Mario Valle Web

Le tecnologie digitali e lo sviluppo dei bambini: nemiche o alleate?

Tutti noi genitori ed educatori lavoriamo per crescere i nostri futuri adulti come persone dalla robusta personalità e preparati alle sfide che li attendono. Ma nel ventunesimo secolo una nuova variabile si è introdotta in questo compito: la tecnologia, in primo luogo quella digitale. E come conseguenza, si è insinuata spesso l’ansia di non fare abbastanza per prepararli a un futuro in cui la tecnologia la farà da padrona.

E allora è sempre più frequente vedere tablet e smartphone in mano a lattanti e adolescenti persi sulle reti sociali, ma chi fa così li sta preparando per il futuro oppure sta togliendo loro importanti mezzi di crescita?

Partendo dalla mia esperienza di genitore e di scienziato che lavora fra i supercalcolatori e altre tecnologie di punta, cercherò di rispondere a questa domanda facendomi aiutare anche dalle idee di Maria Montessori. Non per altro perché mio figlio ha frequentato una delle sue scuole.


Buongiorno! Ben trovate e ben trovati, anche se solo virtualmente.

Chi di voi, genitore o educatore che sia, non vorrebbe far crescere dei bambini con una robusta personalità, …

… capaci di affrontare ogni situazione che la vita proporrà loro? E magari, anche se non lo ammettiamo apertamente, che abbiano successo nella vita e divengano dei piccoli geni o …

… siano i fondatori del prossimo Google o Facebook.

Già, la tecnologia. Questa tecnologia che riempie il nostro mondo e in cui …

… i bambini che ci sono stati affidati vivono, qualsiasi cosa proviamo a fare per impedirlo.

Noi adulti vorremmo che siano preparati …

… per un futuro dove la tecnologia la farà sempre più da padrona, anche senza arrivare a questi robot anche un po’ inquietanti.

Allora, che cosa pensiamo di dover fare?

La risposta più ovvia, più scontata, è metter loro tra le mani tanta tecnologia digitale in maniera sempre più precoce. Ma è la strada giusta? La tecnologia può essere nostra alleata nel lavoro educativo oppure è qualcosa da rifiutare e da temere? La tecnologia deve essere il centro del lavoro educativo, oppure ci sono aspetti prioritari da considerare?

In questa chiacchierata cercheremo di dare una risposta a queste domande partendo da loro, dai bambini fino ai sei anni, da quello che succede nella loro testolina, specialmente riguardo all’impatto delle tecnologie digitali. Dopo di che, daremo uno sguardo al futuro e a come possiamo prepararli a vivere lì.

Doverosa premessa. Io con la tecnologia più avanzata ci lavoro ogni giorno, non sono un luddista che la rifiuta in blocco, ma vorrei che fosse messa nel giusto posto, utilizzata con spirito critico e intelligenza.

Bene, la prima domanda che ci poniamo è se …

… il cervello dei bambini d’oggi è diverso da quello nostro e dei nostri genitori. Questi bambini sono un’evoluzione della nostra specie? Sono diversi da noi? No, non sono diversi, nonostante le apparenze, perché …

… il cervello umano non ha avuto il tempo di evolvere nel brevissimo arco di tempo in cui abbiamo potuto affidarci alle tecnologie. Anche la scrittura, una tecnologia di tutto rispetto, è avvenuta in un battito di ciglia su scala evolutiva.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio e l’apprendimento il cervello cambia. Per esempio, le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita, come mostra questo studio del 2005 con i suoi grafici che riportano come la materia bianca, la mielina che avvolge le fibre nervose aumentandone la velocità di trasmissione, si espanda con l’esercizio. Anzi, più in linea col tema di oggi, c’è uno studio del 2015 che mostra come questo sviluppo avvenga anche negli utenti di smartphone che hanno una rappresentazione sensoriale del pollice ampliata nel cervello.

Un segno di questi cambiamenti nel cervello è certamente l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per decennio. L’effetto deriva molto probabilmente da una maggiore capacità di risolvere problemi logici e astratti, frequenti nell’ambiente sociale e culturale odierno.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché…

…dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività, per lo meno negli Stati Uniti.

