Mario Valle Web

Il cellulare quando?

Come la tecnologia può diventare strumento educativo

Incontro nell’ambito del BLA BLA Festival a Spilamberto l’8 ottobre 2023.


Benvenuti!

“Quando dargli il cellulare” è il dubbio che attanaglia tanti genitori. Invece ce ne sono altri che se ne escono con frasi tipo: “Dagli il cellulare così sta buono!”,

… soprattutto al ristorante e in altri luoghi pubblici che molte volte non sono proprio pensati per i bambini. Anche per strada …

…vediamo tanti bambini anestetizzati da uno schermo che sostituisce la babysitter e li fa stare tranquilli.

Al contrario ci sono scuole e famiglie dove la tecnologia viene attivamente bandita …

… e ci sono scuole e famiglie dove invece la tecnologia la fa da padrone, magari con la giustificazione che “così il piccolo non si sente diverso”.

Insomma, quando uniamo tecnologia ed educazione quasi sempre oscilliamo fra due estremi: demonizzare la tecnologia oppure accettarla in toto, spesso in maniera acritica, giusto perché pensiamo che nuovo equivalga a buono.

Poi c’è chi, per giustificare quest’ultimo atteggiamento, si convince che deve preparare i suoi figli o i suoi allievi per un futuro dove la tecnologia sarà sempre più presente, anche senza arrivare a convivere con questi robot un po’ inquietanti. Ma è un atteggiamento sensato? A breve, brevissimo termine, forse. Ma alla lunga no, …

… perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

Pensiamo solamente all’iPhone, presentato sedici anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no. Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, fra cui il popolare ChatGPT che non ha nemmeno un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Io, poi, che ho lavorato per tanti anni al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico a Lugano fra scienziati e supercalcolatori, mi sono reso conto che in questo lembo di futuro non sono solo le capacità tecniche ad essere importanti, ma tutta una serie di capacità, i cosiddetti “soft skills”, che sono poco considerate nell’educazione scolastica. Sto parlando della …

… capacità di lavorare assieme, di condividere le conoscenze, …

… di risolvere i problemi, spesso senza essere seduti davanti a uno schermo, ma pasticciando su una lavagna per dare concretezza alle proprie idee. Sia ben chiaro che non sono un “Luddista” uno che resiste al mutamento tecnologico, se non altro perché mi dà da mangiare.

Quindi abbiamo tecnologia babysitter, tecnologia maledetta o ignorata, tecnologia buona sempre e comunque, tecnologia che pensiamo stabile da qui al futuro e tecnologia che sopraffà altri valori e capacità. Allora, come facciamo a trovare un punto d’equilibrio? Come facciamo a non vederne solo gli aspetti negativi? E soprattutto, come facciamo a trasformare la tecnologia in uno strumento educativo?

Oggi, per provare a rispondere a queste domande, partiremo da una rapida carrellata sui meccanismi di sviluppo del cervello e del loro rapporto con la tecnologia per passare poi a discutere alcune capacità del bambino riguardo all’utilizzo della tecnologia digitale. Vedremo perché, per trasformare la tecnologia in uno strumento educativo, in prima linea ci debbano essere degli adulti che abbiano un rapporto sano con gli strumenti digitali.

Iniziamo allora dal primo punto: cervello e tecnologia. Teniamo, però, sempre presente che non esiste una sola tecnologia e che sugli effetti che queste possano avere su una personalità in formazione si continua a dibattere e studiare.

Quando parliamo di sviluppo infantile, la prima cosa che notiamo è che, rispetto ad altri animali, siamo nati con cervelli meno sviluppati che impiegano più tempo a maturare completamente. Avere un periodo così lungo di sviluppo del cervello — che nei suoi ultimi corsi Maria Montessori chiamava la lunga infanzia umana — è un vantaggio, perché questo risulta più facilmente modellato dall’ambiente e dall’esperienza, il che ci permette di adattarci e prosperare nel nostro habitat così unico.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Il secondo processo di sviluppo è la mielinizzazione delle fibre nervose, …

… un processo che inizia al quinto mese di vita fetale, è più intenso tra i sei e gli otto mesi di età e prosegue sino ai diciotto mesi. Con la mielinizzazione cambia la velocità di trasmissione degli assoni neurali che passa da 0.25 m/s a 70-80 m/s facilitando così il coordinamento delle funzioni cerebrali.

