Mario Valle Web

Tutta questa tecnologia...

Incontro organizzato da Tutto Ruota a Castelfranco Veneto (TV) il 18 novembre 2023.

“Una serata per riflettere insieme su media, apprendimento e benessere dei bambini”.


Buonasera e benvenuti!

Lavoro da molti anni in mezzo a questi supercomputer dopo altrettanti passati in compagnia di macchine più piccole. Sono un Computer Scientist che si è occupato per molto tempo di visualizzazione scientifica. Non sono un insegnante né un pedagogista, ma lavoro con un particolare tipo di bambini: …

… gli scienziati e i ricercatori che, come i bambini, sono curiosi, fanno domande e giocano con le idee.

Ma sono soprattutto un papà che anni fa assieme a mia moglie ha iscritto nostro figlio a una scuola Montessori. Iscrizione sulla fiducia, devo dire, perché a quel tempo io non conoscevo nulla di Montessori.

Ma vedendo Nicolò felice di andare a scuola e felice di imparare mi è venuta voglia di saperne di più. E così …

… ho iniziato a trovare molti paralleli fra il mio lavoro e quello che vedevo fare a mio figlio a scuola. Anzi se volete saperne di più su questi paralleli, c’è un mio articolo sul Quaderno Montessori n. 100. Questi studi mi hanno portato a voler condividere quello che ho imparato e che trovate sul mio sito e fra le mie pubblicazioni. E così, eccomi qua.

Cosa intendiamo per tecnologia? Ma soprattutto…

…perché è (solo) la tecnologia digitale che ci fa paura?

Partiamo dalla definizione di tecnologia. La Treccani definisce tecnologia come parola composta derivante dal greco “tékhne-loghìa”, letteralmente “discorso (o ragionamento) sull’arte”, dove con arte si intendeva sino al diciottesimo secolo il saper fare, quello che oggi indichiamo con il termine “tecnica”.

Quindi la tecnologia ha come oggetto l’applicazione e l’uso degli strumenti tecnici in senso lato, ossia di tutto ciò, come le conoscenze matematiche, informatiche, scientifiche, che può essere applicato alla soluzione di problemi pratici.

Quindi la forbice, la matita e la penna sono tecnologia, come lo è un computer o una lavatrice.

Quando diciamo “tecnologia”, però, intendiamo “tecnologia digitale” e spesso ci limitiamo a questi dispositivi scordandoci di …

… tanti altri dispositivi digitali.

Veniamo ora a cosa distingue questa tecnologia digitale dalla precedente tecnologia analogica.

Partiamo da due esempi. Tecnologia digitale è quella degli orologi elettronici, dei CD e DVD. Tecnologia analogica, che va pian piano sparendo, è quella dei dischi in vinile e degli orologi meccanici con le lancette. La prima ha dentro qualcosa legato ai numeri rappresentati con sfilze di uni e zeri. la seconda si basa su vibrazioni, livelli di tensione, pressioni e temperature seguendone le continue variazioni.

La tecnologia digitale è malleabile, ciò che tratta è discontinuo e alla fine sono calcoli e numeri. Per creare qualcosa basta un computer e un’applicazione. Con questa tecnologia si perdono però il fluire del tempo e le incertezze umane. La tecnologia analogica è rigida, ciò che tratta è continuo come correnti, suoni e pressioni. Servono molti strumenti fisici per creare, ma in compenso si adatta meglio alla percezione umana. Un bell’esempio di quest’ultimo punto me l’ha dato un architetto …

… che si era accorto che, se portava al cliente un piano o un disegno fatto al computer, questi era riluttante a suggerire modifiche o correzioni. Il disegno dava l’impressione di essere perfetto e definitivo. Allora cominciò a portare schizzi fatti a mano e improvvisamente le sessioni con il cliente divennero creative.

Perché, quando parliamo di computer, subentra sempre la preoccupazione, per non dire la paura? Paura che porta ai divieti che sono tutto tranne che un metodo educativo.

