Mario Valle Web

Domande frequenti su Montessori

Provo a raccogliere qui alcune delle domande che più frequentemente sento fare dai partecipanti a incontri su temi montessoriani. L’elenco non è completo, ma evolverà nel tempo, per cui suggerimenti, correzioni, nuove domande e quant’altro sono i benvenuti, basta contattarmi.

Le risposte sono state sviluppate assieme a Grazia Honegger Fresco.

In generale

Queste risposte sono state inizialmente scritte per le pagine della Scuola Montessori di Varese.

  1. Ma dopo la scuola Montessori che succede?
  2. Ma se gli piace solo disegnare o leggere fa solo questo?
  3. Come fa una maestra a occuparsi di tutti i bambini se ciascuno sceglie liberamente?
  4. La scuola Montessori non è adatta a tutti i bambini?

Sul progetto Montessori

  1. Come posso avvicinarmi al mondo Montessori? Non conosco proprio nulla.
  2. Perché Maria Montessori in patria non ha avuto tanta fortuna come all’estero?
  3. Il metodo e l’uso dei materiali sono così rigidi… (da lacasanellaprateria.com)
  4. Ma queste cose le facciamo anche noi nella scuola tradizionale… (da un insegnante a Salò)

A scuola

  1. Nella scuola Montessori i bambini fanno quello che vogliono?
  2. Non sento ridere mio figlio né nessun altro. Non è che me lo stanno deprimendo? (da genitoricrescono.com)
  3. Non è che il lavorare in autonomia per imparare a fare da soli è stato confuso con il lavorare in isolamento? Non viene così eliminata la relazione tra i bambini? (da genitoricrescono.com e Michael Olaf)
  4. Perché nelle scuole Montessori ai più piccoli non si raccontano favole o storie di fantasia?
  5. Non sembra ci siano opportunità per giochi di fantasia (da Michael Olaf)
  6. I materiali non sembrano permettere ai bambini di essere creativi (da Michael Olaf)

Il dopo

  1. E se a metà anno passa a un’altra scuola? Non gli mancano delle competenze dal programma?
  2. Ma sono capaci di affrontare l’esame di fine anno di una scuola non parificata?
  3. Ma la scuola Montessori non produce dei “diversi”? Dei bambini che non vivono nel mondo reale?
  4. Penso che i bambini abbiano bisogno della competitività e delle frustrazioni del mondo che li aspetta dopo…

Il futuro

  1. I materiali non sono al passo dei tempi, sono vecchi e non evolvono…

In generale

1. Ma dopo la scuola Montessori che succede?

Certo, i bambini restano delusi, soprattutto passando dalla Casa dei Bambini (scuola dell’infanzia) a una Primaria tradizionale, dove devono fare le cose per obbligo, in tempi rigidamente calcolati nonostante siano ancora molto giovani, tanto peggio se vi entrano a cinque anni e mezzo.

Diverso è invece il passaggio alle Medie: soprattutto se hanno cominciato dal Nido Montessori, allenati alla libera scelta responsabile fin da piccoli, sono più forti e consapevoli. Hanno ormai acquisito senso di responsabilità nel modo di lavorare e di agire con gli altri, capacità di autoregolarsi, di criticare e di collaborare.

D’altro canto nell’ultimo anno della Primaria Montessori si cerca di prepararli a fronteggiare la diversità che li aspetta: il sistema dei voti, delle gare, delle interrogazioni e soprattutto l’impossibilità di scegliere. Per arrivare a ciò nella scuola Montessori si ritiene indispensabile fortificare i bambini facendoli vivere in un ambiente non ansiogeno, non arrivista e giudicante almeno nei primi anni.