L’ovvia conclusione sembra inevitabile: “Nel processo evolutivo qualche meccanismo deve essersi inceppato.” Altro che evoluzione del cervello!

Spesso inconsciamente, siamo convinti che i bambini siano adulti in miniatura e li trattiamo di conseguenza.

Ma non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno. Il bambino usa la mente con modalità sue proprie. Per questo, rispetto agli adulti, i bambini hanno già tutte le abilità necessarie per essere scienziati geniali: immaginazione, curiosità, perseveranza, adattabilità, passione. Fanno domande, non conoscono la parola “impossibile” e non hanno paura di esplorare e magari fallire. Insomma, come dice il professor Raniero Regni, loro sono il dipartimento “Ricerca e Sviluppo” della specie umana, mentre noi adulti siamo relegati al reparto “Produzione” …

… Questa è la ragione per cui la studiosa dello sviluppo infantile Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”, uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova.

Qual è la principale differenza fra il loro modo di apprendere e il nostro? La principale differenza è nell’attenzione.

L’attenzione dell’adulto è come un riflettore: si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra, …

… mentre l’attenzione del bambino è come una lanterna che illumina tutto. Per cui, quando diciamo che i neonati e i bambini piccoli non sono bravi a stare attenti, quello che in realtà intendiamo è che sono pessimi nel non prestare attenzione. Non sono capaci di sbarazzarsi di tutte le cose interessanti che potrebbero significare qualcosa per loro e guardare solo ciò che è importante.

Ma com’è la testa di un bambino? Racconta la Gopnik nella conferenza TED2011: “Beh, se vogliamo pensare a un modo per farci un’idea, come adulti, della coscienza di un bambino, credo che la cosa migliore da fare sia pensare a casi in cui ci troviamo in una nuova situazione mai vista prima: quando ci innamoriamo di qualcuno, quando siamo in una nuova città per la prima volta. Allora quello che succede non è che la nostra coscienza si contrae, ma anzi si espande, in modo che quei tre giorni a Parigi sembrano molto più pieni di consapevolezza ed esperienza di tutti i mesi trascorsi a camminare, parlare, presenziare alle riunioni come zombie e tornare a casa. A proposito, quel caffè, quel meraviglioso caffè che bevete al piano di sotto, in realtà simula l’effetto dei neurotrasmettitori nei bambini.

… Allora cosa vuol dire essere un bambino? “È come essere innamorati a Parigi per la prima volta dopo aver bevuto tre espressi doppi.”

Dicevamo che i bambini hanno già tutte le abilità necessarie per essere scienziati geniali. In questo film, il bambino formula cinque ipotesi in due minuti su come mettere gli oggetti su quelle scatole per farle accendere, molte di più di un adulto nello stesso compito. E vi dirò di più.

Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è diminuita dal 98% ad appena il 2% per gli adulti. Come fare a mantenere quel 98%? Con la tecnologia? Andiamo invece a vedere cosa succede nella testolina dei nostri piccoli. Per questo mi farò aiutare — mi si perdoni l’arroganza — da una collega scienziata: …

… Maria Montessori. Una vera scienziata sperimentale e io, per una serie di circostanze, ho conosciuto le sue idee e la concreta scientificità delle sue proposte …

… tramite mio figlio che ha frequentato una scuola Montessori. Vederlo felice di andare a scuola e poter ascoltare i suoi racconti mi ha fatto nascere la voglia di conoscere questo mondo. E ho scoperto che il Montessori non è tavolini bassi, legno e perline, …

… è comportarsi come Maria Montessori che, osservando questi bambini, si domandava “Chi siete?” come se avesse di fronte gli ambasciatori di un altro mondo (Il segreto dell’infanzia, p. 152).

Quando parliamo di sviluppo infantile, la prima cosa che notiamo è che, rispetto ad altri animali, siamo nati con cervelli meno sviluppati che impiegano più tempo a maturare completamente. Avere un periodo così lungo di sviluppo del cervello — che nei suoi ultimi corsi Maria Montessori chiamava la lunga infanzia umana — è un vantaggio, perché questo risulta più facilmente modellato dall’ambiente e dall’esperienza, il che ci permette di adattarci e prosperare nel nostro habitat così unico.