Paura che porta i media a sparare titoli a effetto, come “Demenza digitale” o “Internet ci rende stupidi?” oppure dire tutto e il contrario di tutto sulle conseguenze o sui benefici della tecnologia nella vita dei giovani, mentre ignorano le ricerche scientifiche più serie. La realtà è che anche gli scienziati non sanno bene quali siano gli effetti a lungo termine delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo e sulla costruzione della propria identità. Problema complicato dal fatto che la “tecnologia” non è un’entità unica e quindi è difficile pensare che abbia un unico effetto.

Forse il motivo più concreto alla base delle nostre paure ce lo svela Douglas Adams in maniera scherzosa: “Qualsiasi cosa inventata dopo i trentacinque è contro l’ordine naturale delle cose.” Più seriamente, da sempre ogni nuova tecnologia ha portato a un iniziale rifiuto, …

… come racconta Socrate, che se la prendeva con la nuova tecnologia della scrittura colpevole a suo dire di atrofizzare la memoria. Del resto, ogni nuova tecnologia fa perdere sempre qualcosa per guadagnare però molto di più.

E poi sotto sotto quello che temiamo per noi e per i nostri figli è di non essere preparati per il futuro, …

… un futuro dove la tecnologia sarà sempre più presente, anche senza arrivare a convivere con questi robot un po’ inquietanti. Ma è un atteggiamento sensato? A breve, brevissimo termine, forse. Ma alla lunga no, e poi questo futuro …

… è difficile da immaginare.

Pensiamo solamente all’iPhone, presentato sedici anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Insomma, come genitori ed educatori ci troviamo di fronte a un bivio: demonizzare la tecnologia oppure accettarla in toto, spesso in maniera acritica, giusto perché pensiamo che nuovo equivalga a buono. Secondo me il primo passo da fare è capire gli effetti della tecnologia digitale sul nostro cervello.

Vediamo qualche punto riguardo all’uso delle tecnologie in rapporto al funzionamento del cervello e al suo sviluppo.

Quando parliamo di sviluppo infantile, la prima cosa che notiamo è che, rispetto ad altri animali, siamo nati con cervelli meno sviluppati che impiegano più tempo a maturare completamente. Avere un periodo così lungo di sviluppo del cervello — che nei suoi ultimi corsi Maria Montessori chiamava la lunga infanzia umana — è un vantaggio, perché questo risulta più facilmente modellato dall’ambiente e dall’esperienza, il che ci permette di adattarci e prosperare nel nostro habitat così unico.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due-tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Il secondo processo di sviluppo è la mielinizzazione delle fibre nervose, …

… un processo che inizia al quinto mese di vita fetale, è più intenso tra i sei e gli otto mesi di età e prosegue sino ai diciotto mesi. Con la mielinizzazione cambia la velocità di trasmissione degli assoni neurali che passa da 0.25 m/s a 70-80 m/s facilitando così il coordinamento delle funzioni cerebrali.

Se ora veniamo allo sviluppo complessivo del cervello, che vediamo in questo filmato tra i quattro e i vent’anni d’età, notiamo che non si sviluppa uniformemente. La velocità dei processi di creazione di nuove sinapsi e di mielinizzazione delle fibre nervose non è uniforme in tutto il cervello. Qui il blu indica le zone mature della corteccia.

Questi processi biologici di maturazione non uniforme del cervello fanno sì che ci siano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. Maria Montessori scrive: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui. Il bambino cammina con gli occhi non meno che con le gambe: ciò che lo fa avanzare è la vista delle cose interessanti che sono intorno a lui” (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

E allora, venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo in che periodo sensitivo è? Nessuno, anzi: qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron studiato da Jean Itard e citato da Montessori, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Molto spesso trattiamo i nostri piccoli come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Un altro motivo per cui non possiamo considerare i bambini dei piccoli adulti è il differente tipo di attenzione che hanno. La psicologa Alison Gopnik lo spiega così: “L’attenzione dell’adulto è come un riflettore, un «occhio di bue» che si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra… quella del bambino è come una lanterna che illumina tutto.” In altri termini, il bambino è pessimo nel prestare attenzione perché qualsiasi cosa può essere interessante e non vuole perdersela (“What do babies think?” con sottotitoli in italiano). Allora che effetto avrà …

… uno schermo che restringe la sua attenzione su neanche un decimetro quadrato?

