Mario Valle Web

Montessori è moderna, parola di scienziato e di mamma insegnante

Sala Piamarta via S. Faustino 74, Brescia — 26 gennaio 2013 ore 16:30

[Locandina ciclo conferenze]

Il metodo e le idee di Maria Montessori non sono qualcosa del diciannovesimo secolo, qualcosa di vecchio e polveroso. Basta visitare una scuola Montessori per convincersene. Così, tramite la scuola di mio figlio, ho iniziato a conoscere quello che sta dietro ai materiali e gli ambienti. E conoscendo e approfondendo sempre più ho cominciato a trovare punti di contatto tra la proposta Montessori e il mio lavoro in mezzo a scienziati e supercomputer. Senza nulla togliere al lavoro di chi studia professionalmente la pedagogia e le idee educative, sono rimasto impressionato da come le idee e intuizioni di Maria Montessori poggino su una solida base scientifica, anche se lei non le ha mai teorizzate.

L’incontro è organizzato dall’associazione “Alchechengi aps” di Brescia. Qui la pagina ufficiale dell’evento.

Il relatore

Mario Valle aiuta ricercatori e scienziati a estrarre il significato nascosto nei numeri prodotti in quantità dai supercomputer del Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS). Aiuto e collaborazione che l’hanno portato a prendere parte a studi e ricerche nei campi più disparati e i cui risultati ha riportato e condiviso in circa 30 pubblicazioni e presentazioni a congressi.

Prima di approdare al CSCS nel 2003 ha lavorato all’Advanced Visual System (AVS), dove ha scoperto l’efficacia della visualizzazione per rendere visibile l’invisibile nascosto nei numeri e alla Digital Equipment (DEC) dove ha studiato e creato strumenti per usare al meglio la potenza dei computer. Ancor prima, quando i calcolatori usavano ancora le schede perforate, si è laureato in ingegneria elettronica presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Non ci sono però solo scienza e numeri nelle sue giornate. Tramite suo figlio, che ha frequentato una scuola Montessori, è arrivato a scoprire come due mondi apparentemente distanti, quello del progetto Montessori e quello del supercalcolo, in realtà abbiano molti, interessanti punti di contatto. Quando può, contribuisce con le sue riflessioni su questi temi alle attività di varie associazioni in ambito Montessori e non.

 

La presentazione

Buonasera! Sono Mario Valle e…

… questo è più o meno tutto quello che conoscevo di Maria Montessori fino a qualche anno fa.

Sì, perché i miei interessi vanno in un’altra direzione. Lavoro, infatti, al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico, meglio conosciuto come CSCS, a Lugano.

Dove nella sua immensa sala macchine sono ospitati i più potenti calcolatori della Svizzera, calcolatori che come potenza si difendono bene anche a livello mondiale tanto che…

…nella classifica Top500 (novembre 2012) dei calcolatori più potenti al mondo ci sono ben tre macchine del CSCS: Monte Rosa all’80º, Tödi al 91º e Piz Daint al 114º posto.

Oltre che dalle macchine, sono attorniato tutto il giorno da ricercatori e scienziati, non da bambini.

Ma non sono qui per parlarvi di computer, di calcoli o di numeri.

Sono qui come papà che ha scelto la scuola Montessori per suo figlio. All’inizio l’unica cosa che io e mia moglie cercavamo era una scuola che innanzitutto lo rispettasse come persona. E la scuola Montessori prometteva proprio questo. Per il resto la mia scelta è stata un po’ un atto di fede e per mia moglie un atto di apostasia, essendo insegnante di scuola statale.

Il sito della Scuola Montessori Varese.

Dopo il mio intervento di questa scelta ve ne parlerà direttamente lei.

Già da subito abbiamo visto nostro figlio contento di andare a scuola e, tramite i suoi occhi, abbiamo scoperto qualcosa di meraviglioso: come si potesse giocare con i numeri o lavorare con la grammatica un intero pomeriggio senza annoiarsi e imparando, pure.

