Mario Valle Web

Il Tablet di Maria Montessori

Facendoci guidare da Maria Wikissori, “spirito guida” dell’Internet Festival di Pisa, proviamo a rispondere a queste domande:

  1. Le scuole Montessori attuali sono adatte a preparare l’uomo futuro? Se sì, come?
  2. Esiste un ipotetico “tablet di Maria Montessori”?

Buonasera!

Sotto lo sguardo attento di Maria Montessori, ribattezzata Maria Wikissori quando è stata scelta come “spirito guida” dell’Internet Festival che si tiene a Pisa, proviamo a rispondere a queste domande: Le scuole Montessori attuali sono adatte a preparare l’uomo futuro? Esiste un ipotetico “tablet di Maria Montessori”?

Per rispondere parto dalla mia storia. Anni fa, per tutta una serie di vicende, ho iscritto mio figlio alla scuola Montessori. Iscrizione sulla fiducia, devo dire, perché non conoscevo nulla di Montessori. Poi pian pianino mi sono accorto della profondità delle idee di Maria Montessori e come, in un certo senso, fossimo colleghi scienziati. Ma torniamo alla tecnologia. Io lavoro tutto il giorno in mezzo ad alcuni dei supercomputer più potenti al mondo e anch’io mi sono posto delle domande riguardo al ruolo della tecnologia in queste scuole.

I dubbi sono cominciati dall’osservare un fenomeno a prima vista inspiegabile. A scuola c’erano dei computer, ma i ragazzini non facevano la fila per utilizzarli. La fila era invece davanti …

… a questa vecchia macchina da scrivere meccanica. Perché?

Non solo, ho trovato una scuola dove si costruivano fantastiche navi spaziali con quattro pezzi di cartone, ma dove…

…la tecnologia non era bandita e nemmeno osteggiata come invece succede in altri tipi di scuola.

Una scuola dove gli strabilianti risultati non derivano da tecnologie all’ultima moda, ma da oggetti…

… “low tech”, a bassa tecnologia: tanto legno e tante perline colorate.

Scuole dove si continuano a utilizzare i “giocattoli utili” pensati da Maria Montessori più di cento anni fa, che siano a New York, Roma o in Tanzania.

Parlando di queste scuole, di bambini e tecnologie oscilliamo fra due estremi: da un lato ci sono i detrattori del Montessori che sostengono sia qualcosa del diciannovesimo secolo, qualcosa di vecchio e polveroso. Dall’altro quelli che si lanciano in ardite speculazioni tipo: “Che cosa dice Maria Montessori a proposito dell’iPad?”. Per non farci trascinare in questa diatriba e per capire il rapporto fra idee montessoriane e le nuove tecnologie, partiamo da lei, da Maria Montessori …

… cercando di capire che cosa pensasse della tecnologia del suo tempo.

Innanzitutto notiamo che Maria Montessori non era estranea al mondo scientifico e tecnologico di quegli anni, come testimonia il suo curriculum scolastico. Infatti, dal 1883 frequentò a Roma la Regia Scuola Tecnica “M. Buonarroti” dove si diplomò nel 1886. Per continuare gli studi di matematica e di scienze, passò al Regio Istituto Tecnico “L. da Vinci” e, dopo essersi diplomata nell’autunno del 1890, si iscrisse alla “Facoltà di scienze fisiche, naturali e matematiche” dell’Università di Roma, dove conseguì la relativa licenza.

Quando divenne nota a livello internazionale, Maria Montessori era tenuta in alta considerazione dai principali scienziati e tecnologi del suo tempo. Fra i suoi sostenitori troviamo nientemeno che Thomas Alva Edison, probabilmente il più celebre tecnologo e imprenditore dell’epoca e…

… Alexander Graham Bell, che nel 1913 con sua moglie Mabel fondò la “Montessori Educational Association” nella loro casa a Washington, DC.

