Mario Valle Web

Silos di parole o arcipelago di immagini?

Interagendo con gli scienziati e i ricercatori che utilizzano i servizi del Centro Svizzero di Calcolo Scientifico dove lavoro, mi sono accorto che alcuni modi di acquisire conoscenza o di far nascere nuove idee comuni in questo mondo, sono invece relegati in secondo piano o addirittura guardati con sospetto nella vita di tutti i giorni.

Per esempio le immagini, spesso demonizzate o subordinate alla parola scritta, sono per il ricercatore un mezzo potente per conoscere a fondo ciò che sta studiando. Perché questo è il fine ultimo del suo lavoro, non l’acquisizione di enormi quantità di dati numerici. Nel farlo non si ferma a ciò che l’intelletto può dargli, ma recluta tutte le sue facoltà percettive e le loro capacità innate per trovare la conoscenza che questi numeri nascondono. Ed ecco che la scuola ha l’opportunità di aiutare i futuri scienziati insegnando loro, non solo a disegnare e pitturare, ma soprattutto a guardare.

Nel mondo scientifico si dice che le migliori scoperte avvengano sul confine tra discipline differenti, mescolando conoscenze spesso slegate tra loro senza creare inutili silos e barriere. Anche qui la scuola ha un ruolo fondamentale da svolgere perché un ricercatore non riuscirà a interallacciare saperi differenti se non vi è abituato fin da piccolo.

Alla fine dei conti, se dovessi scegliere con chi lavorare, vorrei che i miei colleghi avessero queste capacità, più che una testa piena di nozioni, fatti e numeri.

Il relatore

Mario Valle aiuta ricercatori e scienziati a estrarre il significato nascosto nei numeri prodotti in quantità dai supercomputer del Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS). Aiuto e collaborazione che lo hanno portato a prendere parte a studi e ricerche nei campi più disparati e i cui risultati ha riportato e condiviso in circa 30 pubblicazioni.

Prima di approdare al CSCS nel 2003 ha lavorato all’Advanced Visual System (AVS), dove ha scoperto l’efficacia della visualizzazione per rendere visibile l’invisibile nascosto nei numeri e alla Digital Equipment (DEC) dove ha studiato e creato strumenti per usare al meglio la potenza dei computer. Ancor prima, quando i calcolatori usavano ancora le schede perforate, si è laureato in ingegneria elettronica presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Ma non ci sono solo scienza e numeri. Tramite suo figlio, che ha frequentato una scuola Montessori, è arrivato a scoprire come due mondi apparentemente distanti, quello del progetto Montessori e quello del centro di calcolo, in realtà abbiano molti, interessanti punti di contatto. Quando può, contribuisce con le sue riflessioni su questi temi alle attività di AMITE e di varie scuole, Montessori e non.

La presentazione

La presentazione si è tenuta il 5 ottobre 2012 alle 16.00 al Teatro Era di Pontedera (Pisa) nell’ambito del ciclo di conferenze “Al Caffè della Scuola”.

Silos di parole o arcipelago di immagini?

Buongiorno!

Innanzitutto grazie per l’invito e grazie per l’opportunità che mi avete offerto oggi di conoscere e imparare qualcosa di nuovo.

Se una mattina vi chiedessero di tenere una lezione sull’Aye-Aye del Madagascar o un’altra bellezza simile, come reagireste? Stupore? Panico?

Ecco, una richiesta del genere mi arriva con allarmante frequenza al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico dove lavoro. Le richieste che ricevo non sono per conferenze di zoologia, ma per sviluppare progetti che si situano alle frontiere della scienza.

Perché nell’immensa sala macchine del centro…

…sono ospitati alcuni dei più potenti calcolatori del mondo utilizzati da schiere di scienziati per i loro studi e ricerche.

Come ad esempio Monte Rosa, qui mostrato durante il trasloco nella nuova sede, che per ora è il 57º al mondo.

Ma non sono qui per parlarvi di supercalcolatori e nemmeno…

Nella classifica Top500 di giugno 2012 Monte Rosa è al 57º posto.

…per spacciarmi per pedagogista.

In sala c’è più conoscenza pedagogica ed esperienza su come funziona la mente umana di quanta possa vantarne io, che nella vita professionale non ho a che fare con ragazzi e allievi, ma con macchine, numeri, programmi e scienziati.