Il progetto Montessori che vedevamo prendere vita nei suoi racconti ci è piaciuto sempre più. E questo ci ha spinto a leggere e studiare. E così ho cominciato a trovare molti…

…paralleli fra quello che faccio nel mio lavoro e…

…le proposte e le idee montessoriane.

Già, perché qual è il mio lavoro? Al CSCS i supercomputer producono montagne di numeri.

Ma lo scopo dei ricercatori che calcolano sulle nostre macchine non è produrre numeri. Come ci ricordava cinquant’anni or sono il grande ingegnere e matematico Richard Hamming…

…scopo del calcolo è la comprensione, il fare scoperte, non i numeri.

Per questo al CSCS, per aiutare la comprensione dei risultati dei calcoli e delle simulazioni, cerco e cerchiamo di rendere visibili i numeri trasformandoli in rappresentazioni grafiche che rendano immediatamente assimilabili le informazioni che lo scienziato va cercando.

Come in questo caso in cui viene reso visibile il comportamento della proteina precursore dell’Alzheimer che tesse le sue mortali fibrille che uccideranno i neuroni.

Oppure come si comportano oggetti più a nostra misura, come una turbina idroelettrica Pelton…

…o via via, salendo di dimensioni, vedere il campo magnetico della terra come si invertirà nei prossimi diecimila anni…

…o salendo ancora verso dimensioni immense, si ricreano nel calcolatore fenomeni cosmologici come la nascita delle galassie.

Ma che differenza c’è tra questo rendere visibile ciò che visibile non è e quello che vedo in una scuola Montessori…

…dove si rende visibile quanto è lungo il 1000…

…oppure quanto pesi nelle mani un 100 rispetto a un 10 o a un 1000?

E dove si materializza l’astrazione del teorema di Pitagora, rendendolo qualcosa che si può toccare e con cui si può sperimentare?

Se volete saperne di più su questi paralleli, c’è un mio articolo sul Quaderno Montessori n. 100 che potete leggere.

Ma oggi voglio concentrarmi su un altro fatto.

Voglio dimostrarvi che Maria Montessori è stata una visionaria, che ha portato avanti idee che non solo sono scientificamente corrette, ma che nascondono “pepite” di modernità che ancor oggi non sono state portate interamente alla luce.

Quindi, se chiamiamo visionario Steve Job, che in fondo ha fatto solo marketing…

…a maggior ragione dobbiamo chiamare visionaria Maria Montessori che ha avuto idee e intuizioni che precorrevano i tempi e che hanno il potere di cambiare il futuro di tante persone, di tanti bambini. Intuizioni che non derivano da teorie astratte o da «wishful thinking», da pii desideri.

Sono invece idee solide, sviluppate con metodo scientifico, sperimentando e…

…osservando, come fanno oggi tutte le maestre Montessori.

Mi fanno ridere i detrattori del metodo che dicono che non è scientifico perché Maria Montessori non ha prodotto tabelle, grafici o test statistici. Chi parla così non sa cosa vuol dire metodo scientifico e non capisce che stiamo parlando della fine dell’ottocento.

Ma comunque c’è oggi chi sta riprendendo una a una le idee montessoriane sottoponendole a test e corroborandole con riferimenti a studi scientifici…

Il sito del libro di Angeline Lillard: Montessori The Science Behind the Genius (in inglese).

…con gruppi di controllo e test statistici.

L’articolo pubblicato su Science: “Evaluating Montessori Education” di Angeline Lillard e Nicole Else-Quest e la sua traduzione in italiano.
Può anche essere interessante leggere lo studio degli effetti delle scuole alternative fatto da Higher Education (March 2010, Volume 59, Issue 3, pp 353-366) sulla risposta degli studenti alle esigenze della vita scolastica quando passano alle superiori. Non è specifico per le scuole Montessori, ma comunque le conclusioni sono interessanti. In sintesi: da qualsiasi punto lo si guardi, gli studenti delle scuole alternative si adattano meglio degli altri all’educazione superiore.

Oppure il lavoro della dott.ssa Donatella Pecori che, con il suo approccio etologico, raccoglie dati che sostanziano tante idee Montessori, come quella di “normalizzazione”. E strada facendo pubblica pure grafici a volontà.