C’è un testo di Maria Montessori del 1947 intitolato “Introduction on the Use of Mechanical Aids” che probabilmente scrisse come prefazione a un libro indiano sulle tecnologie nella scuola. È riportato in un numero speciale dell’AMI Journal del 2015. L’introduzione ci dà un’idea di come Montessori considerasse la tecnologia: “Montessori era affascinata dalla tecnologia del suo tempo, che assolutamente la incantava e dove vedeva opportunità per unire il nostro mondo e un mezzo attraverso il quale una società mondiale interconnessa avrebbe potuto dare sostegno agli altri, e così far avanzare il genere umano”. Nel testo la Dottoressa rimarca …

… l’importanza che la tecnologia avrà nelle scuole, ma afferma con forza che il primato, senza eccezioni, deve essere dato allo sviluppo del bambino completo e osserva come i mezzi tecnologici non sempre siano all’altezza del compito. La stessa accoppiata la troviamo nel suo libro “Dall’infanzia all’adolescenza” dove scrive: “La civiltà ha dato all’uomo, per mezzo delle macchine, un potere molto superiore a quello che gli era proprio ma, perché l’opera della civiltà si sviluppi, bisogna anche che l’uomo si sviluppi”.

Oggi spesso ci si chiede: “Se Maria Montessori fosse vissuta adesso, come avrebbe considerato la tecnologia tal dei tali?” per poi dare libero sfogo alla fantasia. Per chiarirmi le idee sono andato a porre questa domanda a Grazia Honegger Fresco, una delle ultime allieve dirette di Maria Montessori.

Mi ha risposto: “Maria Montessori era molto curiosa, avrebbe sicuramente provato e studiato che cosa si poteva fare con computer e reti sociali. Curiosa ma concreta. Avrebbe usato questi materiali secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via. Ricordiamoci però che è una donna di fine Ottocento, anche se guardava più avanti che indietro”.

Certamente il mondo è cambiato dai tempi di Maria Montessori, i bambini non sembrano più gli stessi e, come noi, sono immersi nelle tecnologie più disparate da mattina a sera. Perciò, penso sia più efficace partire, non da …

… voli pindarici o domande fatte tanto per fare, ma dalle idee che stanno dietro…

… a tutti i materiali e a tutte le prassi educative che troviamo in una scuola Montessori.

Partiamo quindi dalla domanda fondamentale: il cervello dei bambini d’oggi è diverso da quello dei bambini che studiava Maria Montessori? Sono un’evoluzione della nostra specie oppure no?

Renilde Montessori, nipote di Maria, in un’intervista del 1999 risponde: “Molti genitori fanno la stessa domanda, cioè chiedono se i «giocattoli utili» inventati da Maria Montessori all’inizio del secolo non siano un po’ antiquati, a confronto con i progressi che la specie umana sembra aver compiuto da allora. La risposta è no. I materiali e i giocattoli sono il frutto di scelte compiute dai bambini con cui Maria ha lavorato per cinquant’anni, e i bambini non sono cambiati. È molto difficile spiegare ai genitori che la specie umana è immutata da migliaia di anni, e che il bambino universale non cambia, malgrado i cambiamenti esteriori”.

La scienza lo conferma. Il cervello umano non ha avuto il tempo di evolversi nel brevissimo arco di tempo in cui abbiamo potuto affidarci alle tecnologie. Anche la scrittura, una tecnologia di tutto rispetto, è avvenuta in un battito di ciglia su scala evolutiva.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita. O come in questo studio che dimostra come anche la materia bianca, le fibre avvolte nella mielina, si espande con l’esercizio (Bengtsson, et. al 2005). È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Un segno di questi cambiamenti nel cervello è certamente l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio. L’effetto deriva molto probabilmente da una maggiore capacità di risolvere problemi logici e astratti, frequenti nell’ambiente sociale e culturale odierno.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché…

…dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività (almeno negli Stati Uniti).

Visti questi effetti del mondo tecnologico sulla mente umana, è facile per i media sparare titoli a effetto, come “La demenza digitale” o “Google ci sta rendendo stupidi?” oppure dire tutto e il contrario di tutto sulle conseguenze o sui benefici della tecnologia a scuola, mentre ignorano le ricerche scientifiche più serie. La realtà è che gli scienziati non sanno bene quali siano gli effetti a lungo termine delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo e sulla costruzione della propria identità. Problema complicato dal fatto che la "tecnologia" non è un’entità unica e quindi è difficile pensare che abbia un unico effetto.