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Questa scena molto tenera di una bimba che offre da bere ai nonni in videochiamata, fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini dietro a un vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto. Del resto, nemmeno gli adulti sono immuni da questo problema.

Se esposti a un sistema di intelligenza artificiale tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci molto di più.

Ora guardiamoci le mani. Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che nel suo “Un breve sproloquio sul futuro dell’Interaction Design”, le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia).

Per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente” (Maria Montessori, Il segreto dell’infanzia, pag. 108).

Usare le mani in assenza di tecnologia ci fa scoprire un altro effetto interessante evidenziato nell’esperimento psicologico di Shepard e Metzler che …

… hanno dimostrato che noi manipoliamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello qui riportato, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto interessante analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

E diamine! Facciamo giocare pure i manager per farli pensare e ragionare. LEGO Serious Play è un metodo finalizzato a sviluppare il pensiero, la comunicazione e la risoluzione di problemi complessi di gestione aziendale attraverso l’impiego del gioco di costruzioni LEGO. Lo fanno loro e invece ci dimentichiamo delle nostre personcine in formazione.

Un ultimo aspetto che ha implicazioni nel rapporto con la tecnologia è l’immaginazione. “L’immaginazione è la grande potenza di quest’età” ricordava Maria Montessori in Dall’infanzia all’adolescenza (p. 56). Come per il suo contemporaneo …

… Albert Einstein che scrisse: “L’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

Se proviamo a immaginare un Einstein adolescente che a sedici anni si domandava “che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?” dando così l’avvio a quella catena di pensieri che lo portò alla Teoria della Relatività, capiremo quanto sia importante questa capacità nel bambino.

Cosa possiamo fare per non sprecare questo potere dei bambini? Maria Montessori osservava: “Ciò che [il bambino] apprende deve essere interessante, deve affascinarlo: bisogna offrirgli cose grandiose: per cominciare, offriamogli il Mondo” (Dall’Infanzia all’Adolescenza, p. 45). Non limitiamoci nelle esperienze che proponiamo loro pensando che non possano capire. Hanno, ripeto, dei poteri e delle capacità che troppo spesso ignoriamo. E non limitiamoci alle fiabe …

… a cui Maria Montessori era contraria perché: “Offrendo invece al bambino la storia dell’universo, noi gli diamo da ricostruire con la fantasia qualche cosa che è mille volte più stimolante e misterioso di qualsiasi fiaba”. Perché non applicare questa idea anche …

… alla tecnologia? Invece di far maturare sotto sotto l’idea che un computer sia qualcosa di magico e misterioso, perché non esplorare quello che c’è dentro?

Qual è il fine di tutta questa attenzione allo sviluppo neurale e culturale del bambino? È un termine che a noi suona male: “normalizzazione”. Ma per la Dottoressa Montessori voleva dire raggiungere la concentrazione, perdersi nel proprio lavoro, sentirsi immersi in qualcosa di soddisfacente, di appagante che dà un forte senso di benessere. L’adulto che è motivato poi si concentra. Al contrario il bambino piccolo deve avere un’occasione, ecco perché gli oggetti, i materiali. Lei aveva capito questo e da qui ha sviluppato tutta una serie di conseguenze anche sui piani dello sviluppo. La tecnologia sembra che porti non la concentrazione, ma uno stato di passività vegetativa. La dottoressa Donatella Pecori studia la normalizzazione utilizzando filmati ad alta velocità e producendo grafici impressionanti che alla fine non fanno che confermare i risultati raccolti nei libri di Maria Montessori.

La normalizzazione ci porta direttamente a parlare delle funzioni esecutive.