Un assaggio dell’approccio etologico: Bambini “al naturale” come e dove osservarli. RISCOPRIRE MONTESSORI IN CHIAVE ETOLOGICA.

Perciò questa sera, da scienziato a scienziato, voglio presentarvi alcuni esempi della solida base scientifica di quello che potete vedrete in una Casa dei Bambini o in una scuola primaria Montessori.

Il primo aspetto riguarda il pensare con le mani, tipico di tutti i bambini, ma non solo, direi di tutti gli esseri umani.

Quando il mio collega John ha creato questa visualizzazione, per prima cosa ha dovuto immaginare come funziona quel tipo di turbina, poi ha dovuto manipolare i dati disponibili nella sua mente fino a capire come poterli rendere visibili a video.

Anche in un’attività astratta come scrivere un programma per un supercalcolatore del CSCS bisogna lavorare tantissimo di immaginazione: immaginare come i dati sono collegati tra loro come nel grafo in basso, immaginare come vanno in esecuzione e come interagiscono le varie parti del programma e così via.

Alla stessa maniera al CSCS, o in qualunque altro istituto di ricerca, potete vedere tanti seri scienziati che scarabocchiano lavagne e gesticolano come matti. Che cosa stanno facendo? Stanno materializzando idee astratte.

Per esempio questo è quello che rimane dopo una discussione col mio capo riguardo al progetto su cui sto lavorando. Quindi è la capacità di immaginare, di manipolare immagini nella mente, di rendere concreta l’astrazione che è importante per creare.

Anche io non sono immune dal disegnare figure nell’aria mentre cerco di trasmettere qualche concetto astratto. Mi conforta però sapere che gesticolare è importante per la creatività e il pensiero, tanto che Vygotskij diceva che la scrittura non è altro che gesticolare solidificato.

Il laboratorio della prof.ssa Susan Goldin-Meadow si concentra proprio sullo studio del gesticolare come aiuto al pensiero.

Il collegamento stretto tra movimento della mano e pensiero è ancor più evidente nelle Mind Maps in cui il disegnare rami collegati a concetti aiuta sia a prendere appunti, sia a creare.

Per esempio, ecco cosa ho visto disegnare da un ragazzo del pubblico durante una delle mie conferenze. C’è tutto, condensato in un foglio.

Tra l’altro non è qualcosa che deve essere limitato agli adulti; ecco qui per esempio una mappa mentale creata da un bambino di terza elementare.

Ed ecco che si capisce questa frase di Maria Montessori.

Tanto che una teoria della psicologia cognitiva, chiamata «embodied cognition» ovvero cognizione incarnata, riflette la tesi secondo cui il sistema motorio influenza la nostra cognizione, proprio come la mente influenza le azioni del corpo. Ancora una volta lei c’era arrivata cento anni fa.

E allora ben vengano le manipolazioni degli incastri che si fanno alla Casa dei Bambini. Non da ultimo perché la manipolazione di immagini e modelli nella nostra mente avviene proprio come se manipolassimo oggetti con le mani.

Pensando all’influenza del corpo e del movimento delle mani qui abbiamo un doppio vantaggio: vedo la formula matematica e uso il movimento per smontare e rimontare la formula. Alla fine certo che me la ricorderò!

Oppure le aste numeriche, che i bambini imparano a prendere dalle estremità, danno loro il senso di quanto è lungo un metro o venti centimetri.

A proposito, c’è chi dice che le maestre Montessori sono troppo rigide nell’esigere che i materiali siano utilizzati in una specifica maniera. Ma proprio questo mette in luce come siano scientifiche le basi su cui si fondano questi materiali. Ecco, se fosse permesso prendere le aste numeriche al centro con una mano che cosa trasmetterebbero? Il peso. E il bambino assocerebbe il numero al peso invece che alla lunghezza.

Riprendiamo a parlare di immagini mentali. Bene, anche i bambini creano immagini mentali di concetti astratti come la linea dei numeri.

Questo studio lo dimostra e mostra anche un altro fatto. Questa linea non è uniforme, ma più rada all’inizio e affastellata alla fine. I ricercatori hanno dimostrato che più questa linea diviene uniforme, più aumenta nei bambini la capacità di memorizzare numeri.