L’ovvia conclusione sembra inevitabile: “Nel processo evolutivo qualche meccanismo deve essersi inceppato.” Allora è meglio se torniamo a considerare …

… i rapporti tra mente e tecnologia e in parallelo i rapporti tra la mente e le idee montessoriane.

Cominciamo dalla più ovvia: il movimento.

Mai vedrete una scena come questa in una scuola Montessori: bambini costretti ognuno nel proprio banco, senza nemmeno guardarsi, anzi isolati nella competizione per avere i voti più alti.

Vedrete piuttosto bambini che si muovono, che vanno a vedere che cosa fa un loro compagno, che corrono apparentemente senza motivo nell’intervallo. Perché, semplicemente, il movimento è parte integrante delle nostre capacità cognitive e base dello sviluppo della mente.

In campo neuroscientifico, prima di accettare tutto questo, ci sono voluti molti studi che hanno rivalutato la funzione e l’importanza delle aree motorie nella fisiologia del cervello. Studi che hanno dimostrato come “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”, come sintetizza nel libro “So quel che fai” Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio, di cui parleremo fra poco.

Assieme a lui molti scienziati hanno collegato lo sviluppo cerebrale a quello motorio: Adele Diamond per cui “lo sviluppo motorio e lo sviluppo cognitivo possono essere fondamentalmente interconnessi”, Cotterill che dimostra come “la cognizione è inestricabilmente collegata al movimento, sia in forma visibile che nascosta”, Koziol e Budding per i quali “la cognizione è realmente solo un’estensione del sistema motorio”.

Addirittura pochi mesi fa (9 novembre 2018) è uscito uno studio sulla prestigiosa rivista Science che mostra come utilizziamo gli stessi meccanismi del cervello – Place e Grid cells che ci aiutano a sapere dove ci troviamo in un ambiente – per creare delle mappe dei nuovi concetti quando li acquisiamo.

Maria Montessori aveva capito la stretta connessione del movimento con lo sviluppo della mente esattamente cinquant’anni prima di Rizzolatti. Attenzione però! Non stiamo parlando di un qualsiasi movimento, né della classica ora di educazione fisica. Perché il movimento nel Montessori ha carattere autonomo, ma non è mai fine a sé stesso, perché sviluppa la mente e il corpo grazie ad attività finalizzate che impegnano l’intera persona in un lavoro costruttivo.

E qui dov’è il movimento? Ci sarà pure tanta tecnologia, ma il movimento essenziale allo sviluppo manca totalmente.

Invece qui, in assenza di tecnologia, c’è movimento, c’è l’uso delle mani e c’è un altro effetto interessante evidenziato in un esperimento psicologico di Shepard e Metzler.

Questi psicologi hanno dimostrato che noi manipoliamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello qui riportato, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

Manipolare oggetti evidenzia come questi in un certo senso ci parlino.

Lo psicologo statunitense James Gibson, in un suo libro del 1979, ha introdotto il termine “affordance” per identificare la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo. L’esempio più evidente è il manico di una brocca che ci invita a prenderla proprio da lì senza bisogno di istruzioni o di allenamento. Insomma, le affordance sono una specie di “invito ad agire”. Un invito che ha una base neuronale, perché vedere un oggetto evoca automaticamente che cosa potremmo fare con esso attraverso l’attivazione di una particolare classe di neuroni, i cosiddetti neuroni canonici. Questi neuroni rispondono alla semplice osservazione di un oggetto, indipendentemente se ci sia o no l’intenzione di agire, per esempio per afferrarlo.

Così fanno i materiali Montessori che offrono chiarissime affordance. Montessori le chiamava la “voce delle cose” e c’era arrivata cento anni prima di Gibson. Tanti oggetti di uso quotidiano ci offrono affordance ben chiare, …

… ma quali affordance offre un tablet?