2. Ma se gli piace solo disegnare o leggere fa solo questo?

In tanti anni di esperienze questo non si è mai verificato proprio perché —si tratti di Nido o di Scuola— le scelte sono moltissime, allettanti, variegate. Gli adulti le presentano senza però obbligare a fare e i bambini, che in principio per rassicurarsi tendono a prendere un po’ sempre le stesse cose, poi sono attratti dal nuovo. La loro bella intelligenza non conosce la pigrizia: vedono le attività degli altri e vogliono provare anche loro. Piccoli assaggi e poi si buttano con entusiasmo in nuove attività in corrispondenza a esigenze profonde di scoperta. È l’inizio del piacere di agire, che nasce dalla persona stessa. Gli stimoli esterni, i pungoli, i divieti, gli obblighi agiscono invece esattamente in senso contrario.

3. Come fa una maestra a occuparsi di tutti i bambini se ciascuno sceglie liberamente?

Le maestre Montessori sono particolarmente allenate a osservare il singolo bambino e i piccoli gruppi che si formano spontaneamente. Non sta seduta alla cattedra e non impartisce ordini. Quando i bambini non ci sono, prepara con cura l’ambiente in ogni particolare sulla base delle esigenze che ha osservato, per cui le proposte sono sempre adeguate. Se poi risulta che non è esattamente così, lei è pronta a modificare, a preparare altro.

L’ambiente preparato è come un altro maestro: silenzioso, indiretto ma potente. È un tacito invito ad agire. Quando la maestra lavora con uno o più bambini, gli altri sono occupati in tante altre cose, scelte da loro stessi, quindi interessanti per loro. Lei non li perde mai di vista, ma offre il suo aiuto diretto solo a quelli che sta seguendo da vicino in quel momento. Nel corso della giornata offre via via la sua presenza a ciascuno di loro. Le lezioni sono di solito individuali e brevi, cioè durano il tempo necessario affinché il bambino possa fare da sé. Anche gli oggetti e i materiali sono studiati in tal senso e la maggior parte di essi permette al bambino di controllare autonomamente se ha fatto bene o no e questo favorisce il piacere di ripetere e di concentrarsi.

4. La scuola Montessori non è adatta a tutti i bambini?

Un cactus non sopravvive trapiantato in alta montagna, né un abete nel deserto. Ogni essere vivente ha bisogno di un ambiente corrispondente alle sue necessità vitali. Un bambino ha bisogno di ascolto accogliente, di adulti che gli diano possibilità di scelta tra diverse attività, ma anche di confini chiari oltre i quali non possa andare, nel senso di “Puoi prendere uno qualsiasi di questi oggetti, ma solo uno alla volta e solo se nessun altro bambino lo sta già usando”.

Molti bambini non sono in grado, agli inizi della frequenza alla scuola Montessori, di accettare questa regola o perché — incerti e timidi — non si decidono a scegliere o perché — inquieti, abituati al “tutto e subito” — non sono in grado di aspettare che il compagno abbia rimesso a posto l’oggetto. Eppure basta non imporre rigida obbedienza, proporre loro cose interessanti da fare, essere fermi nella richiesta di aspettare, ma lasciare loro il tempo di capire fino a che punto furberie, sotterfugi e piccoli dispetti in questa scuola non funzionino, e di scoprire a poco a poco il piacere di accettare le regole comuni e di essere amati senza smancerie né false lodi.

Nella scuola Montessori gli adulti non gridano, non puniscono, non mettono in evidenza gli sbagli; i compagni di conseguenza non giudicano, non disprezzano il compagno che sbaglia; spontaneamente lo aiutano, se necessario, in quel modo delicato e discreto che sanno usare i bambini immessi in un ambiente nonviolento, in una scuola di pace.

Il bambino indisciplinato, aggressivo e quindi infelice, a poco a poco migliora la sua condizione vitale e trasforma il proprio modo di comportarsi. Questo avviene tanto più facilmente quanto più è piccolo il bambino.

Secondo Montessori, la libertà non può essere concessa, né donata: va costruita a poco a poco fin dai primi anni attraverso l’esercizio quotidiano della scelta indipendente e dell’auto-correzione, del fare in prima persona e del sentire la fiducia degli altri nelle proprie capacità di verifica.