Guarda caso la catena del mille viene etichettata prima ogni unità, poi ogni decina, poi ogni centinaia. Così si aiuta a uniformare l’immagine mentale della linea dei numeri. Un caso? Non direi. Maria Montessori c’era arrivata cento anni fa.

Veniamo ora a un altro aspetto: il sapere.

La scuola ci ha abituati a un sapere a silos: le materie sono separate, i libri sono rigorosamente specializzati, con una gerarchia anche d’importanza tra di loro.

Invece nella realtà il sapere è interconnesso e interrelato: niente aree rigorosamente divise, niente gerarchie. Tutti i saperi sono interconnessi, si possono costruire ponti tra di loro, si possono mischiare e integrare.

Vannevar Bush, un altro visionario, parlava proprio di questo nel suo famoso articolo del 1945: “As We May Think”. Se vi capita di leggerlo, non fermatevi ai dettagli costruttivi del suo Memex che oggi ci sembrano così ingenui, riflettete invece sull’idea di fondo. Dice infatti Bush: “La mente umana […] agisce per associazione. Con un elemento in pugno, si attacca immediatamente al successivo che le viene suggerito dall’associazione di pensieri, in base a qualche intricata rete di percorsi creati dalle cellule del cervello.”

Quello che l’articolo propone avviene spesso nella scienza, le scoperte più interessanti avvengono proprio quando la mente associa e mescola discipline differenti.

Come ha fatto questo professore che ha mescolato zoologia, biologia e scienza dei materiali prendendo idee dalle zampe del geco e creando un adesivo super-resistente e riutilizzabile, proprio come le zampe dell’animaletto che riescono a sostenerlo a testa in giù sul soffitto.

Le ricerche del Prof. Stanislav Gorb.

Oppure questa società, produttrice di turbine eoliche, che ha preso spunto dalla struttura delle pinne delle balene, e ha creato delle pale da turbina molto più efficienti di quelle tradizionali.

Sito della WhalePower Corporation.

Oppure Andrew Wiles che ha dimostrato il teorema di Fermat, che resisteva a ogni attacco da 358 anni, collegando campi lontanissimi della matematica.

Ma questi approcci multidisciplinari non divengono naturali dall’oggi al domani. Bisogna imparare fin da piccoli a integrare e collegare.

Non solo, voglio sottolineare anche che per integrare e collegare non servono badilate di nozioni. Serve qualcos’altro. Come è successo a Amelia Fraser-McKelvie che in 90 giorni di stage ha individuato una parte della massa mancante dell’universo a cui gli astrofisici di lunga data non avevano pensato. Ha potuto farlo perché ha affrontato un problema ben noto da un punto di vista differente.

Che dire quindi dell’Educazione Cosmica? Mette i bambini in condizione, appunto, di scoprire come tutto sia interconnesso: sistema solare e biosfera, evoluzione dei viventi e cultura, geografia e storia umana, scoperte e invenzioni.

È un modo di apprendere che va contro il pensiero corrente, cioè che l’apprendimento avvenga in maniera lineare, un argomento dopo l’altro.

È logico pensarla così se si considera l’allievo un vaso vuoto da riempire.

Montessori dice invece che l’apprendimento avviene per piani, per argomenti correlati.

A un incontro formativo un genitore chiedeva a cosa servisse il materiale multibase in matematica. A parte il fatto che non tutto quello che si apprende deve servire immediatamente, ogni argomento allarga il piano, crea appigli cui altri argomenti si potranno agganciare.

Possiamo dire che questo fa vedere ancora una volta come Maria Montessori avesse ben presente il funzionamento della mente già cento anni fa?

L’apprendimento, l’acquisire conoscenze avviene proprio così quando navighiamo sulWeb (ecco qui una piccola porzione della sua struttura).

Non parliamo sempre del Web come fosse la sentina di tutti i vizi! Consideriamolo invece il luogo (virtuale) dove possiamo scoprire collegamenti tra saperi, dove ci possiamo muovere per piani tra argomenti che ci interessano. Tessendo così quella tela di ragno (spider-Web, appunto) che interconnette i saperi costruendo ponti tra di loro, mischiando e integrando.