Don Norman, esperto di interazione uomo-macchina, ci fa osservare che molti dei modi con cui interagiamo con la tecnologia informatica non sono affordance, sono convenzioni apprese. Il tablet o lo schermo del computer non ci invitano ad agire, semmai ci invitano a considerare una delle convenzioni, come per esempio il cursore che cambia forma quando si è su qualcosa che si può cliccare o l’icona della lente d’ingrandimento che ci suggerisce di cercare.

Anche questo mi ha convinto una volta di più che l’intuizione di Maria Montessori riguardo al manipolare oggetti fisici fosse in anticipo sui tempi. Mi riferisco alle ricerche sulle interfacce uomo-macchina, dove si studiano le cosiddette interfacce tangibili, quelle in cui, per interagire con il computer, si spostano degli oggetti concreti invece di muovere delle rappresentazioni astratte nascoste dietro a uno schermo. James Patten in una presentazione TED dice: “Se ci pensate, sembra molto logico che l’uso di oggetti fisici possa favorire un utilizzo più semplice di un’interfaccia. Le nostre mani e la nostra mente sono ottimizzate per pensare e interagire con oggetti tangibili”. Come non essere d’accordo?

Passiamo a un altro aspetto. In una scuola Montessori i bambini si muovono. Quello che vedete qui è abbastanza comune. Invece, in una scuola tradizionale l’insegnante avrebbe sicuramente tuonato: “Torna al tuo banco! Stai perdendo tempo e disturbi gli altri!” Ma la bambina che sta a guardare qui sta lavorando sodo, come ci dice una scoperta neurofisiologica degli anni ‘90, …

… quella dei neuroni specchio. Questi neuroni sono neuroni motori che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando guardiamo la stessa azione compiuta da altri. Ciò significa che quando guardiamo un’azione stiamo davvero simulando la stessa azione internamente.

Per questo, in un gruppo multi-età come quello che vediamo qui, il bambino vestito di giallo sta davvero lavorando e apprendendo già solo muovendosi fra gli altri bambini e imitandoli internamente.

Con certa tecnologia, invece, dove sono i gesti da imitare? Ridurli a tap e swipe toglie al bambino una poderosa forma di apprendimento.

Saltiamo a un altro meccanismo che abbiamo nella testa, un vero e proprio supercomputer allenato da milioni di anni di sopravvivenza difficile, in cui era “interessante” distinguere le ombre dalle macchie del manto di un predatore. Oggi non dobbiamo più proteggerci dai predatori, ma …

… cogliamo regolarità e strutture d’ordine attorno a noi quasi senza sforzo cosciente da parte nostra.

Se guardate quello che c’è in una scuola Montessori troverete dappertutto questa facoltà al lavoro. Nelle forme e nei colori. Per esempio il due è sempre verde. Questi meccanismi non li troviamo solo tra i numeri, …

… qui addirittura rendono visibile un qualcosa che per me è sempre stato ostico: l’analisi grammaticale. Nelle interfacce utente di certa tecnologia, le immagini sono utilizzate …

… per trasformare il lavoro mnemonico di ricordarsi un comando o il nome di un’applicazione, nel riconoscere la corrispondente icona o immagine grafica (recognition, not recall).

Le immagini ci aiutano anche a trasformare lavori prettamente intellettuali, come la programmazione, in attività di riconoscimento di strutture, come avviene con il linguaggio SCRATCH, molto usato nelle scuole.

Poi c’è il lato oscuro delle immagini.

Le immagini attirano e polarizzano l’attenzione e spesso mentono. L’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: la televisione …

… e tablet e smartphone. Tanto che si parla di “quality screen time” più che di tempo assoluto di fronte a uno schermo. Questo, più che una responsabilità della scuola, rimanda a un lavoro educativo nei confronti degli adulti. Infatti, …

… che messaggio trasmette un genitore che ogni minuto controlla la posta sullo smartphone? E uno perso in Facebook? Del resto i nostri bambini, …

… ci imitano perché è così che apprendono.

E se noi stiamo incollati allo smartphone, anche loro lo saranno. Lo fanno mamma e papà, quindi è una cosa buona.

