Mario Valle Web

Tecnologie digitali: Angeli o Demoni?

Presentazione all’evento “Bambini al centro” il 24 novembre 2024 a Fermo.


Buongiorno!

Nel nostro ruolo di educatori, come dobbiamo considerare le tecnologie digitali, cioè computer, smartphone e reti sociali?

C’è chi le adotta magari in maniera acritica perché nuovo vuol dire necessariamente buono. E c’è chi le demonizza e ne impedisce l’utilizzo perché le considera la fonte di tutti i mali.

E così ci sono scuole e famiglie dove la tecnologia la fa da padrone, magari con la giustificazione che “così il piccolo non si sente diverso” oppure “così lo prepariamo per il futuro”. O peggio, dove la tecnologia diviene babysitter o sostituisce l’insegnante.

Al contrario ci sono scuole e famiglie dove la tecnologia viene attivamente bandita e dove si considerano solo gli aspetti negativi o problematici di queste tecnologie.

Io credo, invece, che dobbiamo trovare un punto d’equilibrio per svariati motivi.

Primo, perché la tecnologia è già parte del mondo dei nostri piccoli, per quanto cerchiamo di impedirlo.

Secondo, perché nel nostro futuro la tecnologia digitale c’è per rimanere. Non riusciamo nemmeno a immaginare un mondo in cui ci si debba recare in banca per ogni operazione, o dove i messaggi arrivano dopo giorni per posta. E nelle scuole?

Già decenni fa Maria Montessori, che non rifuggiva dalla tecnologia del suo tempo, scriveva: “Credo […] che l’introduzione di ausili meccanici diventerà una necessità generale nelle scuole del futuro”.

… Però metteva ben in chiaro quale dev’essere l’ordine di priorità: “Vorrei, però, sottolineare che questi ausili meccanici non sono sufficienti per realizzare la totalità dell’educazione”. Questo è già un primo suggerimento per come trovare l’equilibrio nell’avvicinarci alle tecnologie.

Come educatori vogliamo formare nei nostri giovani personalità robuste che sappiano fare un uso consapevole delle tecnologie digitali, tenendo presente una ovvia verità che troppo spesso dimentichiamo: …

… educare non vuol dire addestrare all’uso di una qualche tecnologia. Educare non vuol dire trasmettere nozioni. Educare vuol dire far crescere le persone a noi affidate fino a che divengano adulti responsabili che possano contribuire al bene comune. Per far capire la differenza fra educare e addestrare, ho trovato un articolo che utilizzava …

… una foto geniale del famoso fotografo Henry Cartier-Bresson per chiarire il concetto. Diceva: “Ti posso addestrare ad utilizzare la macchina fotografica, gli obbiettivi e i diaframmi, ma per ottenere questa foto non basta. Serve una mano e un occhio educati. Senza uno scopo quello che fai diventa vuoto, una ripetizione di gesti che prima o poi farà un’intelligenza artificiale. Mentre le foto di Cartier-Bresson le ha fatte solo lui, sono irripetibili”.

Oppure ci interessa solo formare degli operai digitali? È l’impressione che danno tanti lamenti da parte del mondo produttivo. Invece, ci sono molte voci dissidenti riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, Enrico Nardelli che ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Vogliamo preparare, quindi, persone che sappiano pensare perché, altrimenti, “se pensi e agisci come una macchina intelligente, sarai sostituito da una macchina intelligente”. Ci avvieremo così verso un futuro cupo di tirannia delle macchine dando ragione a chi demonizza la tecnologia digitale.

Se vogliamo educare all’uso consapevole delle tecnologie digitali, dobbiamo trovare il modo di introdurle nel lavoro educativo in modo che si possa educare ai rischi e alle opportunità che queste offrono. Questo deve avvenire …

… senza tanta teoria e troppe parole, ma con la pratica.

I robottini usati in maniera creativa, ma anche …

… con le tecnologie digitali che non sono esplicitamente computer, come le macchine fotografiche digitali.

Poi, ascoltando i bambini e che cosa vogliono conoscere riguardo ai computer. Cosa che spesso cerchiamo di evitare, magari perché ci consideriamo ignoranti in materia. Esattamente di questo si lamentava Montessori: “Il nostro insegnamento deve solo rispondere ai bisogni intellettuali del bambino, non deve mai imporli.” E allora possiamo farci aiutare …

… da una favola, come quella “Nel Regno di Si Piuh”.