Se ora veniamo allo sviluppo complessivo del cervello, che vediamo in questo filmato tra i quattro e i vent’anni d’età, notiamo che non si sviluppa uniformemente. La velocità dei processi di creazione di nuove sinapsi e di mielinizzazione delle fibre nervose non è uniforme in tutto il cervello. Qui il blu indica le zone mature della corteccia.

Questi processi biologici di maturazione non uniforme del cervello fanno sì che ci siano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafo non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. Maria Montessori scrive: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui. Il bambino cammina con gli occhi non meno che con le gambe: ciò che lo fa avanzare è la vista delle cose interessanti che sono intorno a lui” (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

E allora, venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron studiato da Jean Itard e citato da Montessori, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Molto spesso trattiamo i nostri piccoli come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Un altro motivo per cui non possiamo considerare i bambini dei piccoli adulti è il differente tipo di attenzione. La psicologa Alison Gopnik, lo spiega così: “L’attenzione dell’adulto è come un riflettore, un «occhio di bue» che si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra… quella del bambino è come una lanterna che illumina tutto.” In altri termini, il bambino è pessimo nell’essere attento perché qualsiasi cosa può essere interessante e non vuole perdersela (“What do babies think?” con sottotitoli in italiano). Allora che effetto avrà …

… uno schermo che restringe la sua attenzione su neanche un decimetro quadrato?

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Questa scena molto tenera di una bimba che offre da bere ai nonni in videochiamata, fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini sotto vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto. Del resto, nemmeno gli adulti sono immuni da questo problema.

Se esposti a un sistema di intelligenza artificiale tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci ancor di più.

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende dal mondo quello che gli serve. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vedere solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” da cui torna bagnato e sporco fino al midollo. Che sia importante e difficile se ne è accorto …

… già Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale che si rese conto di come un’attività semplice portata avanti da un bambino, aveva delle difficoltà insormontabili per una macchina, tanto che affermò: “Finalmente ci siamo resi conto che la stragrande maggioranza di ciò che chiamiamo intelligenza è sviluppato entro la fine del primo anno di vita”.

… Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”.

E per terminare questa carrellata, guardiamoci le mani. Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia). Sulla stessa linea …

… per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente”.

Abbiamo forse esaurito gli aspetti in cui la tecnologia digitale vincola o interferisce con lo sviluppo dei nostri piccoli? No. Ce ne sono molti altri, anche se facilmente evitabili.

L’uso prolungato di uno schermo può avere effetti sulla vista e può mettere in difficoltà l’acquisizione della percezione della profondità.

Un altro problema è dato dalla luce blu emanata dallo schermo che interferisce con i segnali che arrivano all’encefalo riguardo ai cicli notte-giorno e ai momenti del risveglio e del prendere sonno. La causa di tutto ciò è una proteina prodotta all’interno della retina dell’occhio chiamata melanopsina che è in grado di misurare l’intensità della luce incidente e quindi di comprendere se sia giorno o notte. Questa proteina è sensibile a una ristretta banda di luci blu e, guarda caso, proprio qui cade la luce prodotta in maggior quantità dagli schermi. La conseguenza è che la luce proveniente dallo schermo inganna il cervello facendogli credere che è ancora giorno rendendo così difficile l’addormentarsi.

Per non parlare di come i dispositivi digitali riducano il movimento e l’uso delle mani.

Infine, l’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: prima era la televisione, ora è il tablet.