Sul fatto che si debba introdurre la tecnologia a scuola ci sono pochi dubbi; se ci fosse bisogno di una conferma, già nel 1947 Maria Montessori scriveva: “Credo tuttavia che l’introduzione di ausili meccanici diventerà una necessità generale nelle scuole del futuro”. Non tanto per potenziare l’apprendimento, ma perché i bambini sono sommersi dalla tecnologia nella loro vita extrascolastica e la scuola non deve rinunciare al suo scopo formativo e di guida anche in quest’ambito.

Ma quando introdurle?

Per capirlo ci facciamo aiutare da questi cartelloni disegnati da Maria Montessori per il corso di formazione tenuto a Perugia nel 1950. In essi aveva rappresentato in due modi diversi le fasi dello sviluppo del bambino: come piani e come un “bulbo” alle radici di una pianta. Ora le maestre Montessori potrebbero spiegarceli con dovizia di dettagli. Io mi vorrei invece concentrare sui due aspetti che mi hanno colpito.

Il primo riguarda l’etichetta posta sul bulbo per identificare il periodo fino ai sei anni: “formazione dell’uomo” o meglio, come diremmo oggi, “formazione della persona”. Maria Montessori sosteneva con molta chiarezza che i primi sei anni di vita sono il momento in cui i bambini esplorano il mondo che li circonda sviluppando così le basi dell’intelligenza. È in questi anni e soprattutto nei “mille giorni che contano”, i primi tre anni di vita, che si gettano i presupposti della personalità. In questo periodo…

… “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità” come Maria Montessori ricordava nel già citato “Introduction on the Use of Mechanical Aids”. Per questo…

… un bambino a passeggio perso nello schermo dello smartphone di mamma a guardare un cartone animato viene defraudato della possibilità di esplorare il mondo che lo circonda anche solo utilizzando i sensi. Una bella perdita, direi. Passiamo ora all’altro cartellone.

Per quello che ci interessa, iniziando dai sei anni avviene un’importante conquista, quella dell’astrazione. Prima di quell’età il bambino fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che esiste solo nella sua mente, come …

… questa bambina che asciuga le lacrime del protagonista di un videogioco. Scena tenera, ma che ci dà motivo di riflettere come certa tecnologia ci offra una visione “sotto vetro” di un mondo virtuale.

Vorrei farvi notare che la conquista dell’astrazione è aiutata dai materiali Montessori che “materializzano le astrazioni”.

Questo e molto altro lo troverete nel mio libro “La pedagogia Montessori e le nuove tecnologie”. Libro cui Grazia Honegger Fresco ha scritto una bella prefazione.

Ora possiamo rispondere a un’obiezione che viene rivolta a chi si oppone alla tecnologia nei primi anni di scuola.

Precisamente ci si domanda come preparare i giovani per il futuro. Per farlo spendiamo immani sforzi per essere pronti, noi e i nostri ragazzi, per un futuro che comunque fatichiamo a immaginare. L’assurdo è che questo impegno convive con una scuola che funziona come se il mondo e gli allievi dovessero rimanere sempre come sono oggi, ma di questo parleremo più avanti.

Fatichiamo a immaginare come sarà il mondo quando i nostri ragazzi usciranno dal sistema dell’istruzione. I nati quest’anno (2019) termineranno la scuola dell’obbligo fra 14 anni nel 2033 e si ritroveranno in un mondo molto diverso dal nostro popolato da 8 miliardi di persone, con la produzione di petrolio che inizia a ridursi, dove bisognerà convivere con il riscaldamento globale e dove l’acqua potabile sarà sempre più preziosa. Un mondo dove ci saranno professioni che oggi nemmeno immaginiamo e per le quali l’ufficio come concepito oggi non avrà più senso e dove le macchine ci avranno sostituito in un crescente numero di compiti. Del resto fare previsioni non è mai stato facile.

In Blade Runner, film di fantascienza ormai diventato di culto, girano macchine volanti, intelligenze artificiali e cyborg, ma il protagonista (Harrison Ford) per telefonare usa una cabina telefonica. Il regista non riesce proprio a immaginare i telefonini. Allora, che senso ha la difesa della tecnologia a scuola come “preparazione per il futuro”?

Esempi non mancano di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste.