La scuola Montessori, con le sue classi aperte insegna a non creare silos, a non avere paura del diverso, anche se limitato al sapere. Ecco che dove si usano materiali sensoriali, e perciò visibili, la comunicazione trasversale attraverso le età viene aiutata e facilitata.

E dove i più piccoli non hanno paura di presentare il loro lavoro ai più grandi.

Dove non si ha paura di spiegare e rispiegare la radice quadrata a un adulto che fa fatica a capire.

A proposito, vi incoraggio caldamente ad ascoltare le conversazioni organizzate da TED — ideas worth spreading. Gli argomenti sono sempre interessantissimi e l’unica regola cui devono sottostare i relatori è quella di contenere la presentazione in 18 minuti. Per apprezzarle non c’è nemmeno il problema della lingua: per molte presentazioni ci sono i sottotitoli e la trascrizione in italiano.

Parlavo di bambini che non hanno paura di presentare il loro lavoro agli adulti. Allora guardatevi la presentazione di Adora Svitak: “Cosa possono imparare gli adulti dai bambini”. Certo, è una bambina prodigio, ma quello che dice è molto pertinente e, secondo me, in linea con l’idea montessoriana che i bambini saranno la salvezza dell’umanità. Nelle parole di Maria Montessori: “Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo” (Educazione per un mondo nuovo).

Tutto questo ci porta ad analizzare il senso della comunità.

Non esiste più lo scienziato isolato che pensa, solo, nella sua torre d’avorio. Oggi alcune collaborazioni scientifiche contano centinaia di ricercatori che lavorano assieme allo stesso esperimento.

Anche il mio articolo su Nature è il risultato dalla collaborazione di tre distinti gruppi, nove persone di quattro nazionalità diverse.

Questa è solo la punta dell’iceberg di quello che si intende con comunità scientifica.

L’articolo di Nature: Transparent dense sodium.

È sempre uno scambiarsi dati ed esperienze, condividere conoscenze…

…spesso in maniera informale. Senza banchi e cattedre questo modo di interagire molto spesso è più efficace delle presentazioni ufficiali.

Ma non si imparerà a creare una comunità se ognuno è costretto nel suo banco, senza nemmeno guardarsi, anzi isolati nella competizione per avere i voti più alti. Invece in una scuola Montessori non si creano inutili barriere, la comunità, il senso di appartenenza si apprende naturalmente.

E si collabora e si impara a portare in ogni gruppo un certo modo di lavorare e di porsi.

In fin dei conti la famosa vignetta non è lontana dalla realtà.

E così sorrido quando leggo che a Harvard il prof. Eric Mazur ha scoperto il “peer learning” l’apprendere fra pari. Interessante, ma ci è arrivato con cento anni di ritardo.

Tra l’altro ho trovato in un blog che nelle scuole inglesi vige il detto: “ask three before me” cioè prima di dire non lo so fare e chiedere alla maestra, chiedi prima a te stesso (ovvero pensaci bene!) e ad almeno due altri compagni. Insomma l’apprendere fra pari non è una scoperta recente.

Harvard Magazine: Twilight of the Lecture.

Sembra invece che la scuola italiana stia andando esattamente in direzione opposta. Ogni bambino isolato con il suo tablet. E non sto parlando di socializzazione. Sto parlando di “peer learning”, di collaborazione, di aiuto reciproco. Già questa foto mostra un certo bilanciamento tra lavoro in isolamento e lavoro assieme (sullo sfondo). Ma anche da esterno al campo, alcune cose su cui sento discutere insegnanti ed esperti di apprendimento mi fanno drizzare i capelli.

Non occorre però andare tanto lontano. Basta pensare che ciò che a scuola viene chiamato copiare, fuori viene chamato collaborare.

Un altro aspetto unico delle scuole Montessori e delle comunità scientifiche è l’assenza di premi e punizioni come meccanismi per motivare lo studente o lo scienziato.