Queste funzioni sono dedicate all’affrontare nuove situazioni che non rientrano nei nostri processi psicologici automatici che potrebbero essere spiegati con la riproduzione di schemi appresi o comportamenti definiti. Tra l’altro lo sviluppo delle funzioni esecutive è un predittore molto affidabile del futuro successo accademico del soggetto.

Queste funzioni comprendono: l’autocontrollo, la memoria di lavoro e tutto quello che serve per avere flessibilità cognitiva. Di conseguenza le funzioni esecutive sovraintendono anche ad altre più complesse come la pianificazione, il ragionamento e le capacità di problem-solving.

Poniamoci allora due domande. Un bambino che può usare lo smartphone senza nessun limite riuscirà a sviluppare l’autocontrollo? E il trovare il lavoro fatto in un’app, farà crescere la sua flessibilità cognitiva?

Visto tutto questo vien voglia di bandire la tecnologia dalle loro vite, ma c’è un problema, …

…la tecnologia è già parte del loro mondo. Non possiamo vietare in toto l’accesso alla tecnologia digitale. I bambini che ci sono stati affidati vivono in un mondo tecnologico, qualsiasi cosa proviamo a fare per impedirlo. Dobbiamo quindi imparare a guidarli, a navigare con loro questo mondo così affascinante. In ogni caso, cari genitori, …

… non pensiate che vostro figlio sia super-intelligente perché smanetta con un tablet! Questi sono dispositivi pensati per essere facili da usare e per i bambini piccoli qualcosa che risponde ai gesti è irresistibile. Non è che noi genitori vorremmo vantarci con gli amici di queste capacità?

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti. Lo vediamo …

… in questo filmato dove un simpatico bambino formula cinque ipotesi in due minuti su come mettere gli oggetti su quelle scatole per farle accendere, molto più di un adulto che nello stesso compito arriva a malapena a due ipotesi.

Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di soggetti che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% per gli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero!

Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”, anche senza avere uno schermo fra le mani.

La situazione attuale la definirei schizofrenica.

Da un lato abbiamo a livello istituzionale tante spinte a esporre i bambini alla tecnologia digitale.

E tanti soldi disponibili a questo fine.

Poi abbiamo i giganti tecnologici che offrono aiuti per introdurre la tecnologia digitale nell’educazione dei bambini, come questa pagina dell’Apple. Ma scorrendo in basso risulta …

… chiaro il loro scopo: vendere e creare futuri clienti fedeli al marchio.

Ma questi signori e i legislatori conoscono i bisogni e i desideri dei bambini? Conoscono il loro sviluppo mentale? Se lo domandava anche un’informatica che in un articolo …

… metteva in luce come ci si dimentica di che cosa i bambini vogliano conoscere riguardo ai computer. Esattamente quello di cui si lamentava Montessori: “Il nostro insegnamento deve solo rispondere ai bisogni intellettuali del bambino, non deve mai imporli.”

Volendo continuare sul lato oscuro della tecnologia ci sono i problemi di salute, anche se sarebbero facilmente evitabili. Problemi di vista. L’uso prolungato di uno schermo può avere effetti sulla vista e può mettere in difficoltà l’acquisizione della percezione della profondità. Problemi di sonno. La luce blu emanata dallo schermo interferisce con i segnali che arrivano all’encefalo riguardo ai cicli notte-giorno e ai momenti del risveglio e del prendere sonno. La causa di tutto ciò è una proteina prodotta all’interno della retina dell’occhio chiamata melanopsina che è in grado di misurare l’intensità della luce incidente e quindi a comprendere se sia giorno o notte. Questa proteina è sensibile a una ristretta banda di luci blu e, guarda caso, proprio qui cade la luce prodotta in maggior quantità dagli schermi. La conseguenza è che la luce proveniente dallo schermo inganna il cervello facendogli credere che sia ancora giorno rendendo così difficile l’addormentarsi. Riduce il movimento e infine, l’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: prima era la televisione, ora è il tablet.