Scegliere, agire e rimettere a posto gli oggetti fin dal secondo anno di vita — come si fa nei Nidi Montessori — è il primo passo affinché il bambino si costruisca indirettamente il senso di responsabilità verso gli altri e verso l’ambiente.

Sul progetto Montessori

5. Come posso avvicinarmi al mondo Montessori? Non conosco proprio nulla.

Si può incominciare con le risorse raccolte nella pagina Montessori e dintorni, oppure cercare in rete le innumerevoli pagine e filmati sull’argomento, anche se per la maggior parte sono in inglese.

6. Perché Maria Montessori in patria non ha avuto tanta fortuna come all’estero?

I motivi di questo disconoscimento sono soprattutto di natura ideologica e storica. In Italia Maria Montessori si trovò sempre al centro di pesanti attacchi da laici (a sinistra non fu quasi mai apprezzata) e da cattolici, malgrado che, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, Benedetto XV avesse inviato la sua benedizione all’operato della Montessori fino a quelli di Giuseppe Lombardo Radice, ascoltatissimo pedagogista dell’epoca fascista, che la denigrò a tutto vantaggio delle scuole agazziane. Diverso atteggiamento, che fu quanto meno di rispettoso ascolto, ebbe verso le proposte montessoriane il filosofo idealista Giovanni Gentile.

Mussolini che prima aveva amoreggiato con il progetto Montessori per il suo successo nel portare così facilmente i bambini, anche prima dei fatidici sei anni, alla scrittura e alla lettura, a fine anni Venti si rese conto di non poter piegare la Dottoressa alle sue scelte politiche. A questo punto ordinò la chiusura delle poche scuole Montessori elementari pubbliche e delle molte Case dei Bambini comunali da Nord all’estremo Sud del nostro paese e ovunque queste vennero assorbite da ordini religiosi.

Altro acerrimo nemico della Montessori e delle cose che lei sosteneva fu, sempre in epoca fascista, padre Agostino Gemelli, medico e psicologo, fondatore nel 1921 dell’Università Cattolica. Di segno opposto troviamo la Venerabile Madre Tincani, fondatrice nel 1939 della LUMSA (Libera Università Maria Assunta) di Roma, grande estimatrice e amica della Montessori.

Dopo la seconda guerra mondiale, unica eccezione, uno sguardo più attento ai temi montessoriani fu quello di Aldo Moro a fine anni Cinquanta quando conobbe le proposte del Centro Nascita Montessori alla nascita della seconda figlia Anna.

In anni più recenti abbiamo visto una docente alla Sapienza (Lucia Scaraffia) che su “L’Avvenire” presenta Maria Montessori addirittura come massone e uno studioso attento come Emilio Butturini, docente di pedagogia all’università di Verona, che la considera invece fervente cattolica (il che è, forse, troppo: basta vedere il suo testo “La pace giusta” edizioni Mazziana, Verona).

Infine il Concordato con la Chiesa Cattolica ha determinato obblighi pesanti tutti a spese dell’Italia, compreso l’obbligo, anche per le scuole private che vogliano essere parificate a quelle dello Stato, di assumere insegnanti di religione diplomati dalla Curia di Roma, alla pari con i laureati delle università statali, ma in categoria privilegiata rispetto alle assunzioni.

Nessun effettivo riconoscimento invece, nonostante l’approvazione di Giovanni Paolo II che andò di persona a visitare l’atrium di Sofia Cavalletti, alla Catechesi del Buon Pastore, di schietta impronta montessoriana, creata da Adele Costa Gnocchi, Sofia Cavalletti e Gianna Gobbi per un diverso modo di presentare la religione cristiana ai bambini fin dalla prima infanzia. La Catechesi del Buon Pastore ha invece avuto la sua massima diffusione soprattutto in America latina.