Sono qui perché non c’è solo scienza nella mia vita. Ho un figlio…

…che ha frequentato la scuola Montessori, e che per sei anni mi ha stupito con i racconti di quello che faceva lì a scuola e mi ha spinto a conoscere, approfondire e, alla fine, investigare…

…i tanti paralleli che via via trovavo fra il mio lavoro al centro di calcolo e le proposte montessoriane.

E poi, come se non bastasse, ho pure una moglie insegnante di scuola primaria statale.

Se volete saperne di più su questi paralleli, c’è un mio articolo sul Quaderno Montessori n. 100.

Così, circondato da tutti i lati, senza possibilità di fuga, ho ascoltato i loro racconti di esperienze così vicine, ma così differenti, e mi sono posto delle domande.

Mi sono chiesto: perché ci sono maniere di trasmettere la conoscenza che sono naturali nell’ambiente scientifico e che non lo sono invece a scuola? Perché le strategie per affrontare il…

…sovraccarico di dati e informazioni usate dagli scienziati che mi circondano non sono conosciute e utilizzate anche nella vita quotidiana?

Ecco, per abbozzare una risposta provo a iniziare da qui.

Al CSCS produciamo montagne di numeri, tonnellate di dati.

Tanto che si parla di “drinking from a firehose” bere dall’idrante dei pompieri. Complicato, pericoloso e inutile. Piuttosto che focalizzarsi sulle quantità, fissiamoci sullo scopo, sul perché.

Lo scopo dei ricercatori che calcolano sulle nostre macchine non è produrre numeri. Come insisteva cinquant’anni fa Richard Hamming, un grande matematico i cui lavori hanno avuto enormi implicazioni per la computer science e le telecomunicazioni…

…scopo del calcolo è la comprensione, il fare scoperte, non i numeri. I numeri e i calcolatori che li producono sono solo un mezzo. I numeri (o se preferite dati e informazioni) di per sé sono inutili.

Come leggere la pagina delle quotazioni di borsa non fa di me un grande investitore e neppure mi fa guadagnare milioni all’istante.

Bisogna trasformare questi freddi numeri in qualcos’altro, in conoscenza e poi in azione.

Lo stesso accade troppo spesso anche nelle aule scolastiche. Ci sono insegnanti che, purtroppo, presentano fatti storici, teoremi e regole grammaticali alla stregua di listini di borsa. E poi si lamentano che non rimane nulla in quelle testoline.

Per fortuna possiamo ricorrere a un aiuto di cui spesso siamo inconsapevoli.

Un popolare modello della mente ci ricorda che nella nostra testa non abbiamo solo la parte razionale e analitica. Abbiamo anche una parte capace di intuizione, di collegare informazioni differenti e soprattutto capace di trovare schemi e strutture in tutto ciò che le capita a tiro.

Insomma, abbiamo un supercomputer giusto dietro i nostri occhi. E allora perché non usarlo per fronteggiare il diluvio di informazioni e di numeri che rischia di sommergerci?

Un supercomputer addestrato da milioni di anni di sopravvivenza difficile, quando era vitale per arrivare all’ora di cena individuare predatori a malapena visibili riuscendo a distinguere a colpo d’occhio le ombre dalle macchie del manto di un felino.

Oggi non dobbiamo più sfuggire ai predatori, ma riusciamo ancora a vedere strutture e regolarità attorno a noi immediatamente e senza sforzo razionale.

Purtroppo però sono pochi i fenomeni del mondo fisico che possiamo vedere con i nostri occhi. I miei scienziati lo sanno bene.

La maggior parte sono troppo grandi, troppo piccoli, troppo astratti oppure totalmente al di fuori delle nostre capacità percettive e della nostra intuizione sensoriale per essere colti direttamente.

Ma se questi fenomeni, trasformati in numeri o simulati nel laboratorio virtuale che è un supercomputer, vengono tradotti in immagini, in configurazioni geometriche, allora possiamo applicar loro la nostra capacità di ragionamento spaziale e di percezione visiva per cogliere quasi senza sforzo andamenti, correlazioni, strutture, valori devianti, e così via.

Ed è questo ciò che faccio di lavoro. Prendo i numeri prodotti al centro di calcolo e li trasformo in immagini o, come si dice, li visualizzo per aiutare i ricercatori a comprendere i risultati dei loro calcoli e simulazioni e per scoprire, magari, qualcosa di inaspettato.

Come in questa animazione dei venti sull’Europa che mostra delle strutture altrimenti invisibili in animazioni più tradizionali.