Quali processi sono attivi nel cervello del bambino che rendono possibile tale adattamento? Il processo più importante è la sinaptogenesi, ovvero la creazione di nuove sinapsi che sono le connessioni tra neuroni. Processo che inizia alla quinta settimana di gestazione e che alla nascita raggiunge lo strabiliante ritmo di 40.000 nuove sinapsi al secondo.

Lo vediamo nella prima parte di questo grafico. Poi, attorno ai due anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Il secondo processo di sviluppo è la mielinizzazione delle fibre nervose.

Questo processo, iniziato attorno alla ventesima settimana di gestazione, ricopre le fibre nervose con un rivestimento isolante che ne aumenta la velocità di trasmissione da 25 centimetri al secondo a 70–80 metri al secondo.

Questi processi non avvengono in tutte le aree cerebrali alla stessa velocità. Il filmato che vedete qui mostra un cervello fra i 4 e i 21 anni d’età colorato secondo la percentuale di materia grigia presente, dove il blu indica le aree mature. Si vede subito che la maturazione non è uniforme. Questa termina a 16–17 anni per le ragazze e 18 per i ragazzi, ma si può dire completata solo attorno ai 20–25 anni d’età. Attenzione, questo non significa che il cervello da quel momento in poi sarà immutabile. Abbiamo, per fortuna, un cervello plastico che si adatta e apprende.

Torniamo ai bambini. Questi processi biologici di maturazione non uniforme del cervello fanno sì che ci siano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari “I Mille Giorni Che Contano”. Questo grafo non l’ha fatto un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. Maria Montessori scrive: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui. Il bambino cammina con gli occhi non meno che con le gambe: ciò che lo fa avanzare è la vista delle cose interessanti che sono intorno a lui” (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

Non esiste però un periodo sensitivo della tecnologia. Anzi, se il suo uso interferisce con i periodi sensitivi propri del cervello del bambino, può far perdere quel “treno che passa a quell’ora” e che poi è molto difficile recuperare. Ne vale la pena? E la capacità di attenzione a 360 gradi che si perde quando è costretta a focalizzarsi sul piccolo schermo? Tutto questo sicuramente non aiuta a mantenere quel 98% di genialità di cui parlavamo.

A questo punto è doveroso un chiarimento. I bambini anche molto piccoli non hanno difficoltà a usare un dispositivo digitale. Questo però non vuol dire che sia necessario far loro utilizzare questi dispositivi.

Abbiamo parlato delle potenzialità del bambino, di ogni bambino. Un esempio che ha dell’incredibile. C’è un progetto chiamato One Laptop per Child che produce laptop robusti e facili da usare e li distribuisce nelle aree disagiate della terra per dare una possibilità in più di istruzione ai bambini. Uno dei componenti del progetto racconta che in Etiopia “abbiamo lasciato le scatole nel villaggio. Chiuse. Chiuse con il nastro adesivo. Nessuna istruzione, nessun essere umano. Ho pensato: i bambini potranno giocare con le scatole! Nel giro di quattro minuti, un bambino non solo ha aperto la scatola, ma ha trovato l’interruttore di accensione. Non aveva mai visto un interruttore di accensione. Lo ha acceso. Entro cinque giorni, stavano utilizzando 47 applicazioni per bambino al giorno. Nel giro di due settimane cantavano la canzone dell’ABC nel villaggio e in cinque mesi avevano hackerato Android. Qualche idiota nella nostra organizzazione o nel Media Lab aveva disabilitato la videocamera, hanno capito che c’era una videocamera e hanno hackerato Android” (David Talbot, Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves).

Vediamo ora i rapporti tra sviluppo cerebrale e tecnologia. Cominciamo dall’aspetto più ovvio: il movimento.

“Hanno bisogno di sfogarsi” sentenzia la nonna, “ci fanno diventare matti” si lamenta il genitore, “mi sgolo e loro no, non stanno mai fermi” si sfoga la maestra. Ma è proprio un’attività così reprensibile? No, assolutamente no. Il movimento è parte integrante delle nostre capacità cognitive e base dello sviluppo della mente.