E poi c’è il problema del “collo tecnologico” che sforza i muscoli del collo quando la testa cade in avanti a guardare lo schermo. Ma la tecnologia digitale non dà solo problemi fisici. Più preoccupanti sono i problemi psicologici …

… come quelli generati dai social. Fra gli altri, in molti puntano il dito verso TikTok accusandolo di “istigazione al suicidio” come è accaduto a una quindicenne di nazionalità francese nel settembre del 2023. Dopo il bullismo subito dai compagni di classe, condivide la sua frustrazione su TikTok. I contenuti per lei appositamente selezionati parlano di depressione e di suicidio. Viene condizionata al punto da togliersi la vita.

Poi ci sono gli effetti sul rapporto genitori-figli fin dalla più tenera età. E allora, in questo mondo schizofrenico, ben venga un’indagine …

… come quella promossa al Senato “Sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento” che conclude…

“Fingere di non conoscere i danni che l’abuso di tecnologia digitale sta producendo sugli studenti e in generale sui più giovani sarebbe ipocrita.” auspicando a individuare i possibili correttivi che però finora non si vedono, anzi…

… c’è la mozione Aprea che impegna il Governo ad adottare iniziative per introdurre progressivamente e gradualmente, entro il 2022, nella scuola dell’infanzia e nel primo ciclo di istruzione lo studio del pensiero computazionale e del coding. Volendo essere cinico, fra i firmatari della mozione c’è chi aveva elogiato il tunnel fra il CERN di Ginevra e il Gran Sasso.

Per concludere questo approccio dissociato guardiamo alle statistiche. Nella fascia di età tra 0-4 anni il 64% dei genitori intrattiene i figli con dispositivi digitali durante il giorno e il 41% dei genitori riferisce di calmare il bambino con lo smartphone quando piange o è arrabbiato. Tra i bambini di età compresa tra 4-9 anni, l’91% dei genitori utilizza dispositivi per intrattenere i figli durante il giorno, con il 46% che utilizza questi dispositivi durante i pasti e il 39% prima dell’ora di dormire. Mentre, il 97% dei ragazzi tra 9-14 anni ammette di utilizzare dispositivi digitali durante la giornata, di questi, oltre il 70% prima di addormentarsi e un preoccupante 57% preferisce rimanere connessa online piuttosto che uscire all’aria aperta.

Risultato? Da noi la quota di ragazzi con scarsa o nessuna competenza digitale è del 42%, contro una media europea del 31%. Gli italiani con elevate capacità digitali sono il 27%, quando i francesi sono il 50% e gli spagnoli il 47%. In altri termini, uso smodato e scarse competenze.

A questo punto potremmo amaramente concludere che oggi vince l’accettazione acritica della tecnologia digitale nelle vite dei nostri piccoli.

Che adulti siamo o dovremmo essere? L’adulto di riferimento o l’adulto sperso dietro uno schermo?

L’adulto che lascia fare? Lascia fare senza ricordarsi che per il bambino uno dei più potenti mezzi d’apprendimento è …

… l’imitazione. Se lo fanno mamma e papà, allora stare davanti a uno schermo è una cosa buona. Questi due esempi ci portano a considerare per prima cosa il nostro rapporto con la tecnologia, che possiamo chiamare con il suo nome: “consapevolezza”.

In questo libro l’autore cita come esempio i monaci buddisti e quelli trappisti. Ambedue utilizzano la tecnologia digitale per diffondere le loro idee, frequentano reti sociali e navigano in rete, ma sempre sono consapevoli di questi strumenti e sanno che sono un mezzo, come la scodella del riso, e non il fine della loro vita.

Avere consapevolezza vuol dire innanzitutto conoscere. Quanto sappiamo, per esempio, …

… del tempo che spendiamo con i dispositivi digitali? Ci può aiutare tenere un diario di auto-osservazione per una settimana, per esempio. Da qualche tempo tutti i principali sistemi operativi mandano un rapporto settimanale che va proprio in questa direzione.

Dopo aver recuperato il nostro rapporto con la tecnologia, penso che dovremmo essere delle guide e degli “ampliatori” di orizzonti. Cosa intendo dire?