Oppure lo scienziato del Politecnico di Zurigo che studia il magnetismo terrestre vuole vedere come questo si invertirà nei prossimi 10.000 anni. Certo, vedere con i propri occhi come questo possa avvenire, richiede non solo di rendere concreti i numeri, ma anche di rendere visibile il campo magnetico, che normalmente non riusciamo a percepire.

Anche oggetti a nostra misura, come una turbina idroelettrica Pelton, possono essere simulati per comprenderne e migliorarne il funzionamento. E i risultati sono visualizzati per capire il movimento dell’acqua sulle palette prima ancora di aver costruito un prototipo fisico.

Via via muovendosi verso dimensioni immense troviamo studiosi che simulano e visualizzano la creazione delle galassie…

…o addirittura che fanno esplodere stelle nella tranquillità del loro ufficio.

In tutti questi esempi di visualizzazioni create al CSCS, è in azione lo stesso meccanismo. Per capirlo ricorriamo a un esempio.

Questa tabella riporta una serie di dati. Oggettivi ma limitati. Usando questa lista è difficile rispondere a una qualsiasi domanda che vada oltre trovare il valore minimo o massimo. E poi non stimola nuove e inaspettate idee.

Certo, così si possono conoscere i dati con grande precisione, ma non è questo il punto.

Ma appena questi numeri li organizziamo su un grafico, li rendiamo visibili…

…notiamo immediatamente delle correlazioni, peraltro ovvie, tra reddito pro-capite e percentuale di laureati. Non dobbiamo nemmeno sforzarci di ragionare, la relazione ci balza all’occhio così chiaramente che non possiamo non vederla.

Ma la cosa più interessante sono questi punti, queste anomalie. Se una visualizzazione è fatta bene ci spinge naturalmente a porci delle domande, ad andare oltre quello che già conosciamo.

In questo caso perché il dato del Nevada è lì? Perché tanto reddito con poca istruzione superiore? Pensandoci su possiamo ipotizzare che è così perché per gestire un Casinò non serve una laurea, ma si guadagna bene. Un tantino più difficile è capire i dati dello Utah e del Nord Dakota. Come si dice nei libri di testo, questo è lasciato come esercizio al lettore…

L’idea di rendere visibile l’invisibile nascosto nei numeri e nei concetti astratti, l’ho vista messa in pratica nella scuola di mio figlio, dove si rende visibile quanto è lungo il 1000.

O dall’insegnante che materializza la linea dei numeri con i suoi allievi di prima.

Possiamo sorridere e dire che in queste scuole si mettono a fare giochetti invece di studiare seriamente. Ma se andiamo oltre la prima impressione, vediamo che questi bambini creano la linea dei numeri con tutto il corpo, non solo con la testa. Rendono visibile e percepibile un concetto astratto come la linea dei numeri con le sue relazioni di ordine e la sua organizzazione.

Tra l’altro rendendo i numeri visibili e sperimentabili con i sensi, errori come quello fotografato qui vengono corretti dallo stesso allievo che si accorge che qualcosa non va non con la testa, ma con gli occhi. Perché un cento è più di un dieci e quindi è ovvio che è nell’ordine sbagliato.

Passare dalle astrazioni alla concretezza dei sensi non è monopolio di un metodo specifico, è lo stesso principio che viene reso concreto in materiali e metodi differenti, come qui nella “Linea del Venti” del metodo analogico di Camillo Bortolato.

La stessa idea si applica anche a concetti più astratti, materializzando l’astrazione di un teorema, per esempio quello di Pitagora.

Ma perché le immagini funzionano? Che cosa possiamo imparare dalla loro efficacia nel trasmettere conoscenze spesso astratte?

Certo, qualcuno può liquidare l’intera faccenda citandomi il proverbio “Un’immagine vale mille parole”, ma ignora che…

…il proverbio è un falso.

È stato, infatti, creato da un pubblicitario per reclamizzare i suoi servizi. Servizi che consistevano nel creare pannelli pubblicitari illustrati per attirare l’attenzione. Fred Barnard, infatti, era convinto che più che il contenuto informativo delle immagini, fosse fondamentale la loro capacità di attrarre l’attenzione.

Sì, perché la prima caratteristica delle immagini è proprio quella di attrarre fortemente e istantaneamente l’attenzione, come succede qui, a scapito di altre forme di comunicazione.

Ma non è l’unica caratteristica.