In campo neuroscientifico, prima di accettare tutto questo, ci sono voluti molti studi che hanno rivalutato la funzione e l’importanza delle aree motorie nella fisiologia del cervello. Studi che hanno dimostrato come “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”, come sintetizza nel libro “So quel che fai” Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio di cui parleremo fra poco.

Assieme a lui molti scienziati hanno collegato lo sviluppo cerebrale a quello motorio: Adele Diamond per cui “lo sviluppo motorio e lo sviluppo cognitivo possono essere fondamentalmente interconnessi”, Cotterill che dimostra come “la cognizione è inestricabilmente collegata al movimento, sia in forma visibile che nascosta”, Koziol e Budding per i quali “la cognizione è realmente solo un’estensione del sistema motorio”.

… Un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science mostra che utilizziamo gli stessi meccanismi del cervello – Place e Grid cells che ci servono per sapere dove ci troviamo in un ambiente – per creare delle mappe dei nuovi concetti quando li acquisiamo.

Maria Montessori aveva capito la stretta connessione del movimento con lo sviluppo della mente esattamente cinquant’anni prima di Rizzolatti. Attenzione però! Non stiamo parlando di un qualsiasi movimento, né della classica ora di educazione fisica. Perché il movimento nel Montessori non è mai fine a sé stesso, perché sviluppa la mente e il corpo grazie ad attività finalizzate che impegnano l’intera persona in un lavoro costruttivo.

E qui dov’è il movimento? Ci sarà pure tanta tecnologia, ma il movimento essenziale allo sviluppo manca totalmente.

Invece qui, in assenza di tecnologia, c’è movimento, c’è l’uso delle mani e c’è un altro effetto interessante evidenziato in un esperimento psicologico di Shepard e Metzler.

Questi psicologi hanno dimostrato che noi manipoliamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello qui riportato, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

Manipolare oggetti evidenzia come questi in un certo senso ci parlino.

Lo psicologo statunitense James Gibson, in un libro del 1979, ha introdotto il termine “affordance” per identificare la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo. L’esempio più evidente è il manico di una brocca che ci invita a prenderla proprio da lì senza bisogno di istruzioni o di allenamento. Insomma, le affordance sono una specie di “invito ad agire”. Un invito che ha una base neuronale, perché vedere un oggetto evoca automaticamente che cosa potremmo fare con esso attraverso l’attivazione di una particolare classe di neuroni, i cosiddetti neuroni canonici. Questi neuroni rispondono alla semplice osservazione di un oggetto, indipendentemente se ci sia o no l’intenzione di agire, per esempio per afferrarlo.

Così fanno i materiali Montessori che offrono chiarissime affordance. Montessori le chiamava la “voce delle cose” e c’era arrivata cento anni prima di Gibson. Tanti oggetti di uso quotidiano ci offrono affordance ben chiare.

Ma quali affordance offre un tablet?

Don Norman, esperto di interazione uomo-macchina, ci fa osservare che molti dei modi con cui interagiamo con la tecnologia digitale non sono affordance, sono convenzioni apprese. Il tablet o lo schermo del computer non ci invitano ad agire, semmai ci invitano a considerare una delle convenzioni, come per esempio il cursore che cambia forma quando si è su qualcosa che si può cliccare o l’icona della lente d’ingrandimento che ci suggerisce di cercare.

Movimento vuol dire uso delle mani. Oggi come le usiamo? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate le dita?

Assolutamente no. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (Bret Victor, A Brief Rant on the Future of Interaction Design). (La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, ma rimane sconosciuto il riferimento originale. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia).

Studiare la foglia andando nel bosco o studiare il volume del cono tenendolo in mano è cosa ben diversa da studiarli su di un libro. “Ciò che rende difficile insegnare è l’abitudine latina inalterabile di iniziare sempre con l’astratto” (Si.Da). Nel bosco non c’è solo la foglia, ci sono rumori, suoni, odori e sensazioni che amplificano la percezione e forniscono un ancoraggio per ricordare con facilità anche i dettagli più astratti.