Da tutto questo si può capire perché le scuole Montessori abbiano avuto un’espansione ben più libera in regioni in cui sono più forti i protestanti e perfino i musulmani o i buddisti o zone con religioni animiste come l’India o lo Sri Lanka.

7. Il metodo e l’uso dei materiali sono così rigidi…

Riprendendo dal bellissimo blog La Casa Nella Prateria il post: Montessori: tra rigore e innovazione: “Uno dei pregiudizi più diffusi riguardo all’approccio Montessori è la sua (presunta) eccessiva rigidità. I materiali servono per un unico scopo, e devono essere utilizzati in un modo solo. Se questo è vero nella teoria, Maria Montessori stessa esortava gli insegnanti a rispettare “L’utile attività”, ovvero l’uso alternativo dei materiali, a condizione che questo fosse creativo e non distruttivo…” Vale la pena leggere tutto il post.

E poi, chi può affermare che metodo e materiali siano rigidi? Evidentemente qualcuno che scambia l’esattezza, la cura dell’ambiente, le voci contenute con la rigidità. Lo stile di lavoro di una scuola Montessori è basato sulla nonviolenza, a cominciare dal fatto che nessuno grida o parla da lontano all’intera classe o a gruppi di bambini.

Per convincersi che la rigidità dei materiali è solo presunta, si legga l’articolo di Camillo Grazzini “Un’evoluzione all’insegna della bellezza: storia del materiale Montessori” su “Il Quaderno Montessori” (estate 2003 pag. 6-16) dove racconta l’evoluzione di alcuni materiali matematici come le aste numeriche. Evoluzione che sempre ubbidisce ad alcune caratteristiche irrinunciabili (scientificità, esattezza, autocorrezione, ecc.) e che sempre è sottoposta a verifica sul campo, osservando l’uso che ne fanno i bambini.

Aggiungo solo che è nella natura delle cose che i principi di uso dei materiali si annacquino strada facendo ed è per questo che agli insegnanti Montessori si spiega il modo corretto di utilizzarli. Se gli insegnanti venissero formati in maniera approssimativa, che cosa diventerebbe il progetto Montessori? Poi, al momento di utilizzarli con i bambini, entrano in gioco tutte le altre caratteristiche del modo di fare montessoriano che hanno la precedenza su materiali e metodi.

8. Ma queste cose le facciamo anche noi nella scuola tradizionale…

Nessuno pensa di sminuire nemmeno lontanamente il lavoro di tanti bravi insegnanti che lavorano nelle scuole tradizionali. Ma una classe Montessori non è solo materiali e “cose” da fare.

Tra scuola tradizionale e scuola Montessori i programmi sono gli stessi, più o meno, ma completamente diverso è il modo di offrire le esperienze, lo studio, gli esercizi. Questi sono sempre fondati su attività molto concrete, senza mai ricorrere a memorizzazioni forzate basate su premi e castighi, a lodi e a minacce, perché la motivazione parte dal bambino, è basata sulla libera scelta e non è una motivazione indotta e pretestuosa.

A scuola

9. Nella scuola Montessori i bambini fanno quello che vogliono?

Come disse un allievo di una scuola Montessori: “Qui non facciamo quello che vogliamo, ma vogliamo quello che facciamo!”

La volontà di un bambino a essere attivo, a operare intensamente è strettamente connessa al poter operare scelte libere tra le tante offerte esposte nell’ambiente, senza che l’adulto gli dica che cosa deve fare. L’adulto è solo il responsabile dell’ambiente, ambiente che è come una bella tavola apparecchiata per un pranzo in piedi, dove ognuno consuma ciò che preferisce.

Inoltre il bambino o il ragazzo, assieme alla libera scelta, opera anche un’assunzione di responsabilità circa l’uso dei materiali. Questi non vanno sciupati, vanno rimessi a posto alla fine e vanno usati in modo congruente (non si adopera un’arancia per giocare a palla o un cucchiaio da tavola per scavare la terra!).