Prendiamo per esempio la rete che, con i suoi miliardi di pagine, può soddisfare quasi ogni curiosità. La posso usare limitandomi a cercare foto di gattini buffi o la posso usare per imparare qualcosa di nuovo. L’adulto può guidare nel suo utilizzo e può allargare gli orizzonti del piccolo oltre le foto divertenti e non deve essere solo preoccupato che possa finire su siti inadatti.

Che altro possiamo fare per rendere la tecnologia digitale un alleato per la crescita dei nostri giovani?

Dopo aver sistemato il nostro rapporto con la tecnologia, convinti della centralità dei bambini, iniziamo col dialogare con loro. Qui andiamo oltre la tecnologia, ovviamente, ma a maggior ragione dobbiamo parlare con loro delle loro esperienze in questo campo. I figli, anche se non lo ammetteranno apertamente, cercano la nostra guida per dare un senso alle loro esperienze anche in questo mondo della tecnologia. Cerchiamo di non arrivare a che succeda qualcosa di irreparabile innescato dal frequentare social o quant’altro. Creiamo sempre un canale aperto e un ambiente di fiducia.

E non lasciamoli soli di fronte allo schermo, almeno fino a una certa età. Questo non vuol dire controllarli. Il controllo è quanto più lontano ci sia dall’educazione. Fiducia e dialogo. E poi, quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sapranno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Magari …

… proviamo a giocare ai videogiochi con cui i nostri figli passano il tempo. C’è da dire che molti adulti, soprattutto quelli un po’ più adulti, non vi si ritrovano perché manca loro l’esperienza oppure perché hanno provato a giocare con risultati deludenti. Ma per i nostri figli sarà sì una fonte di divertimento, ma anche d’orgoglio, perché possono insegnare ai genitori qualcosa che conoscono meglio di loro.

Da parte nostra possiamo aprir loro gli occhi su cosa c’è dietro ai social e alle pubblicità perché, soprattutto, non perdano la loro autostima.

Convinciamoci, poi, che quello che succede in famiglia avrà un impatto fortissimo sulle loro capacità di creare il futuro. Questo articolo, intitolato “Come pensano gli innovatori?” lo scrive chiaramente: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”. Vediamo qualche esempio.

Si citano spesso i fondatori di Google come esempio di innovatori che hanno rivoluzionato il mondo. Il bello è che non si citano praticamente mai le loro capacità tecnologiche. Si dà, invece, risalto a come …

… abbiano imparato a essere auto-motivati, mettendo in discussione ciò che accade nel mondo, facendo le cose in un modo un po’ diverso. Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, …

… per cui Montessori fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Bros. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”.

… l’articolo che citavo, infatti, ricorda che: “Un certo numero di imprenditori innovativi hanno anche frequentato scuole Montessori, dove hanno imparato a seguire la loro curiosità”.

Stimolare la curiosità, ecco il nostro ruolo di “ampliatori” più che delegarlo alla tecnologia, come sostiene una fonte che non ci aspetteremmo: …

…Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità, e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Infine, come educatori e genitori, prima di pensare che cosa dare ai ragazzi per affrontare le sfide del futuro, dobbiamo stabilire che cosa vogliamo che diventino, almeno nei riguardi della tecnologia. Scelta che si riduce in definitiva a decidere se vogliamo far crescere degli “schiaccia-bottoni” che usano la tecnologia ma non la conoscono, o degli individui che sanno scegliere a ragion veduta anche in campo tecnologico.

Degli operai digitali, oppure delle persone che possano inventare la prossima “Killer App”, l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo? Una di queste la crearono nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti. Qualcosa di simile l’hanno fatto …

… un gruppo di ragazze fra i dieci e i quattordici anni di uno slum di Mumbai che si sono rese conto che uno dei problemi critici nella loro comunità era la sicurezza delle donne. Nonostante non avessero alcuna esperienza di programmazione precedente, erano guidate dalla sensazione di poter portare un vero cambiamento nella vita di chi è vicino a loro. Attraverso la guida di un mentore locale e di alcuni video online, sono state in grado di creare l’app Women Fight Back, che mette a disposizione funzionalità come avvisi SMS, mappatura della posizione, allarme di soccorso e chiamate di emergenza. E non si sono fermate qui.

