce delle cose” e c’era arrivata cento anni prima di Gibson.

Torniamo agli oggetti di uso quotidiano che ci offrono affordance ben chiare. Nel vecchio telefono la cornetta ci suggerisce come deve essere presa. Invece uno smartphone quali affordance offre? Per rispondere alla chiamata devo schiacciare o trascinare il cerchio verde?

Quali affordance offre un tablet?

Don Norman, esperto di interazione uomo-macchina, ci fa osservare che molti dei modi con cui interagiamo con la tecnologia informatica non sono affordance, sono convenzioni apprese. Il tablet o lo schermo del computer non ci invitano ad agire, semmai ci invitano a considerare una delle convenzioni, come per esempio il cursore che cambia forma quando si è su qualcosa che si può cliccare o l'icona della lente d'ingrandimento che ci suggerisce di cercare.

Ho analizzato tutto questo nel mio libro “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie” che spero esca alla fine del mese o all’inizio di ottobre.

Torniamo al buon vecchio libro, che ha un peso, una forma, occupa dello spazio e ci invita a utilizzarlo con il muto linguaggio delle “affordance”.

Maryanne Wolf della Tufts University, dove tra l’altro dirige il centro di ricerca sulla lettura e il linguaggio, sostiene che la lettura ha una dimensione fisica perché, sebbene lettere e parole siano simboli che rappresentano suoni e idee, il nostro cervello le considera anche alla stregua di oggetti tangibili. Questo e molti altri studi dimostrano che le persone capiscono e ricordano meglio quello che leggono su carta rispetto a quello che leggono su uno schermo. I ricercatori pensano che la differenza possa essere data dalla fisicità della carta. Per esempio: …

…quando ci ricordiamo di un brano in un libro, spesso lo visualizziamo in base alla sua posizione nella pagina. Gli angoli di un libro aperto funzionano come punti di riferimento e rinforzano quel tipo di ricordi. Possiamo girare in fretta le pagine per confrontare due porzioni di testo, o per saltare avanti dando solo una rapida occhiata. Lo spessore del libro, diviso tra pagine lette e ancora da leggere, ci aiuta a formare una mappa mentale coerente del testo e dà un senso della posizione più solido di una semplice barra di avanzamento. Allora, è tutta da buttare la tecnologia dei tablet e lettori di libri digitali?

No. Anch’io leggo i romanzi sul mio smartphone. Ma quando viene il momento di leggere e studiare …

… manuali di lavoro, se non riesco a procurarmi una copia cartacea, voglio leggerli su …

… uno schermo di dimensioni decenti con l’aiuto di un indice che mi aiuti a sapere almeno dove mi trovo nella sequenza degli argomenti. Le tecnologie più aggiornate, …

… come i lettori su smartphone o tablet, in questo sono ancora molto carenti. Se poi riandiamo con la mente ai discorsi su movimento e manipolazione come porte per la cognizione, vediamo che l’abbandono della carta e la conseguente trasformazione radicale delle abitudini di lettura e scrittura sembrano minare abilità cerebrali fondamentali per la nostra capacità di comprensione.

I detrattori del libro cartaceo fanno notare che un libro elettronico può contenere materiale multimediale, come filmati e suoni, che si affianca al contenuto testuale. È vero, però studi come quello di Anne Mangen, dimostrano che il punto di forza della carta sta proprio nella sua semplicità. Di passaggio notiamo invece che molti libri per le scuole non sono altro che…

… trasposizioni su digitale del vecchio libro di testo. Sono sicuro che obbrobri come questo spariranno col tempo, com’è successo col cemento armato.

All’inizio questo materiale veniva utilizzato per rifare i ponti in ferro, tecnologia allora di punta, quasi senza nessuna variazione. Solo lentamente gli ingegneri si sono resi conto che la nuova tecnologia poteva dare molto di più e regalare …

… una libertà di progettazione che il ferro non aveva. Forse avverrà qualcosa di simile anche con la tecnologia digitale, che ne so, …

… ritorneremo a utilizzare le mani.