Quando si parla di computer o in generale di informatica, ci sono tantissime attività interessanti che non hanno bisogno di computer (chiamarle unplugged suona più moderno) per trasmettere i concetti e le idee che stanno alla base di ogni tecnologia digitale.

Concetti come quello di algoritmo possono essere introdotti anche molto presto.

Addirittura, come ha fatto questa maestra, creare uno Scratch (il linguaggio di programmazione per i piccoli) su carta. Creare algoritmi …

… è qualcosa che apprendono fin dal nido. Basta vedere questo bambino controllare e rimettere in ordine da solo i materiali che ha usato.

L’utilizzo dei materiali Montessori insegna agli studenti a pensare attraverso un’articolata sequenza di passaggi ogni volta che prendono autonomamente un lavoro dallo scaffale: selezionare l’attività, identificare e seguirne ogni fase, completarla e rimettere il lavoro al suo posto. Il bambino ha quindi la libertà di creare il proprio algoritmo per utilizzare il materiale nel modo più efficace.

Infine, non dimentichiamo che i concetti si apprendono meglio nella loro prospettiva storica. Queste maestre hanno creato una linea del tempo sulla storia del computer e in una scuola norvegese avevo visto una linea del tempo delle varie tecnologie come TV, computer, frigorifero, eccetera.

Come base di partenza si potrebbe prendere il libro Gli innovatori di Walter Isaacson, per esempio.

A questo punto i fautori della tecnologia ad ogni costo ci faranno notare che dobbiamo preparare i nostri piccoli per il futuro in cui vivranno. E poi sotto sotto tutti temiamo di non essere preparati per quello che ci regalerà il futuro.

Ma prevedere il futuro e soprattutto il futuro tecnologico non è un esercizio facile per nessuno perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

E non mancano esempi di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste:

  • “Penso che nel mondo ci sia mercato forse per quattro o cinque computer” — Thomas Watson, presidente dell’IBM, 1943.

  • “Prevedo che Internet diverrà presto una spettacolare supernova e nel 1996 crollerà catastroficamente” — Robert Metcalfe, fondatore della 3Com e inventore dell’Ethernet, 1995.

  • “A chi volete che interessi ascoltare mille canzoni?” — Ed Zander, amministratore delegato della Motorola parlando dell’avversario iPod dell’Apple, 2006.

Non occorre però andare molto lontano. Pensiamo solamente all’iPhone, presentato diciassette anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, volgarmente chiamati intelligenze artificiali, fra cui il popolare ChatGPT che ha poco più di un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Proviamo invece ad ascoltare chi ha riflettuto sul futuro che ci attende, come Eric Hoffer che scriveva: “In un’epoca di cambiamenti drastici quelli che apprendono erediteranno il futuro. I dotti di solito si trovano ben equipaggiati per vivere in un mondo che non esiste più.” (“Reflections on the Human Condition”, 1973). La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un altro esempio. Nel campo dei supercomputer in cui ho lavorato, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e si deve ricominciare a studiare.

Oppure Alvin Toffler che nel suo libro “Lo Shock del Futuro” sosteneva con forza: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Però oggi, in questo mondo dove il cambiamento è la norma, possiamo prepararci seguendo …

… quanto suggeriva Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”.

Forse la soluzione al problema della previsione del futuro è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne. Ecco, quello che servirà nel futuro sono nuove idee.

Alan Kay in un’intervista dell’aprile 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni. E per avere idee bisogna immaginare e unire idee diverse.

Per Albert Einstein “l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

Proviamo a immaginare un Einstein adolescente che a sedici anni si domandava “che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?” dando così l’avvio a quella catena di pensieri che lo portò alla Teoria della Relatività, e allora capiremo quanto sia importante questa capacità nel bambino.

E a queste immagini dobbiamo —devono— essere ricettivi. Invece, come diceva Winston Churchill, la maggior parte della gente passa oltre queste ispirazioni, non le vede o, peggio, non ha mai avuto un’insegnante che facesse capire loro l’importanza di essere curiosi, di immaginare e trovare connessioni e collegamenti. Dovremmo insegnar loro a reagire come ha fatto l’ingegnere svizzero George De Mestral che era stufo di togliere i frutti uncinati della bardana dai suoi calzoni dopo la caccia ma osservandoli gli è venuta l’idea del Velcro.