E come possiamo formare queste persone? Alan Kay, un pioniere dell’informatica, in un’intervista del 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni.

Voglio concludere con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per ogni educatore.

A questo punto abbiamo tecnologia babysitter, tecnologia maledetta o ignorata, tecnologia buona sempre e comunque, tecnologia che pensiamo stabile da qui al futuro e tecnologia che sopraffà altri valori e capacità. Allora, come facciamo a trovare un punto d’equilibrio? Come facciamo a non vederne solo gli aspetti negativi? Io sono convinto che con la consapevolezza e una visione ampia sul futuro riusciremo a trovare il giusto modo di introdurla nelle vite dei nostri “abitanti del futuro”. La prima domanda che sorge è: …

… quando introdurla?

Quest’altra rappresentazione dello sviluppo della persona, preparata da Maria Montessori per uno dei suoi ultimi corsi, ci dà una base per decidere quando introdurre la tecnologia nella vita del bambino. Montessori rappresenta lo sviluppo del bambino come un fiore la cui parte fra zero e sei anni è il bulbo che dà stabilità alla pianta. È in queste età che si forma la personalità del bambino che sarà la base di tutto il suo futuro. La sua importanza sarà chiara una volta che …

… lo mettiamo a confronto con il grafico del numero di sinapsi. È proprio in questi anni che si forma la base del cervello futuro. Quindi non sprechiamo questi pochi anni formativi!

Quindi, possiamo adottare lo schema di Serge Tisseron, 3-6-9-12. Fino a tre anni, evitare gli schermi, fino ai 6 no a dispositivi digitali personali, internet dopo i 9 anni e i social dopo i 12. Insomma, poche regole chiare.

Parlando in positivo, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro”? Possiamo raffinare la domanda ascoltando Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che del resto ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Per iniziare, sgombriamo il campo da una visione dell’educazione come un processo lineare di preparazione al futuro, come ricordava il compianto Ken Robinson, e rendiamoci conto di quanto valga la formazione globale della persona rispetto ai voti o ai percorsi scolastici.

Non penso, quindi serva la persona che sa tutto. Tra l’altro, nel campo dei supercomputer in cui lavoro, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e le dobbiamo cambiare e studiare daccapo. Ma soprattutto perché, in questo mondo tecnologico in cambiamento vorticoso …

…gli analfabeti non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo, come sosteneva con forza Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro”. In questo mondo dove il cambiamento è la norma, e quindi, …

“In tempi di profondo cambiamento, coloro che studiano erediteranno la terra, mentre i dotti si ritroveranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più” (Eric Hoffer, “Reflections on the Human Condition”, 1973). Un esempio? La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire.

Che possiamo fare, allora? Una possibile linea d’azione la suggeriva Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”. La sintesi di quel che dobbiamo preparare nel lavoro educativo c’era già nelle pagine scritte da …

… Montaigne 500 anni fa: “che avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena”.

Tutto questo l’ho trovato nei miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l’educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto, non vedo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — arriviamo da ventisei nazioni differenti, se non ho dimenticato nessuno — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare qui.

Da quel che ho visto in questo scampolo di futuro, possiamo riassumere le capacità che dobbiamo coltivare nei giovani per aiutarli ad affrontare il futuro in quelle che Marty Neumeier elenca nel suo libro “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”: il feeling (l’intuizione e l’empatia), il vedere (il system thinking), il sognare (l’immaginazione applicata), il fare (il progettare) e l’apprendere (l’autoeducazione). Queste abilità non vengono quasi mai insegnate a scuola, tuttavia sono le competenze di cui i nostri giovani avranno bisogno per rimanere rilevanti in un mondo del lavoro assediato da robot e intelligenze artificiali.