Le immagini sono potenzialmente cross culturali.

Poiché questa comunicazione non è mediata dal linguaggio, può essere compresa da un’ampia gamma di utilizzatori, anche analfabeti. Le istruzioni di installazione senza parole che vedete qui sono un ottimo esempio, come lo sono le istruzioni dei mobili IKEA e le icone che ci guidano in aeroporto.

Ancora, siccome non si appoggiano sulle capacità linguistiche del fruitore, le immagini sono comprensibili anche ai bambini piccoli.

A proposito. A quanto è stato venduto Presenter a Microsoft?

Ecco, senza tante parole abbiamo capito — sperimentato! — la potenza delle immagini. Ora sta a noi utilizzare questo potere per trasmettere conoscenza.

Tranquillizzatevi, l’immagine è un fotomontaggio, nessun gattino ha sofferto per le urla di Howard Dean.

Per esempio, se volessimo spiegare a qualcuno che cos’è l’insieme di Mandelbrot, invece di affidarci alla parola come viene fatto in questa descrizione verbale…

…trasformiamo la descrizione in un’immagine. Quando ci viene presentato un nuovo fatto o concetto, il cervello deve comunque crearsi un modello mentale per capire. Modello che di solito è visivo. Quindi, se gli presentiamo direttamente un’immagine non deve investire energie per decodificare parole e trasformarle, appunto, in un’immagine mentale.

Così funziona la visualizzazione che facciamo al CSCS. In questo filmato, basato sui risultati di una simulazione, viene reso visibile il comportamento della proteina precursore dell’Alzheimer che tesse le sue mortali fibrille che uccideranno i neuroni. Pensate come sarebbe stato difficile per la ricercatrice descrivere a parole quello che vedete qui.

Apro una piccola parentesi. Lo so che ci sono svariati stili di apprendimento, che alcune persone sono più visuali e altre più uditive e che al riguardo il cervello maschile e quello femminile si comportano in maniera differente. Ma posso parlarvi solo di ciò che conosco e che ho sperimentato in prima persona. E, appunto, queste differenze non le ho mai notate, magari perché la scienza agisce da livellatore ed è in questo ambiente che mi muovo. Ora torniamo però al discorso principale.

Nella mia esperienza ho visto che non solo i numeri devono essere resi concreti e visibili. Anche le idee devono essere ancorate a qualcosa di tangibile affinché non sfuggano e ci si possa ragionare su.

Non solo, ci sono studi che dimostrano come il gesticolare sia importante per la creatività e il pensiero. Tant’è che Vygotskij affermava che la scrittura non è altro che gesticolare solidificato.

È questo il motivo per cui al CSCS, o comunque nel mondo scientifico, capita di vedere tanti seri scienziati che scarabocchiano lavagne e gesticolano quando parlano delle idee che hanno per la testa. Per esempio questo è quello che rimane dopo una discussione col mio capo riguardo al progetto su cui sto lavorando.

Conoscete certamente le mind maps, il metodo grafico per strutturare le idee, prendere appunti o stimolare la creatività.

È un metodo molto efficace appunto perché usa immagini, disegni, colori e strutture grafiche per dare corpo e ancorare idee e concetti astratti. Non solo, anche il semplice fatto di muovere dei muscoli per disegnare e scrivere stimola quella memoria muscolare di cui siamo dotati e che spesso trascuriamo.

Non pensiate che le mind maps siano uno strumento solo per adulti! Ecco qui un esempio creato da un allievo di una mia amica insegnante. Quando me ne parla le brillano gli occhi perché, dice, i miei allievi apprendono, ricordano e si divertono pure.

Forse non ci è mai venuto in mente che possiamo usare le immagini come mappa per organizzare la conoscenza in un certo ambito fornendo appigli cui agganciare concetti più astratti.

The Land of Knowledge by Marian Bantjes

Una mappa delle conoscenze ci aiuta nella stessa maniera in cui una carta topografica ci aiuta organizzando le conoscenze che abbiamo su una certa area geografica. Ci fornisce una visione d’assieme, ci permette di scendere nei dettagli o di vedere come un’entità è in relazione con le altre e con lo spazio circostante.

Queste caratteristiche ci fanno capire come un’immagine aerea, come quelle di Google Maps, non può assolvere la stessa funzione di una carta topografica, non fosse altro perché ci sono troppi dettagli.

Anzi, potremmo dire che qui ci sono troppi dati e poche informazioni. Lo stesso problema che citavamo all’inizio.