Che possiamo fare, allora? Possiamo cercare alternative a quelle attività su dispositivi digitali che ci sembrano inevitabili. Per esempio, invece di insegnare a disegnare sul tablet, …

… perché non presentare la tecnica delle MindMap dove si usano colori, frecce, lo spazio, simboli e parole per pensare. E non è un’attività limitata agli adulti.

… Per esempio, ecco come una mia amica ha utilizzato le MindMap con i suoi allievi di terza.

Oppure questa maestra che, addirittura in prima, invece di dettare blocchi di parole fa disegnare una rudimentale MindMap.

Questa non è l’unica attività che si può proporre senza cadere sui dispositivi digitali. Ci sono le cosiddette attività unplugged, c’è il vedere che cosa c’è dentro al computer …

… come hanno fatto due maestre Montessori. Hanno predisposto un vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

Continuiamo la nostra carrellata. Le immagini attirano e polarizzano l’attenzione e spesso mentono. L’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: prima era la televisione, ora il tablet.

Due pediatri hanno condotto uno studio sugli effetti del consumo televisivo sui più piccoli sottoponendoli al test dell’Omino di Goodenough, un esame che valuta lo sviluppo mentale dei giovanissimi. Si fa disegnare loro un omino e si quantifica la completezza della figura.

Il risultato di questo esperimento è stato che i bambini che guardavano la televisione meno di un’ora al giorno, ottenevano un punteggio in linea con la loro età, …

… mentre i loro coetanei che ne consumavano più di tre ore al giorno, raggiungevano a stento un punteggio buono per un bambino con due anni in meno!

Non solo, colpisce scoprire che la stessa regressione si ha nei bambini di genitori forti fumatori, il che forse equivale a dire che sedere passivi davanti al televisore è dannoso al pari del fumo di seconda mano. Questo studio ci dà uno spunto interessante. Nel lavoro educativo non dovremmo limitarci a presentare i pericoli di un tempo eccessivo davanti a uno schermo, ma dovremmo cominciare con l’educare gli adulti al corretto uso di tutte le tecnologie.

Passiamo a un altro aspetto. Nelle scuole Montessori ho visto i bambini muoversi. Quello che vedete qui è abbastanza comune. La bambina che sta a guardare non sta perdendo tempo o disturbando gli altri, ma sta lavorando sodo, come ci dice una scoperta neurofisiologica degli anni ‘90, …

… quella dei neuroni specchio. Questi neuroni sono neuroni motori che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando guardiamo la stessa azione compiuta da altri. Ciò significa che quando guardiamo un’azione stiamo davvero simulando la stessa azione internamente.

Per questo, in un gruppo multi-età come quello che vediamo qui, il bambino vestito di giallo sta davvero lavorando e apprendendo già solo muovendosi fra gli altri bambini e imitandoli internamente.

Invece, con certa tecnologia, dove sono i gesti da imitare? Ridurli a tap e swipe toglie al bambino una poderosa forma di apprendimento.

Del resto, i bambini e gli altri cuccioli apprendono imitando gli adulti.

E allora, tornando alla tecnologia, che messaggio trasmette un genitore che ogni minuto controlla la posta sullo smartphone? E uno perso in Facebook?

E se noi stiamo incollati allo smartphone, anche loro lo saranno, perché, se qualcosa la fanno papà e mamma, allora è una cosa buona.

Sul fatto che si debba far usare la tecnologia ai nostri piccoli ci sono pochi dubbi. Non tanto per potenziare l’apprendimento, ma perché i bambini sono immersi dalla tecnologia e gli educatori non devono rinunciare al ruolo di guida anche in quest’ambito.

Ma quando introdurle?

Per capirlo ci facciamo aiutare da questi cartelloni disegnati da Maria Montessori per il corso di formazione tenuto a Perugia nel 1950. In essi aveva rappresentato in due modi diversi le fasi dello sviluppo del bambino: come piani e come un “bulbo” alle radici di una pianta. Io mi vorrei concentrare sui due aspetti che mi hanno colpito.