Forse la soluzione del dilemma è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Sono gli innovatori di questa stoffa quelli che creeranno il futuro e chi di voi è insegnante li ha di fronte, a scuola.

Come si sarà comportata la maestra di Larry Page e Sergej Brin nei loro confronti? Come si sarà sentita quando hanno creato Google? Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui, come sicuramente avrà fatto quella maestra Montessori. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, per cui Montessori fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Brothers. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”.

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che vi ha riversato quanto appreso alla scuola Montessori. E anche il premio Nobel …

…Gabriel García Márquez che racconta con gratitudine della sua maestra Rosa Elena Fergusson con cui “studiare era una cosa meravigliosa come giocare a essere vivi.”

Allora, che cosa serve ai ragazzi per affrontare il futuro? O meglio, per inventare il loro futuro?

Per prima cosa dobbiamo sgombrare il campo da una visione dell’educazione scolastica come un processo lineare di preparazione al futuro, come ricorda Ken Robinson, e renderci conto di quanto valga la formazione globale della persona rispetto ai voti o ai percorsi scolastici. In altri termini dovremmo pretendere una scuola che educhi e non che addestri.

Non penso, quindi, …

…che serva la persona che sa tutto. Tra l’altro nel mio campo la conoscenza tecnica diviene obsoleta nel giro di sei mesi. Questi, come dice Hoffer, …

… saranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più. La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un mondo in cui gli analfabeti…

…non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo, come grida Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro”. Un bel po’ di anni prima…

…la Dottoressa sosteneva esattamente lo stesso e aggiungeva…

…che un’educazione concepita solo come mera trasmissione di conoscenze non ci porta lontano nel futuro. Gli stessi concetti li ho ritrovati in un articolo recente…

… intitolato: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Un informatico che non sa immaginare la struttura del programma su cui sta lavorando, che non sa vedere le implicazioni del sul lavoro, rimarrà un programmatore, un operaio del software. Vogliamo formare della manovalanza informatica o persone che inventino la nuova “killer app”?

Report e studi come questo “The Learning Curve” prodotto da Pearson nel 2012, che parla dell’importanza delle competenze non cognitive dovrebbe farci pensare. Dal canto mio, …

… da tempo osservo i miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l’educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto non vedo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — arriviamo da una quindicina di nazioni differenti — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare qui. Come è successo a Maria Montessori.

In un suo rarissimo diario scriveva: “Il mio gioco era il teatro. Se mi accadeva di veder recitare, io imitavo con grande vivezza: mi investivo delle parti fino a impallidire o a singhiozzare e piangere recitando cose fantastiche. Inventavo piccole commedie, improvvisavo argomenti; raffazzonavo vestiari e scene. A scuola non studiavo affatto: lo studio non mi interessava in nessuna sua branca. Non studiavo mai la lezione e poco stavo attenta alle maestre organizzando in tempo di lezioni dei giochi, delle commedie. Non mi interessava passare alle classi superiori.” (Maria Montessori, una storia attuale p. 24). Un bel contrasto con l’immagine che abbiamo del genio che parla nei suoi lavori più recenti.

Avviandoci alla conclusione, Spesso siamo noi adulti che abbiamo un campo visivo ristretto quando si parla di tecnologia ed educazione. E si inizia da chi…

…controlla l’istruzione dei giovani, come amaramente notava Bertrand Russell, e poi giù a cascata fino agli insegnanti che rimangono troppo spesso ancorati al passato, come…

… chi ha una LIM in aula, ma la sua lezione continua a essere frontale, come ai vecchi tempi. Oppure…

… chi usa il tablet come un quaderno o un vecchio libro di testo. Gli americani chiamano la tecnologia usata così “una matita da mille dollari”: utile, ma costosa e molto limitata.

Invece, proviamo ad allargare gli orizzonti. Per esempio, invece di insegnare a disegnare sul tablet, o …

… limitarsi a riempire chilometri quadrati di pasticci, …

… insegniamogli a pensare con le mani, come si vede chiaramente nella tecnica delle MindMap. Si usano colori, simboli, frecce e quant’altro disegnato a mano per stimolare da un lato la nostra capacità associativa, dall’altro il movimento della mano aiuta chiaramente a pensare, mentre la necessità di essere concisi aiuta a estrare i punti essenziali dalle informazioni che vogliamo mappare. E non è un’attività solo per adulti.