Passiamo a un altro aspetto. In una scuola Montessori i bambini si muovono. Quello che vedete qui è abbastanza comune. Invece, in una scuola tradizionale l’insegnante avrebbe sicuramente tuonato: “Torna al tuo banco! Stai perdendo tempo e disturbi gli altri!” Ma la bambina che sta a guardare qui sta lavorando sodo, come ci dice una scoperta neurofisiologica degli anni ‘90, …

… quella dei neuroni specchio. Questi neuroni sono neuroni motori che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando guardiamo la stessa azione compiuta da altri. Ciò significa che quando guardiamo un’azione stiamo davvero simulando la stessa azione internamente.

Per questo, in un gruppo multi-età come quello che vediamo qui in una Casa dei Bambini Montessori, il bambino vestito di giallo sta davvero lavorando e apprendendo già solo muovendosi fra gli altri bambini e imitandoli internamente.

Con certa tecnologia, dove sono invece i gesti da imitare? Ridurli a tap e swipe toglie al bambino una poderosa forma di apprendimento.

Quando in una scuola Montessori vediamo un bambino concentrato e impegnato in un lavoro, possiamo anche dire che ha rivoltato il detto delle nonne: …

…“Pensa prima di agire!”, perché è molto più calzante …

…“pensa agendo!” per descrivere come si sta comportando.

Del resto è quello che vedo spesso nel mio lavoro. Vedo scienziati manipolare cose come questa (il risultato di una tecnica computazionale che ho inventato io) e d’improvviso uscirsene con un…

…“That’s it!” Ecco qua! (oppure “Eureka” a piacimento). Con la manipolazione ha confermato la corrispondenza tra il risultato computazionale e il sistema che stava studiando. Per me questo è stato un momento molto eccitante.

Del resto queste sono esperienze comuni anche fuori dalla scuola. Avete mai visto dei bambini che leggono il manuale di istruzione di un videogioco? No. Imparano usandolo.

E usandolo si commettono errori. Con un materiale come questo non c’è bisogno dell’adulto che dica: “Guarda che hai sbagliato”. Se il bambino sbaglia se ne accorge da solo e si corregge. La possibilità di sbagliare è fondamentale per l’apprendimento, tanto che Montessori lo chiamava il “Signor errore”.

Edison, da grande inventore qual era, sosteneva un pensiero simile: “Non ho fallito, ho solo trovato 10.000 metodi che non funzionano”.

La tecnologia troppo spesso ci toglie questa libertà di sbagliare: un post su Facebook di cui poi ci pentiamo, un’immagine messa in rete che poi non riusciamo più a far sparire, quella sequenza di tasti che si mangia il lavoro di una mattinata. Chissà, anche qui forse la tecnologia evolverà. Per ora penso sia meglio se lasciamo che i piccoli sbaglino e si correggano con materiali che manipolano con le mani.

Con le mani il bambino dipinge e pasticcia. Abbiamo mai pensato che con le mani si può anche pensare?

Si vede chiaramente nella tecnica delle MindMap, dove si usano colori, simboli, frecce e quant’altro disegnato a mano per stimolare da un lato la nostra capacità associativa per strutturare e organizzare il pensiero, dall’altro il movimento della mano stimola la cognizione, mentre la necessità di essere concisi aiuta a estrare i punti essenziali dalle informazioni che vogliamo mappare. Come questa mappa…

… che stava disegnando un ragazzo intervenuto a una mia presentazione. Devo dire che ci sono tutti i punti essenziali di quello che stavo dicendo. E non è un’attività solo per adulti.

Questa maestra, chiaramente non Montessori dacché c’è il fiorellino di “bravo”, ha iniziato i suoi bambini di prima a creare delle semplicissime MindMap.

Perché metodi come questo funzionano?

Perché nella testa abbiamo un vero e proprio supercomputer allenato da milioni di anni di sopravvivenza difficile, in cui era “interessante” distinguere le ombre dalle macchie del manto di un predatore. Oggi non dobbiamo più proteggerci dai predatori, ma …

… riconosciamo schemi e strutture a colpo d’occhio, senza uno sforzo cosciente.