Il primo riguarda l’etichetta posta sul bulbo per identificare il periodo fino ai sei anni: “formazione dell’uomo” o meglio, come diremmo oggi, “formazione della persona”. Maria Montessori sosteneva con molta chiarezza che i primi sei anni di vita sono il momento in cui i bambini esplorano il mondo che li circonda sviluppando così le basi dell’intelligenza. È in questi anni e soprattutto nei “Mille Giorni Che Contano”, i primi tre anni di vita, che si gettano i presupposti della personalità. In questo periodo…

“Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità” come Maria Montessori ricordava nel testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids” che parla, guarda caso, di tecnologia nella scuola. Per questo…

… un bambino a passeggio perso nello schermo dello smartphone di mamma a guardare un cartone animato viene defraudato della possibilità di esplorare il mondo che lo circonda anche solo utilizzando i sensi. Una bella perdita, direi. Passiamo ora all’altro cartellone.

Per quello che ci interessa, attorno ai sei anni inizia un percorso verso un’importante conquista, quella dell’astrazione. Prima di quell’età il bambino fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che esiste solo nella sua mente, come …

… ci fa vedere questa piccola bimba che asciuga le lacrime di un personaggio televisivo. Scena tenera, ma che dovrebbe farci riflettere su come una certa tecnologia offra un “mondo sotto vetro” che interferisce con la percezione della realtà da parte dei più piccoli.

Una recente ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine, perché quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto.

Su questi argomenti c’è tanto da dire e da fare. Se volete approfondire questi temi vi indirizzo ai due libri che ho scritto. Uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori, e uno pensato più per i miei colleghi genitori.

Ora veniamo all’altra forza che ci agita nel pensare alla tecnologia nell’educazione: il futuro.

Spendiamo immani sforzi per essere pronti, noi e i nostri ragazzi, per un futuro che comunque fatichiamo a immaginare. L’assurdo è che questo impegno convive con una scuola che funziona come se il mondo e gli allievi dovessero rimanere sempre come sono oggi, ma di questo parleremo un’altra volta.

Fatichiamo a immaginare come sarà il mondo quando i nostri ragazzi usciranno dal sistema dell’istruzione. I nati quest’anno (2022) termineranno la scuola dell’obbligo fra 14 anni nel 2036 e si ritroveranno in un mondo molto diverso dal nostro popolato da 8 miliardi di persone, con la produzione di petrolio che inizia a ridursi, dove bisognerà convivere con il riscaldamento globale e dove l’acqua potabile sarà sempre più preziosa. Un mondo dove ci saranno professioni che oggi nemmeno immaginiamo e per le quali l’ufficio come concepito oggi non avrà più senso e dove le macchine ci avranno sostituito in un crescente numero di compiti. Del resto, fare previsioni sul futuro non è mai stato facile.

In Blade Runner, film di fantascienza ormai diventato di culto, girano macchine volanti, intelligenze artificiali e cyborg, ma il protagonista per telefonare a Rachael, la replicante, usa una cabina telefonica. Il regista non riesce proprio a immaginare i telefonini. Poi non mancano esempi …

… di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste. Viste tali difficoltà, che senso ha la difesa dell’accesso alla tecnologia come “preparazione per il futuro”?

Forse la soluzione del dilemma è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

La cosa strana è che i migliori esperti di futuro sono anche i meno ascoltati. Sto parlando dei bambini che a volte hanno delle intuizioni sul futuro che non sono messe a tacere da quello che crediamo di sapere sulla realtà, come succede a noi adulti.

Lo hanno fatto, invece, con risposte degne dei migliori futurologi, nello studio Robots@School che ha chiesto a bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare e con cui poter fare amicizia.

Teniamo però ben presente che il bambino dovremmo ascoltarlo sempre, non solo in occasione di studi strutturati come questo. E forse, comprendendo i bambini, riusciremo a vedere noi stessi in una nuova luce.

Sono gli innovatori come questi bambini futurologi quelli che creeranno il futuro e chi di voi è insegnante li ha di fronte, a scuola e noi genitori attorno alla tavola da pranzo.

Ecco, convinciamoci che quello che succede a scuola e in famiglia avrà un impatto fortissimo sulle loro capacità di innovare. Un articolo, intitolato “Come pensano gli innovatori?” lo scrive chiaramente: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”.