Ecco una scena che non vedrete mai in una scuola Montessori: premi, stelline, voti e diplomi…

Nei suoi libri Maria Montessori ritorna più e più volte su questo tema. Per lei lodare, punire o correggere errori sono perdite di tempo e un’interferenza col lavoro del bambino. Di più, è inutile perché non aggiunge nulla a ciò che il bambino già sa. Scrive infatti: “Se dite a uno scolaro che non sa fare una cosa, vi potrà facilmente rispondere: “Perché me lo dici, lo so già!” Questa non è correzione, ma presentazione dei fatti”.

Ma ancora una volta ho visto come queste sue idee sono validate da ricerche scientifiche. Al MIT hanno svolto una ricerca per capire che cosa realmente ci motiva. Hanno sottoposto a un gruppo di studenti una serie di problemi e li hanno motivati con del denaro: poco o tanto in base al rendimento.

Il risultato è stato inaspettato. Se il compito richiedeva sforzo fisico, allora più denaro motivava un maggior rendimento. Ma se il compito richiedeva appena una qualche attività cognitiva, allora una maggiore ricompensa otteneva risultati peggiori.

Drive: The surprising truth about what motivates us.

Nel mio campo si tende a utilizzare i cosiddetti software FOSS (Free, Open Source Software). Software anche molto complessi e raffinati sviluppati da persone che non sono pagate per farlo, ma programmano perché gli va. Che cosa motiva allora questa gente? Non certo il denaro, i voti o le stelline sul quaderno.

Le vere motivazioni che spingono queste persone le troviamo più avanti nel filmato e sono:

  1. Autonomia. Sono io che scelgo cosa fare
  2. Maestria. Lo faccio perché lo so fare e lo so fare bene
  3. Scopo. Mi impegno perché voglio produrre qualcosa, imparare qualcosa, costruire qualcosa.

Non vi colpisce il fatto che queste stesse motivazioni le troviamo in ogni scuola Montessori? Io scelgo il materiale che voglio usare. Lo uso perché so usarlo e so che posso misurarmi con esso. Lo uso perché so che ogni materiale ha uno scopo e non è un mero passatempo.

Ancora una volta le basi scientifiche della motivazione Maria Montessori le aveva individuate correttamente cento anni fa.

E infine un aspetto che colpisce molto chi visita per la prima volta una scuola, una Casa dei Bambini o un Nido Montessori: il silenzio e la concentrazione.

Se poi avete visitato una scuola tradizionale, il contrasto è ancora più evidente. Ma come mai sono così concentrati?

Sono concentrati sia in un lavoro di incastri, sia nelle attività di vita pratica. In tutti i casi c’è la stessa concentrazione, lo stesso piacere, la stessa voglia di arrivare in fondo al lavoro senza distrazioni.

È un fenomeno che è stato studiato estesamente e sperimentalmente dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi che ha anche attribuito un nome a questo stato di concentrazione profonda e piacevole. L’ha chiamato “Flow”.

Mentre sono in questo stato, le persone sperimentano:

  • Attenzione estrema sul compito da svolgere.
  • Un senso di controllo attivo.
  • La fusione di azione e consapevolezza.
  • La perdita della coscienza di sé.
  • Una distorsione dell’esperienza del tempo.
  • L’esecuzione del compito come unica giustificazione necessaria per continuarlo.

Csíkszentmihályi ha stabilito quali siano le condizioni necessarie affinché si potesse entrare in “Flow”. La prima è che il lavoro, rispetto alle proprie capacità, non deve essere né troppo facile, che porta alla noia, né troppo difficile, che porta allo scoraggiamento.

Mia moglie, per la sua tesi di laurea, ha dedicato molto tempo a fare osservazione al Nido e alla Casa dei Bambini. E ha riscontrato nei fatti l’influsso di questa e delle altre condizioni. Ma di questo ve ne parlerà lei più tardi.

Un’altra condizione per far scattare il “Flow” è che l’attività abbia obiettivi concreti e norme gestibili. E ancora una volta vedo questo presente in ogni scuola Montessori.

Non da ultimo l’attività deve dare un feedback chiaro e tempestivo sulle prestazioni e la realizzazione dell’obiettivo.