Questa responsabilità non è proprio il “fare ciò che voglio” nel solito senso prepotente e ambiguo della frase.

10. Non sento ridere mio figlio né nessun altro. Non è che me lo stanno deprimendo?

Il fatto che nessuno alzi la voce, per ridere o gridare, consente un clima di tranquilla attenzione nel proprio lavoro come nella percezione del lavoro altrui e quindi rende evidente l’aumento della concentrazione, cioè la capacità psichica di «polarizzare l’attenzione», dirigerla, fermarla su qualcosa di interessante a livello personale.

La gioia non è l’opposto di serietà. Una faccenda seria, come l’apprendimento, può essere gioiosa. Non è vero che gli studenti debbano esternare la loro gioia di apprendere con risa e salti durante le ore di scuola. Ma la gioia del bambino che scopre capacità che non sospettava di avere, quella c’è davvero. Se il genitore è attento, si accorgerà di questa gioia interiore al momento opportuno e non quando lui sostiene debba esserci.

11. Non è che il lavorare in autonomia per imparare a fare da soli è stato confuso con il lavorare in isolamento? Non viene così eliminata la relazione tra i bambini?

Aver costruito la propria indipendenza è basilare nella vita adulta, ma è una facoltà che non si improvvisa, piuttosto va costruita dalla primissima infanzia, non distraendo di continuo il bambino. Indipendenza significa non dipendere dall’adulto o da un compagno più abile in ciò che si può fare da soli: la cura della persona, mangiare, vestirsi e spogliarsi, lavarsi eccetera.

Chiarito questo, in una scuola Montessori vi è tanta interazione quanto i bambini desiderano, ma lavorare con i materiali spesso è così appagante che, per queste poche ore al giorno, i bambini preferiscono padroneggiare le sfide che questi materiali offrono loro. E così diventano più felici e gentili e questa è la base della vera socializzazione.

12. Perché nelle scuole Montessori ai più piccoli non si raccontano favole o storie di fantasia?

I piccolissimi hanno bisogno soprattutto di realtà, racconti veri sugli animali o sulle piante, che poi trasformano a modo loro con la loro fantasia per spiegarsi il mondo. Questo non giustifica affatto l’atteggiamento degli adulti che con fiabe minacciose e moralistiche prendono sempre a pretesto quel che capita sottomano per fare la predica ai piccoli. Vedi Cappuccetto rosso che disubbidisce — guarda come va a finire — e varie altre come Il lupo e i sette caprettini. Oppure Hansel e Gretel che per vendetta alla fine cuociono la strega.

I piccoli non hanno bisogno di nutrire la fantasia con roba così cruenta, che del resto appartiene alla tradizione popolare tedesca. Perché non preferire la tradizione italiana, quella raccolta da Calvino e ancora assai poco conosciuta? Nella fiaba Le ochine, minacciate dalla volpe, la madre protegge in modo straordinario le sue ochine ed è questo che i piccoli vogliono sentire, così come non si deve cominciare religione dal Crocefisso, ma dal Buon Pastore. Le fiabe italiane che di solito leggevo a scuola ai bambini e che hanno nutrito figli e nipoti (racconta Grazia Honegger Fresco) sono spesso diventate emblematiche, come Pierin pierone, Cecco bilecco, La bambina venduta con le pere. Ma è necessario scegliere. Come sempre è una questione di ascolto, di rispetto, di evitare gli anticipi sui grandi problemi della vita.

E poi La barca che va per mare e per terra (una delle più richieste) assurda e divertente oppure Giuanin senza paura (cito a memoria i titoli) diventato poi un simbolo di coraggio. Si può nutrire lo spirito — l’immaginazione — con simboli accessibili e facilmente assimilabili scegliendo con cura e con senso di grande rispetto per la fase di sviluppo. Non direi che Disney abbia seminato altrettanto.