Sgombriamo il campo anche da una visione dell’educazione come un processo lineare di preparazione al futuro, come ricordava il compianto Ken Robinson, e rendiamoci conto di quanto valga la formazione globale della persona rispetto ai voti o ai percorsi scolastici.

Non penso, quindi, …

…che serva la persona che sa tutto. Tra l’altro nel mio campo la conoscenza tecnica diviene obsoleta nel giro di sei mesi. Questi, come dice Hoffer, …

… saranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più. La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un mondo in cui gli analfabeti…

…non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo, come grida Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro”. Un bel po’ di anni prima…

…la Dottoressa Montessori sosteneva esattamente lo stesso dandoci un potente suggerimento per il nostro lavoro educativo.

Tutto questo l’ho trovato osservando i miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l’educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto, non vedo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — arriviamo da ventisei nazioni differenti, se non ho dimenticato nessuno — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare qui.

Siamo in dirittura d’arrivo. È chiaro che, come educatori, vogliamo preparare i nostri piccoli al futuro, il tempo dove poi dovranno vivere. In quest’ottica basta puntare tutto sulla tecnologia? Secondo me no.

Ci sono molte voci critiche riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, Enrico Nardelli che ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Sulla stessa linea Alan Kay, in un’intervista dell’aprile 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” E la capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni.

Voglio concludere con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore che dovrebbe preoccuparsi che ogni “abitante del futuro” che gli è stato affidato …

“avesse piuttosto la testa ben fatta che ben piena”. Come scriveva Montaigne 500 anni fa.

Chiudiamo con una voce di incoraggiamento che ci arriva da una fonte inaspettata …

… Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità, e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Sta parlando di noi educatori e genitori.

In questi giorni bui una parola di speranza ci viene da Maria Montessori: “Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo, e di conseguenza la società. Il bambino possiede un potere interiore che può guidarci verso un futuro più luminoso.”

… Non facciamoci ammaliare dalle promesse della tecnologia o spaventare dal futuro, ma guidiamo i nostri nativi digitali a formarsi quella forte personalità che li preparerà a un qualsiasi futuro. E allora: “Buona strada!” come ci si augura nello scautismo.

E grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Wikipedia, “Effetto Flynn” (2021)it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Flynn
Wikipedia, “Mappa mentale” (2021)it.wikipedia.org/wiki/Mappa_mentale
Wikipedia, “Neuroni specchio” (2021)https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio
Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, “So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio” Raffaello Cortina Editore (2006), ISBN 978-88-6030-002-7www.raffaellocortina.it/scheda-libro/giacomo-rizzolatti-corrado-sinigaglia/so-quel-che-fai-9788860300027-1084.html
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs” (1995)americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Larry Page and Sergey Brin, “Google founders talk Montessori” (2010)www.youtube.com/watch?v=0C_DQxpX-Kw
TED Conference, “Will Wright makes toys that make worlds” (2010)www.ted.com/talks/will_wright_makes_toys_that_make_worlds
Bronwyn Fryer, “How Do Innovators Think?” Harvard Business Review (2009)hbr.org/2009/09/how-do-innovators-think
Sir Ken Robinson, How to escape education’s death valley”, TED (2013)www.ted.com/talks/ken_robinson_how_to_escape_education_s_death_valley
Julia Child, Excerpt from “Julia Child & Company” (1978)www.montessorieducation.com/blog/julia-child-and-montessori
Anne-Dominique Gindrat, et al., “Use-Dependent Cortical Processing from Fingertips in Touchscreen Phone Users”, Current Biology, Volume 25, Issue 1, (2015) doi: 10.1016/j.cub.2014.11.026
Centro Svizzero di Calcolo Scientificowww.cscs.ch
Ritorna alle risorse su MontessoriIndietro

Licenza d’uso

Licenza Creative Commons

Questo lavoro di è sotto licenza Creative Commons Attribuzione, Non Commerciale, Condividi allo stesso modo 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)

 

Sei libero di:

Alle seguenti condizioni:

Questo è un riassunto in linguaggio accessibile a tutti (e non un sostituto) della licenza. Maggiori informazioni si trovano su: creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/