Ancora una volta questa condizione la vedo realizzata nei lavori proposti dal Nido alla Scuola Primaria Montessori. In questa foto Davide sta infilando perline in un filo della lunghezza giusta. Sa così immediatamente quanto manca a terminare il lavoro. E non ci sono perline in eccesso che lo distraggono.

Ancora una volta un’idea di Maria Montessori che precorre i tempi.

Un allievo di Mihály Csíkszentmihályi, Kevin Rathunde, ha studiato proprio questo, come in un ambiente Montessori il “Flow” nasca spontaneo.

A parte il tema, all’inizio dell’articolo c’è una premessa interessante in cui invita ad approfondire tante intuizioni montessoriane che ancora oggi non sono state studiate a dovere.

Montessori education and optimal experience: a framework for new research.

Come lui, anche altri scienziati si stanno accorgendo della modernità delle idee di Maria Montessori e di come queste abbiano precorso i tempi. In un certo senso questi scienziati stanno continuando il lavoro della Dottoressa approfondendo quello che lei aveva magari soltanto intuito.

Montessori Education and Brain Development: New research validates 100-year-old method.

Sicuro qualche irriducibile mi dirà ora: ma dov’è la modernità delle scuole Montessori? È grasso che cola se c’è un computer in un angolo…

A parte il fatto che un tablet in classe non fa scuola digitale e che tecnologia non significa automaticamente migliore apprendimento, questi signori devono spiegarmi…

… come mai i pezzi grossi delle aziende tecnologiche della Silicon Valley mandano i loro figli a scuole come queste, dove ogni tecnologia è bandita? Qui non stiamo parlando di Montessori, siamo in ambito Steineriano, e non stiamo parlando di pedagogia, ma di filosofia.

Notare il sottile gioco di parole dove desktop indica sia il piano del tavolo, sia il computer fisso.

Nelle scuole Montessori invece la tecnologia non è bandita per principio, ma viene utilizzata come un materiale in più. È però interessante notare che…

…alla scuola di mio figlio si faceva la fila per utilizzare questa macchina da scrivere. I ragazzini che la utilizzavano non erano certo degli ignoranti in fatto di tecnologia e non erano stati sottoposti a nessun lavaggio del cervello. C’era qualcos’altro che li attirava. Forse il vedere che la pressione di un tasto effettivamente genera delle azioni che alla fine imprimono la lettera sulla carta. In un computer invece questa visibilità manca.

Chiudendo questa parentesi, voglio ripetere che la tecnologia di per sé non è sinonimo di modernità, né garanzia di migliore apprendimento. Sono le idee ed eventualmente i principi che sottostanno all’uso della tecnologia che devono essere giudicati per la loro modernità ed efficacia.

E poi ho provato a chiedere a Grazia Honegger Fresco, allieva diretta di Maria Montessori, come la Dottoressa avrebbe considerato la tecnologia se fosse vissuta oggi. «Non dimentichiamoci che Maria Montessori era una donna dell’ottocento. Era però molto curiosa, avrebbe sicuramente provato e studiato che cosa si poteva fare con computer e reti sociali. Curiosa ma concreta. Avrebbe usato questi materiali secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via»

In un certo senso sta a noi continuare il suo lavoro nello stesso spirito, senza stravolgerlo.

A questo punto, invece di discutere di tecnologia, domandiamoci che cosa vogliamo divengano i nostri figli. Vogliamo degli aggiornati “schiaccia-bottoni” o delle teste pensanti?

Vogliamo delle teste piene di nozioni, che tra l’altro divengono obsolete rapidamente, oppure delle teste che sappiano immaginare, mescolare i saperi, collaborare e condividere?

Per quel che mi riguarda, quello che reputo importante, lo indicava Edgar Morin nel titolo di un suo libro…

…riprendendo quello che scriveva Montaigne a metà del 1500: “…che avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena”.

E questa attenzione a formare “teste ben fatte” io l’ho trovata nelle scuole Montessori. E l’ho trovata in quello che una visionaria di cento anni fa aveva visto, studiato e sperimentato.

Grazie per l’attenzione!