13. Non sembra ci siano opportunità per giochi di fantasia

Quando la prima Casa dei Bambini aprì a Roma, molti visitatori donavano giocattoli ai loro piccoli ospiti, ma questi non li usavano granché. Si mostravano più interessati ad attività reali: lavare davvero, anziché far finta di farlo; asciugare i piatti anziché immaginarlo, offrire il caffè a un ospite anziché fingere di prepararlo e di berlo e così via. Nelle scuole Montessori si offre ai bambini l’occasione di scegliere fra tante attività ‘vere’, senza tuttavia impedire loro di imbastire situazioni di gioco simbolico in modo del tutto personale, magari con foglie, sassi e ghiande in giardino, e non stereotipato, con cucinette di legno e pentolini di plastica coloratissima.

14. I materiali non sembrano permettere ai bambini di essere creativi

Si vede che chi fa questa domanda non è mai stato a lungo in una scuola Montessori di buona qualità. I materiali e in genere ogni presentazione fatta dalla maestra sono soltanto il punto di partenza: imparo a usare un microscopio, la scoperta viene dopo; imparo l’uso corretto delle forbici a 3 anni, per poi usarle alla pari di una matita, cioè a usarle per tracciare una forma o la figura di un animale senza prima disegnarla, intorno ai 5 o 6 anni.

Usare il materiale Montessori è come imparare a usare un buon violino per poi suonare della musica. Non è considerato “creativo” usare il violino come un martello, né come un ponte mentre si gioca con i cubi. È “creativo” imparare a usare il violino correttamente per poter in seguito creare della musica.

Gli stessi materiali sensoriali o quelli in uso per la grammatica o per l’aritmetica consentono invenzioni e composizioni molto libere: tutto dipende dal clima di libertà che l’adulto ha saputo creare nella classe.

Il dopo

15. E se a metà anno passa a un’altra scuola? Non gli mancano delle competenze dal programma?

Le competenze non gli mancheranno e se qualche argomento non è stato approfondito, avrà le capacità di studio e di concentrazione che rapidamente gli consentiranno di rimediare alla lacuna.

Invece di focalizzarsi su programmi e competenze, non dimentichiamo di mettere il bambino e le sue esigenze al centro della nostra attenzione, perché purtroppo non sempre si è attenti ai suoi sentimenti ed emozioni.

Innanzitutto cerchiamo di non fare trasferimenti a metà anno se non proprio ineludibili. I trasferimenti sono troppo penosi per l’improvvisa rottura di legami di amicizia e di simpatia. Inoltre, il bambino soffrirà per ciò che gli toccherà subire entrando di colpo in un gruppo ignoto, non potendo lavorare con i compagni come già faceva e così sentirsi il diverso. Ma questo sarebbe pesante per qualunque bambino, non solo per chi proviene da una scuola Montessori.

In più, per un bambino che viene da una scuola Montessori, dove non c’è il gioco perverso dei voti e dei ricatti moraleggianti, è penoso accettare una situazione nella quale rischia di diventare lo zimbello dei compagni solo perché non vi è abituato.

16. Ma sono capaci di affrontare l’esame di fine anno di una scuola non parificata?

Agli esami che concludono un intero ciclo di lavoro non si verificano problemi di sorta. Anzi, nella maggioranza dei casi, i risultati sono i migliori, dato che spesso i bambini hanno una preparazione superiore, più libera, più approfondita, non affidata solo alla memoria, come spesso succede a chi è abituato a studiare in vista di un’interrogazione o prova di verifica.

17. Ma la scuola Montessori non produce dei “diversi”? Dei bambini che non vivono nel mondo reale?

Gli allievi di una scuola Montessori, piccoli o grandi che siano, agiscono con cose vere più degli altri, vivono situazioni reali, calme, non spendono le loro energie a difendersi di continuo, ma osservano molto, sono allenati ad auto-correggersi e non hanno paura di giudizi, né di correzioni ingiuste e umilianti. Insomma, non temono la verità.