Ecco come una mia amica ha utilizzato le MindMap con i suoi allievi di terza. Ma funziona anche per bimbi più piccoli…

… come ha fatto questa maestra (chiaramente non Montessori, dacché c’è il fiorellino di “bravo”).

Però il componente essenziale, indispensabile di una scuola Montessori non è la tecnologia. Ce lo dice una fonte che non ci aspetteremmo: …

… Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l'intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità; e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Ecco, questa è la vera molla che proietta i nostri piccoli verso il futuro! Una maestra che guida, come una regista, i loro approcci con i materiali e con la tecnologia. Una maestra che osserva e dà a ogni bambino il nutrimento intellettuale che soddisfa i suoi bisogni, una maestra che, tramite i “giocattoli utili” di Maria Montessori, aiuta questi abitanti del futuro a creare quella personalità che sarà poi capace di utilizzare come si deve qualunque tecnologia. Anche perché…

… come diceva Maya Angelou: “Ho imparato che la gente si dimentica quello che hai detto, la gente si dimentica quello che hai fatto, ma la gente non potrà mai dimenticare come li hai fatti sentire.” e la maestra Montessori mette sempre il bambino al centro della sua azione, e questo il bambino lo capisce e lo ricorda. Per tutto questo per me le maestre Montessori sono delle …

… “Wonder Women”. Delle maestre ben formate, che amano il loro lavoro, che mettono sempre il bambino al centro, sono l’ingrediente essenziale affinché la scuola Montessori possa aiutare il bambino completo a raggiungere il suo pieno potenziale in tutte le aree della vita.

Concludo. I nostri bambini e ragazzi, i nostri “abitanti del futuro” sono immersi nella tecnologia, qualsiasi cosa facciamo per limitarla. E mettiamoci l’anima in pace, perché non riusciremo mai a essere più bravi di loro. Ci dimentichiamo invece che possiamo collaborare, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia. Così dovrebbe fare la scuola: non addestrare, ma educare, …

… guidando i nostri nativi digitali a conoscere veramente la tecnologia e a formarsi quella forte personalità che li preparerà a qualsiasi futuro.

Oppure vogliamo far crescere degli “schiaccia-bottoni” che usano la tecnologia senza conoscerla?

Purtroppo la società italiana sembra andare nella prima direzione perché, come rivela l’indagine “Tech Habits 2016” della Samsung, “l’88% degli italiani usa termini legati alla tecnologia pur non avendo minimamente idea di ciò di cui si sta parlando”.

Allora non abbiamo bisogno di uno speciale “tablet di Maria Montessori”. Abbiamo bisogno di scuole in cui: “Obiettivo primario dell’educazione Montessori è quello di preparare il bambino completo a raggiungere il suo pieno potenziale in tutte le aree della vita” come recita lo statuto dell’Association Montessori Internationale (AMI). Dici poco!

Abbiamo quindi risposto alle domande iniziali? Le scuole Montessori attuali sono veramente adatte a preparare l’uomo futuro? La mia risposta è: “Sì, assolutamente!” E spero di aver convinto anche voi.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Mario Valle, “La pedagogia Montessori e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Riferimenti, bibliografia e note dal libromariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie/sitografia.html
Grazia Honegger Fresco, “Maria Montessori. Una storia attuale”, il leone verde (2018)www.leoneverde.it/maria-montessori,-una-storia-attuale-/LV00518/
Sara L. Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development, Nat Neurosci. 2005 Sep; 8(9):1148-50, DOI: 10.1038/nn1516www.nature.com/neuro/journal/v8/n9/full/nn1516.html
Giacomo Rizzolatti, Corrado Sinigaglia, “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio”, Raffaello Cortina Editore (2006)www.raffaellocortina.it/scheda-libro/rizzolatti-giacomo-sinigaglia-corrado/so-quel-che-fai-il-cervello-che-agisce-e-i-neuroni-specchio-9788860300027-1084.html
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