Voglio riassumere queste idee con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore che dovrebbe preoccuparsi di ogni “abitante del futuro” che gli è stato affidato.

Lo stesso vale per le insegnanti. Scrive Montessori: “Il primo passo è l’auto-preparazione dell’immaginazione, perché la maestra montessoriana deve vedere un bambino che non esiste ancora, materialmente parlando, deve aver fede nel bambino che si rivelerà per mezzo del lavoro”.

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende quello che serve dal mondo. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vedere solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” in cui torna bagnato e sporco fino al midollo.

Maria Montessori nel testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids” ci ricorda: “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità”. Ed ecco qui un’altra caratteristica del lavoro educativo che, quando parliamo di tecnologia, scivola in secondo piano.

L’importanza del corpo e dei sensi. Parlando delle intelligenze artificiali, il professor Bongard ci ricorda che “i punti deboli dell’IA sono per lo più legati a cose come il buon senso e il rapporto causa-effetto. Il che fa intuire perché ci sia bisogno di un corpo. Avendo un corpo si possono scoprire causa ed effetto, proprio perché si causano effetti. Questi sistemi di IA invece non possono scoprire il mondo tastandolo.” Ecco, i nostri piccoli invece possono farlo.

Per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente”.

E ora guardiamoci le mani. Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia).

Ben vengano allora quelle attività che, invece di fiumi di parole, fanno rivivere la testuggine romana o smontare un PC. Una maestra Montessori ha creato un materiale su quest’idea: …

… un vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

Nell’uso della tecnologia, per trovare l’equilibrio a cui puntiamo, gli adulti hanno un ruolo essenziale nell’educare alla tecnologia. Ruolo che troppo spesso è in negativo: genitori persi dentro uno schermo o in chiamate di lavoro fuori orario. Per il bambino, invece, il ragionamento è semplice: …

… lo fanno i miei genitori, quindi è una cosa buona.

Sappiamo che l’imitazione per il bambino è un mezzo fondamentale di apprendimento, anzi, per merito del …

… sistema specchio, cioè di quei neuroni motori che si attivano sia quando facciamo un movimento, sia quando lo vediamo fare, l’imitazione spesso non è intenzionale, è automatica.

La prima cosa da fare per gli adulti è, a parer mio, acquisire la consapevolezza del loro rapporto con la tecnologia.

Ci può aiutare tenere un diario di auto-osservazione per una settimana, per esempio. Da qualche tempo arriva il rapporto settimanale di Windows e anche gli smartphone vanno in questa direzione.

Il secondo ruolo essenziale dell’adulto ce lo svela Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità. E le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”. Questo credo possa diventare una nostra aspirazione come educatori in un mondo intriso di tecnologia.

Riassumendo il nostro ruolo come adulti, dovremmo essere delle guide e degli “allargatori” di orizzonti. Cosa intendo dire?

Intendo dire che il saper porre le domande giuste è una capacità da apprendere guidati dall’adulto educatore. Chi fa domande rimarrà in corsa, chi dà solo risposte sparirà, surclassato dalle IA. Picasso sintetizzava tutto ciò nella famosa frase: “I computer sono inutili. Possono solo darti risposte” che ricorda un’altra famosa citazione, attribuita a Lady Ada Lovelace, la prima programmatrice della storia, che affermava: “La Macchina Analitica [di Charles Babbage] non ha alcuna pretesa di dare origine a nulla. Può fare tutto ciò che sappiamo ordinargli di eseguire”. Dobbiamo quindi imparare e insegnare a essere curiosi e sviluppare le nostre conoscenze per riuscire a porre le domande giuste.

Invece, troppo spesso, diamo ai bambini risposte da ricordare invece di problemi da risolvere.

Prendiamo per esempio la rete che, con i suoi miliardi di pagine, può soddisfare quasi ogni curiosità. La posso usare limitandomi a cercare foto di gattini buffi o la posso usare per imparare qualcosa di nuovo. L’adulto può guidare nel suo utilizzo e può allargare gli orizzonti del piccolo oltre le foto divertenti e non deve essere solo preoccupato che finisca su siti inadatti.

Può invece aiutarlo a porsi domande e a fare ricerca, vera ricerca come ho visto fare da una maestra con questo materiale da lei inventato.