Ma c’è un lato oscuro delle immagini.

Il lato oscuro delle immagini che ci anestetizzano e troppo spesso ci rimbambiscono quando vegetiamo davanti alla televisione.

Il lato oscuro delle immagini che possono essere manipolate per farci credere qualunque cosa. Anche che le attrici non hanno mai la cellulite.

Ma ci caschiamo perché inconsciamente tendiamo a credere sempre e comunque alle immagini. L’immagine è bella, perciò è vera. E questo accade anche in campo scientifico.

E allora, più che demonizzare le immagini domandiamoci perché non educhiamo a vedere.

A scuola passiamo anni e anni a insegnare a dipingere e disegnare e…

…non dedichiamo altrettanto tempo e sforzo a insegnare a figli e allievi a guardare, a essere consapevoli di quello che hanno attorno. Non solo l’arte e la bellezza…

…ma anche la pubblicità.

Insegniamo loro a essere consapevoli dei sottili meccanismi di persuasione veicolati dalle immagini.

Volevo iniziare a farlo con mio figlio, e lui invece mi ha spiazzato. Un giorno se n’è uscito con: “Ma papà, perché nelle pubblicità non c’è mai nessuno triste o arrabbiato?”

Attenzione, il saper vedere, o come si dice l’avere un’alfabetizzazione visuale, serve anche a chi si occupa di trasformare i numeri in immagini con il nobile intento di renderli comprensibili.

Qual è la prima impressione che ricavate da questo semplice grafico? Che i furti siano dimezzati nell’arco di un anno, vero?

Ma se leggiamo bene il grafico, scopriamo che la scala verticale è stata accorciata.

Se invece la facciamo partire da zero la storia che il grafico racconta è totalmente differente. I furti sono diminuiti, ma di una quantità trascurabile.

Questi esempi rientrano tutti nella stessa tipologia.

Si chiama pensiero critico o semplicemente pensiero.

Prima di insegnare teorie e nozioni bisognerebbe insegnare a pensare e a porsi delle domande.

A scuola da mio figlio lo facevano con questi bigliettini. Insegnavano contemporaneamente un argomento e a leggere un brano di studio ponendosi delle domande.

Già sento qualcuno sospirare dicendo: “Se solo leggessero un buon libro…”

Credo che i ragazzi non leggano non solo perché altre proposte li attirano maggiormente, ma perché rifiutano il libro non in quanto libro, ma per quello che rappresenta. Non sono un sociologo, non pretendo di avere risposte teoricamente corrette.

Vediamo un po’. Il libro è sequenziale, il contenuto arriva da una qualche autorità, la lettura è spesso imposta e considerata un’attività sostanzialmente passiva. Non solo, il libro è spesso associato ai compiti e alla valutazione negativa per gli errori commessi.

Viceversa girare su una rete sociale o navigare nel web sono attività scelte liberamente, che permettono un’esplorazione attiva, non lineare e ramificata, in cui ognuno costruisce il suo proprio sapere senza intervento di alcuna autorità. L’errore qui non è considerato un fatto negativo, ma parte del processo di scoperta in cui si procede spesso per prove ed errori.

Tra l’altro, non è quello che diceva Vygotsky? “La conoscenza è costruita dai discenti nel tentativo di dare un significato alle loro esperienze”.

La struttura stessa del web modella questa organizzazione reticolare e connessa del sapere. E assomiglia a un cervello, un cervello collettivo dove ognuno contribuisce e accede ai saperi.

Le connessioni non sono solo tra siti commerciali, pagine di dubbia moralità o il nulla dove ammazzare il tempo. Sono anche connessioni tra saperi e tra aree diverse della conoscenza.

Ve ne rendete conto tutte le volte che partite alla ricerca di qualcosa e finite su un sito interessantissimo cui mai avreste pensato di arrivare.

Questa interconnessione tra saperi è quello che vedo attorno a me. Anzi sento dire spesso che le scoperte e le applicazioni più entusiasmanti accadono sul confine fra discipline differenti.

Per esempio una società che produce turbine eoliche ha preso un’idea dal mondo della zoologia, e precisamente dalla struttura delle pinne delle balene, e ha creato delle pale da turbina molto più efficienti. Zoologia e fluidodinamica.

Oppure il super adesivo ispirato dalle zampe dei gechi. Zoologia e scienza dei materiali.