Se guardate quello che c’è in una scuola Montessori questa facoltà al lavoro la trovate dappertutto. Nelle forme e nei colori. Per esempio il due è sempre verde. Questi meccanismi non li troviamo solo tra i numeri, …

… qui addirittura rendono visibile un qualcosa che per me è sempre stato ostico: l’analisi grammaticale. Le immagini qui sono utilizzate come …

… negli oggetti tecnologici per trasformare il lavoro mnemonico di ricordarsi un comando o il nome di un'applicazione, nel riconoscere la corrispondente icona o immagine grafica.

Le immagini ci aiutano anche a trasformare lavori prettamente intellettuali, come la programmazione, in attività di riconoscimento di strutture, come avviene con il linguaggio SCRATCH, molto usato nelle scuole.

Il problema è che tutto questo avviene dietro a uno schermo oppure su un foglio di carta. Quello che con gli anni abbiamo perduto, è la capacità di attivare i sensi e non solo l’intelletto con la carta stampata. Guardate questo manuale del 1495: colori, geometrie, parole, tutto concorre ad aiutare la comprensione. Oggi non siamo così bravi. A parte qualche tabella e qualche grafico, il testo fa di tutto tranne che parlare ai sensi. C’è addirittura uno …

… studio che stigmatizza il “tetro paesaggio sensoriale dei testi biomedici.” Insomma, c’è tanto da fare per sfruttare davvero le potenzialità umane.

Ritorniamo ai nostri frugolini. Come imparano a parlare? Semplicemente perché sono immersi in un ambiente di parole della loro lingua e il loro cervello è una spugna che assorbe. Guardate qui, spesso hanno gli occhi puntati sulla bocca di chi parla per cercare di imitarne il movimento. Allora, perché…

… non succede lo stesso con la lettura? Perché la nascita del linguaggio si perde nella notte dei tempi e il nostro cervello si è evoluto per incorporare questa capacità che ci distingue dagli animali, mentre…

… il linguaggio scritto è un’invenzione recente, perché la scrittura è nata circa 5000 anni fa in Mesopotamia. Un tempo troppo breve perché si evolvano strutture specifiche nel cervello.

Il neuroscienziato Stanislas Dehaene ha studiato come il cervello apprende a leggere e scrivere ed è giunto alla conclusione che il cervello umano non ha evoluto nuovi circuiti perché non ne ha avuto il tempo, ma ha dovuto e ancora oggi ogni volta deve daccapo creare sofisticati collegamenti tra strutture neuronali in origine preposte ad altri più basilari processi, come la vista e la comprensione della lingua parlata. Dehaene chiama questo processo: “Riciclaggio neuronale”.

Quando s'impara a leggere, il cervello crea connessioni tra le aree visive, linguistiche e concettuali che fanno parte del nostro patrimonio genetico, ma che in precedenza non erano mai state intessute insieme per questo scopo. Quando leggiamo, si attiva per prima l’area visiva, poi il riconoscimento delle forme, poi l’area della parola “pronuncia” ciò che abbiamo letto e solo allora il cervello accede al significato della parola. Un processo meraviglioso. Un processo che si prepara con compiti che non sembrano essere esclusivamente legati alla lettura. Dehaene nel suo libro cita, ad esempio, una ricerca…

… che ha dimostrato come l’esplorazione delle lettere con le dita nei bambini piccoli incrementa la comprensione delle lettere stesse e quindi delle parole. Un bel po’ prima del 2004 c’era già arrivata…

… Maria Montessori con le sue lettere smerigliate.

Purtroppo, sembra ci sia ancora chi non è riuscito nemmeno a iniziare a far evolvere il cervello. Ma passiamo a temi più interessanti.