Che altro possiamo fare per rendere la tecnologia digitale un alleato per la crescita dei nostri giovani?

Dopo aver sistemato il nostro rapporto con la tecnologia, iniziamo col dialogare con loro. Qui andiamo oltre la tecnologia, ovviamente, ma a maggior ragione dobbiamo parlare con loro delle loro esperienze in questo mondo. I figli, anche se non lo ammetteranno apertamente, cercano la nostra guida per dare un senso alle loro esperienze anche in questo campo. Cerchiamo di non arrivare a che succeda qualcosa di irreparabile innescato dal frequentare social o quant’altro. Creiamo sempre un canale aperto e un ambiente di fiducia.

E non lasciamoli soli di fronte allo schermo. Questo non vuol dire controllarli. Il controllo è quanto più lontano ci sia dall’educazione. Fiducia e dialogo. E poi, quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sapranno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Magari …

… proviamo a giocare con loro ai videogiochi che amano. C’è da dire che molti adulti, soprattutto quelli un po’ più adulti, non vi si ritrovano perché manca loro l’esperienza oppure perché hanno provato a giocare con un qualche videogioco con risultati deludenti. Ma per i nostri figli sarà sì una fonte di divertimento, ma anche d’orgoglio, perché possono insegnare ai genitori qualcosa che conoscono meglio di loro.

Sul fatto che si debba far usare la tecnologia ai nostri piccoli ci sono pochi dubbi. Non tanto per potenziare l’apprendimento, ma perché i bambini sono immersi dalla tecnologia e gli educatori non devono rinunciare al ruolo di guida anche in quest’ambito.

Ma quando introdurle?

Per come si sviluppa il cervello dei bambini, nascono dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”, quel periodo che lascerà una traccia indelebile nello sviluppo del bambino.

Venendo quindi alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo esattamente in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Ecco, guardate questa bambina che asciuga le lacrime del personaggio televisivo. Scena tenera, ma che ci dà motivo di riflettere come certa tecnologia ci offra una visione “sotto vetro” di un mondo virtuale che viene interpretato male dai nostri piccoli.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto. Del resto, nemmeno gli adulti sono immuni da questo problema.

Cari genitori, tornate con i piedi per terra e non pensare che vostro figlio sia super-intelligente solo perché smanetta con un tablet! Questi sono dispositivi pensati per essere facili da usare e per i bambini piccoli qualcosa che risponde ai gesti è irresistibile. Non è che noi genitori vorremmo vantarci con gli amici di queste capacità?

Su questi argomenti c’è tanto da dire e da fare e il tempo è tiranno. Se volete approfondire vi indirizzo ai libri che ho scritto, uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori e uno pensato per i miei colleghi genitori. Sul sito dell’incontro troverete anche molti riferimenti utili.

Ora è tempo di concludere e condensare tutto quello che abbiamo visto in un messaggio da portare a casa.

Ecco, la tecnologia digitale c’è per rimanere e affrontarla con i due atteggiamenti estremi non aiuta il nostro lavoro educativo. Io direi che dobbiamo, prima di pensare alla tecnologia digitale, pensare come preparare i nostri “abitanti del futuro” a un qualsiasi futuro sviluppando il senso critico, la curiosità e l’immaginazione. Allarghiamo i loro orizzonti e guidiamoli con la nostra saggezza più che con le nostre conoscenze tecnologiche. E sempre tenendo in conto di come si sviluppa il loro corpo e il loro cervello. E ascoltiamoli questi futurologi che stanno seduti di fronte a noi a scuola!

Per concludere, non dimentichiamoci che possiamo collaborare con i nostri figli e i nostri allievi, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia. Guideremo così i nostri “abitanti del futuro” a conoscere veramente la tecnologia e a formarsi quella forte personalità che li preparerà a qualsiasi futuro.

Grazie per la vostra attenzione!

 

Riferimenti utili

Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Fondazione Mondo Digitale, “Tinkering coding making per bambini dagli 8 agli 11 anni”, Erickson (2020) www.erickson.it/it/tinkering-coding-making-per-bambini-dagli-8-agli-11-anni. Ci sono altri 3 volumi della serie che coprono dai 4 ai 13 anni.
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Some observations on technology, AMI Journal (2015)copia locale [English] e la sua traduzione italiana
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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