E che dire di Andrew Wiles che ha unito campi totalmente separati della matematica per dimostrare il teorema di Fermat.

In questo mescolare i saperi e invadere campi diversi della conoscenza non è necessario essere dei geni. Anzi, a volte l’inesperienza — per non dire l’ignoranza — è d’aiuto. È successo ad Amelia Fraser-McKelvie, che in novanta giorni di stage ha individuato una parte della massa mancante dell’universo che era sfuggita agli astrofisici esperti. Forse nessuno le aveva detto che era impossibile da trovare.

Qualcosa di simile è successo anche a me. Ho contribuito a una ricerca che è stata pubblicata su Nature, prestigiosa rivista scientifica, mescolando discipline differenti, come analisi multidimensionale, visualizzazione e datamining,…

…col sapere di cristallografi teorici e sperimentali.

Si sono solo scordati di avvisarmi che nel loro campo, in cui sono abbastanza ignorante, era considerato impossibile quello che mi proponevo.

Perché queste “macedonie” di saperi funzionano?

Alla conferenza — sui generis, devo dire — TEDGlobal 2010, Matt Ridley mostrava come, nel corso della storia, il motore del progresso umano è stato spesso l’incontro e l’accoppiamento fra idee che ha generato nuove idee. Proprio come molti aspetti positivi dell’evoluzione biologica derivano dalla possibilità di mescolare i geni nell’accoppiamento.

Un controesempio? L’astronomia tolemaica era ingegnosa e precisa, anche se non del tutto esatta, ma non è mai stata utilizzata per la navigazione, perché astronomi e marinai non si incontravano e non scambiavano idee.

Oppure Richard Hamming in “You and Your Research” racconta come ai Bell Labs cercasse di sedersi a pranzo al tavolo dei ricercatori di altre discipline per imparare ogni volta qualcosa di nuovo, soprattutto sul modo come questi affrontavano i problemi di ricerca.

Come diceva lo scrittore Robert A. Heinlein: “Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente. La specializzazione va bene per gli insetti”.

Tratto da: Robert A. Heinlein: Lazarus Long, l’immortale (Time Enough for Love 1973)

Ma questi approcci multidisciplinari non si imparano dall’oggi al domani. Bisogna provare sin da piccoli a integrare, collegare e collaborare. Ma non sarà possibile se ognuno continua a essere costretto nel suo banco, senza nemmeno guardare i compagni, anzi isolato nella competizione per avere i voti più alti. Ne “La scoperta del bambino” Maria Montessori fa una critica feroce del banco. Critica purtroppo valida ancora oggi.

Isolati nei banchi e isolati tra i saperi. Anzi, non riusciamo nemmeno a immaginare un sapere che non sia a silos. A scuola le materie sono separate — materie letterarie contro materie scientifiche — e i libri sono rigorosamente specializzati…

…l’insegnamento segue una rigida sequenza da cui non si può sgarrare. Peggio di una fabbrica. Anche se mi dicono che le ore di programmazione dovrebbero servire proprio a collegare e armonizzare i saperi.

E gli allievi sono considerati vasi vuoti da riempire.

Nell’immagine: “Manchi di sapienza in alcune cose. Lasciati riempire dall’imbuto di Norimberga”.

Questo modo di procedere non tiene minimamente in conto come funziona la mente umana. Noi impariamo agganciando le nuove nozioni ai “frame”, agli schemi che già possediamo.

O viceversa facciamo fatica a integrare una nozione in contrasto con quello che già sappiamo o crediamo di sapere.

Ho visto invece che la scuola di mio figlio, con le sue classi aperte, gli ha insegnato a non creare silos.

Ecco qui un altro pregio dell’utilizzare tutto il corpo e i sensi: in una classe dove si usano materiali sensoriali, e perciò visibili, si riesce a comunicare trasversalmente attraverso le età. L’abbiamo detto prima parlando delle immagini.

In queste classi i più piccoli non hanno paura di presentare il loro lavoro ai compagni più grandi…

…e addirittura agli adulti.

In un’altra conversazione della serie TED, che vi consiglio caldamente di vedere (ha anche i sottotitoli in italiano, per cui niente scuse), Adora Svitak di dodici anni parla di quello che gli adulti possono imparare dai bambini.

Certo, tutto questo parte da insegnanti attenti a quello che serve ai loro allievi, insegnanti che mescolano un po’ tutto, come ci suggerisce il premio Nobel Richard Feynman.