Volendo poi scendere su un piano più pratico, dopo aver stabilito dei paletti e delle regole, qualsiasi attività concreta che faccia vedere cosa c’è dietro allo schermo aiuta. Per esempio, sapere a che servono i cavi e dove si collegano.

Senza dare per scontato che già sappiano. Usano, ma raramente sanno.

Possiamo parlare di cosa compone un computer anche con una favola come Nel Regno di Si Piuh oppure cercando di …

… creare una linea del tempo sulla storia del computer perché, come osserva Ernst Mayr, importante biologo evoluzionista, “la scienza si impara meglio nel contesto della storia”. E la Dottoressa Montessori aggiungeva che “il bambino è meno interessato ai fatti che al modo in cui essi sono stati scoperti.” (Come educare il potenziale umano, pag. 96).

A questo fine ci può aiutare un libro come “Gli Innovatori — storia di chi ha preceduto e accompagnato Steve Jobs nella rivoluzione digitale” (Mondadori, 2014)

Poi ci sono gli altri dispositivi digitali da conoscere, come le macchine fotografiche digitali, …

… e ci sono tantissime attività interessanti che non hanno bisogno di computer (chiamarle unplugged suona più moderno) per trasmettere concetti e idee informatiche.

Su questa linea possiamo addirittura, come ha fatto questa maestra, ricreare Scratch (il linguaggio di programmazione per i piccoli) su carta.

Qualunque attività escogitiamo, bandiamo le troppe parole. La scienziata Maria Montessori rimarcava questo fatto importante: “L’osservazione scientifica ha inoltre stabilito che […] l’educazione è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo e si acquisisce non ascoltando le parole degli altri, ma mediante l’esperienza diretta del mondo circostante.” (Educazione per un mondo nuovo, pp. 13–14). Questo, a mio avviso, basterebbe per descrivere e dimostrare tutte le potenzialità della mente infantile e che cosa bisogna fare per farle fiorire.

Concludo mostrando come Maria Montessori non rifiutava la tecnologia, anzi, ne era affascinata, ma per lei, …

… prima di tutto veniva lo sviluppo e la crescita dei nostri “abitanti del futuro”, i nostri figli e allievi.

Certamente oggi abbiamo tralasciato molte cose, c’è il tempo per le domande proprio per ovviare a questo. Se volete approfondire …

… vi indirizzo ai libri che ho scritto, uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori e uno pensato per i miei colleghi genitori. Sul sito dell’incontro troverete anche molti riferimenti utili.

Per concludere, non dimentichiamoci che possiamo collaborare con i nostri figli e i nostri allievi, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia. Guideremo così i nostri “abitanti del futuro” a conoscere veramente la tecnologia e a formarsi quella forte personalità che li preparerà a un qualsiasi futuro.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale
Sarah-Jayne Blackemore, “Inventare se stessi — Cosa succede nel cervello degli adolescenti”, Bollati Boringhieri (2018)www.unilibro.it/libro/blakemore-sarah-jayne/inventare-se-stessi-cosa-succede-cervello-adolescenti/9788833927992
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
Alison Gopnick, “What do babies think?”, TED Talk 2011www.ted.com/talks/alison_gopnik_what_do_babies_think con sottotitoli in italiano
Lorenzo Arvanitis, McKenzie Sadeghi, Jack Brewster, “GPT-4 produce più fake news e le rende più credibili”, La Repubblica 21 marzo 2023www.repubblica.it/tecnologia/2023/03/21/news/nonostante_le_promesse_di_openai_il_nuovo_modello_basato_sullintelligenza_artificiale_produce_disinformazione_piu_di_frequ-393127598
David Talbot, “Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves” (2012)www.technologyreview.com/s/506466/given-tablets-but-no-teachers-ethiopian-children-teach-themselves
George Land, “The Failure Of Success”, TED Talk 2011www.youtube.com/watch?v=ZfKMq-rYtnc
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”, (1995)americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Marty Neumeier, “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”, New Riders (2012)www.amazon.it/Metaskills-Five-Talents-Future-English-ebook/dp/B085N6141J
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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