Rispetto al dove si trovi la realtà, un commento di Brandon Kuczma su YouTube dice tutto: “«La scuola tradizionale è il mondo reale» è una delle cose più ignoranti che abbia mai sentito. È reale, se hai intenzione di lavorare in un cubicolo per il resto della tua vita, e questo è quanto.” (“«Public school is the real world» is one of the most ignorant things I have ever heard. It’s real if you’re gonna work in a cubicle the rest of your life, that’s about it”).

18. Penso che i bambini abbiano bisogno della competitività e delle frustrazioni del mondo che li aspetta dopo…

Mettiamola in un altro modo. Quello di cui hanno bisogno i bambini è la verità. E nelle scuole Montessori imparano a non temerla. Hanno sperimentato il gusto dell’indipendenza e della sicurezza in ciò che fanno, superando il bisogno di gare ed evitando le prevedibili sconfitte. Soddisfatti nel proprio lavoro personale, si rivolgono agli altri con affettuosa attenzione e con un rispetto che talora meravigliano noi adulti non abituati a tanta delicatezza. Perfino bambini che arrivano alla scuola Montessori ad anno iniziato e che hanno sperimentato i danni prodotti dalla continua competizione e dalle frustrazioni, quando vivono giorno per giorno i frutti di una nonviolenza concreta, abbandonano il comportamento aggressivo e, ben nutriti sul piano emotivo come su quello intellettivo, entrano in un rapporto con gli altri più tranquillo e più sano.

Se masticate un po’ di inglese, vi consiglio la lettura dell’articolo di Alfie Kohn Getting Hit on the Head Lessons — Justifying Bad Educational Practices as Preparation for More of the Same che spiega, tra l’altro, gli effetti negativi a lungo termine di questo modo di ragionare.

Il futuro

19. I materiali non sono al passo dei tempi, sono vecchi e non evolvono…

Un tablet in classe non fa scuola digitale. Una LIM in aula di per sé non rende moderna una scuola quando è usata per una classica lezione frontale. Consideriamo invece che gli sviluppatori delle più moderne applicazioni per smartphone le progettano usando carta, pennarelli e post-it. Non è la tecnologia che rende moderna una scuola, sono le idee e i principi che la scuola incarna.

Nella scuola Montessori molti materiali base, relativi alla sfera sensoriale o alla psicoaritmetica, a distanza di un secolo vengono adoperati dai bambini con lo stesso interesse ed entusiasmo del 1907. Entrati in uso stabile dopo innumerevoli osservazioni evidenti, rispondono in larga misura ai bisogni dei relativi piani di sviluppo e sono quindi molto funzionali. Per fare un esempio, le analisi grammaticale e logica sono rese interessanti e perfino divertenti in quanto legate al linguaggio vivo del bambino, al piacere di leggere e di sperimentare. Altri materiali — ad esempio quelli concernenti l’educazione cosmica o la storia — sono più suscettibili di ampliamenti e innovazioni che vengono da ricerche e scoperte attuali. Per esempio le presentazioni relative alla comparsa dei primi esseri umani e la striscia della vita sono state recentemente aggiornate in senso darwiniano da Telmo Pievani.

Il motto più importante nella pedagogia Montessori è: “Segui il bambino”. Se ci asteniamo da ogni giudizio verbale che lo umilierebbe, non trascuriamo la valutazione dei suoi bisogni, del buon andamento dei singoli e del gruppo e teniamo conto del fatto che il clima positivo della classe dipende in gran parte dalla qualità delle offerte messe a disposizione dei bambini, capiremo che non c’è nulla di vecchio, di noioso, di inutile tra i materiali offerti nelle scuole Montessori: i bambini li rifiuterebbero e semplicemente non li adopererebbero e noi, gli adulti sapienti, saremmo costretti a modificarli o a produrne altri.