Mentre una collega di mia moglie mi raccontava che a volte i professori sono molto gelosi degli appunti e degli strumenti di insegnamento. O che nello stesso istituto comprensivo gli insegnanti delle medie non parlano con quelli della primaria.

Nel mio mondo invece è sempre uno scambiarsi dati ed esperienze, condividere conoscenze, spesso…

…in maniera informale.

E allora perché a scuola non lasciamo collaborare e lavorare assieme gli studenti…

…e non lasciamo loro il tempo di far decantare e mescolare ciò che hanno appreso?

Ho sentito dire che si potrebbe tranquillamente tagliare il 90% del programma scolastico e ottenere migliori risultati.

Qui non parlo delle proposte estemporanee del mondo politico.

Per raccogliere le idee ora voglio parlarvi di un articolo famosissimo. Parlo di “As We May Think” che Vannevar Bush pubblicò nel 1945.

Lui era un tecnocrate, direttore del progetto Manhattan. Dopo la guerra si chiese che cosa si dovesse fare per ricostruire il mondo ferito dalla guerra. La sua conclusione era che all’uomo servisse più tempo per pensare e creare. A questo fine proponeva due cose. Primo, si doveva lasciare alle macchine lo svolgimento di compiti ripetitivi e meccanici come i calcoli.

In questo è stato un precursore delle applicazioni del calcolo e supercalcolo, come quelle che si fanno al CSCS.

Ma non solo, serviva un qualcosa che aiutasse la mente umana a creare. C’erano così tanti problemi da risolvere. La sua idea visionaria era creare una macchina che aiutasse a scovare connessioni tra idee e concetti…

…e che funzionasse anche come archivio e biblioteca privata. Chiamò questa macchina memex.

Questa idea è germogliata e maturata e ha portato agli attuali ipertesti, base del web.

Purtroppo, nonostante l’enorme successo indiretto, la sua idea di memoria associativa come aiuto alla creatività umana è parzialmente fallita.

Non solo perché gli aspetti commerciali hanno preso il sopravvento sul libero scambio di idee.

Ma anche perché il web attuale sta sempre più diventando un luogo in cui bisogna “fare” qualcosa, in cui bisogna essere efficienti.

Questa purtroppo è un’altra manifestazione della filosofia del successo ad ogni costo che sta prendendo piede anche nelle nostre scuole.

Invece dovremmo insegnare ai ragazzi a stare da soli, a “perdere tempo” riflettendo e pensando, a fare proprie le nozioni e conoscenze che trovano nella scuola.

Per molti invece la solitudine è un problema da risolvere. Con tutte le conseguenze che questo pensare ha sulla vita dei giovani e sui nostri giudizi sulle nuove tecnologie. Invece è ancora il “fare” che ci mette lo zampino, e chi lo ha insegnato ai ragazzi?

Se proprio si annoiano, perché non insegniamo loro a disegnare mind maps o topografie immaginarie?

Per chiudere questa chiacchierata vi svelerò il vero motivo per cui mi interessano questi discorsi sull’educazione e l’apprendimento. Un motivo se volete un po’ egoista.

Quando mi capita di dover aiutare nella selezione dei candidati per una nuova posizione lavorativa al CSCS, mi domando che tipo di persona vorrei assumere se potessi farlo liberamente. Mi domando soprattutto con che tipo di persona vorrei lavorare.

Un genio? No, il mio ufficio non è il posto adatto a un genio.

Una persona con tante nozioni, non integrate e magari appiccicate in qualche modo? Un “tuttologo”? No, nel mio campo le nozioni divengono obsolete da un anno all’altro. Preferisco una persona curiosa.

Alla fine, però, quello che reputo importante lo riassumeva già Montaigne a metà del 1500 e lo riprende Edgar Morin nel suo libro.

Meglio una testa ben fatta, che sa immaginare, mescolare i saperi, collaborare e condividere, che una testa piena di nozioni.

Meglio una testa ben fatta che pensa e crea, che una testa che sa solo quali bottoni pigiare.

Meglio una testa ben fatta che sa organizzare la conoscenza, che una testa che tutto affardella.

Riuscire a creare una testa siffatta è un compito urgente per tutti: insegnanti, educatori, genitori, studenti e per i nostri figli.

Grazie per l’attenzione!

Se volete avventurarvi a vedere qualcosa del mio lavoro, ritornate su mariovalle.name oppure scrivetemi.