L’immaginazione, cioè la capacità di formare immagini mentali, sensazioni e concetti in un momento in cui non sono percepiti attraverso la vista e gli altri sensi. Per farlo non partiamo quindi da ciò che esiste attorno a noi, ma da ciò che abbiamo immagazzinato in memoria, eventualmente elaborato e ricombinato. Negli anni Novanta, Stephen Kosslyn dimostrò che l’immaginazione non era una realtà soltanto psicologica ma anche fisiologica e come tale si serviva di almeno alcune delle stesse vie neurali usate dalla percezione visiva.

L’immaginazione non gode di una buona stampa, soprattutto nella scuola. È considerata sinonimo di fantasticare, di perdersi nei propri pensieri lontano dalla realtà. Non è così. Innanzitutto non è sinonimo di fantasia. Come scrive Munari: “La fantasia, l’invenzione, la creatività pensano. L’immaginazione vede”. L’immaginazione è una visione al contrario, verso l’interno. È vedere…

… sullo schermo o sulle pagine di un libro e immaginare nella propria testa per capire. È un processo che nel calcolo scientifico è immensamente vero e utile. “Using vision to think” usare la vista per pensare è il motto di chi si occupa di visualizzazione scientifica.

Si può addirittura arrivare ad affermare, come ha fatto questo studio di design, che “pensare è disegnare nella propria mente”.

Ne era assolutamente convinto anche il grande matematico Hilbert che ha scritto un intero libro su “Geometria e Immaginazione” …

… e Albert Einstein per cui …

… “L’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l'immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all'evoluzione”. Scrisse anche: “il vero segno dell'intelligenza non è la conoscenza, ma l'immaginazione”. Se lo dice lui, c’è da crederci.

L’immaginazione ha anche un altro profondo effetto sul nostro cervello: possiamo apprendere anche solo immaginando. Lo ha dimostrato un esperimento di Pascual-Leone che riguardava l’apprendimento con la sola mano destra di un passaggio al pianoforte.

Il risultato strabiliante è stato che anche al gruppo che ha solo immaginato di farlo si è sviluppata l’area cerebrale che controlla le dita, quasi quanto quella di chi si è esercitato davvero.

E noi adulti? Dove sono finite queste capacità di immaginare, di sognare? Dobbiamo forse ascoltare a testa bassa la reprimenda che Fabrizio De André lanciava nella sua “Canzone per l’estate”? “Com'è che non riesci più a volare…” A nostra parziale discolpa possiamo forse dire che nessuno ci ha insegnato a farlo quando eravamo a scuola.

Ecco, dietro a un libro si cela un mondo. Dietro ai nostri sensi un lavorio di processi che ci aiutano a comprendere il mondo attorno a noi. Dietro a una mano l’intelligenza che si manifesta ed entra in rapporto coll’ambiente.

Allora diamo la possibilità ai nostri piccoli di crescere, innanzitutto, irrobustendo il loro carattere e la loro intelligenza. Senza seguire le mode e le sirene di chi ti fa sentire in colpa perché non immergi il tuo bambino nella tecnologia più moderna fin da piccolissimo.

Perché solo così i nostri futuri adulti potranno affrontare un qualsiasi mondo futuro senza ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, come rifletteva Eric Hoffer: “In tempi di profondo cambiamento, gli studenti erediteranno la terra, mentre i dotti si troveranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più.” Insomma, …

… come già scriveva Montaigne cinquecento anni fa, vorrei avere a che fare nel mio futuro con persone che abbiano una testa ben fatta piuttosto che ben piena.

Grazie per l’attenzione.

 

Riferimenti utili

Mario Valle, “Supercalcolatori e superbambini”, il Quaderno Montessori, 2008, n. 100, pp. 9–15mariovalle.name/montessori/supercalcolatori-e-superbambini.pdf
Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (uscirà a fine settembre 2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Il metodo delle MindMapUna presentazione del metodo si può trovare su www.tonybuzan.com/about/mind-mapping oppure su it.wikipedia.org/wiki/Mappa_mentale.
Stanislav Dehaene, “I neuroni della lettura”, Raffaello Cortina Editore (2009)www.raffaellocortina.it
Maryanne Wolf, “Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge”, Vita e Pensiero (2009)www.vitaepensiero.it
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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