A questo punto la conclusione sarebbe quasi scontata. Dobbiamo lasciar fuori la tecnologia digitale dalla vita dei nostri piccoli. Sembra che demonizzare la tecnologia sia la scelta corretta, mentre non lo sia la tesi iniziale, che il digitale possa essere uno strumento educativo. Dobbiamo, però, tener conto che …

… i bambini che ci sono stati affidati vivono in un mondo tecnologico, qualsiasi cosa proviamo a fare per impedirlo. Dobbiamo quindi imparare a guidarli, a navigare questo mondo così affascinante. Un mondo in cui la tecnologia educa, anche se in forma indiretta, come vedremo fra poco.

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti.

Un esempio incredibile delle potenzialità del bambino, di ogni bambino, ce lo dà questo racconto di un membro del progetto chiamato One Laptop per Child che produce laptop robusti e facili da usare e li distribuisce nelle aree disagiate della terra per dare una possibilità in più di istruzione ai bambini. Questi racconta che in Etiopia “abbiamo lasciato le scatole nel villaggio. Chiuse. Chiuse con il nastro adesivo. Nessuna istruzione, nessun essere umano. Ho pensato: i bambini potranno giocare con le scatole! Nel giro di quattro minuti, un bambino non solo ha aperto la scatola, ma ha trovato l’interruttore di accensione. Non aveva mai visto un interruttore di accensione. Lo ha acceso. Entro cinque giorni, stavano utilizzando 47 applicazioni per bambino al giorno. Nel giro di due settimane cantavano la canzone dell’ABC nel villaggio e in cinque mesi avevano hackerato Android. Qualche idiota nella nostra organizzazione o nel Media Lab aveva disabilitato la videocamera, hanno capito che c’era una videocamera e hanno hackerato Android” (David Talbot, Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves).

Un altro esempio è questo simpatico bambino che formula cinque ipotesi in due minuti su come mettere gli oggetti su quelle scatole per farle accendere, molto più di un adulto nello stesso compito che arriva a malapena a due ipotesi.

Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% per gli adulti. Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero!

Insomma, miei cari genitori, non pensiate che vostro figlio sia super-intelligente perché smanaccia con un tablet, suvvia!

L’altra grande potenza del bambino è l’immaginazione, come a più riprese scrisse Maria Montessori: “L’immaginazione è la grande potenza di quest’età e, dal momento che noi non possiamo offrirgli il tutto, tocca al bambino immaginarlo. […] Ora, cos’è che colpisce l’immaginazione? Prima di tutto, la grandiosità, e poi il mistero. L’immaginazione è capace di ricostruire l’insieme, quando conosce il dettaglio reale”. Non solo lei, ma anche il suo contemporaneo …

… Albert Einstein ne era convinto: “L’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

Se proviamo a immaginare un Einstein adolescente che a sedici anni si domandava “che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?” dando così l’avvio a quella catena di pensieri che lo portò alla Teoria della Relatività, capiremo quanto sia importante questa capacità.

Per non sprecare questo potere dei bambini, Maria Montessori osservava: “Ciò che [il bambino] apprende deve essere interessante, deve affascinarlo: bisogna offrirgli cose grandiose: per cominciare, offriamogli il Mondo” (Dall’Infanzia all’Adolescenza, p. 45). Non limitiamoci nelle esperienze che proponiamo loro pensando che non possano capire. Hanno, ripeto, dei poteri e delle capacità che troppo spesso ignoriamo.

Maria Montessori era contraria alle fiabe perché: “Offrendo invece al bambino la storia dell’universo, noi gli diamo da ricostruire con la fantasia qualche cosa che è mille volte più stimolante e misterioso di qualsiasi fiaba”. Perché non applicare questa idea anche …

… alla tecnologia? Invece di far maturare sotto sotto l’idea che un computer sia qualcosa di magico e misterioso, perché non esplorare quello che c’è dentro?

E così si comprende questo titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore dell’era tecnologica.

Assieme all’immaginazione dovremmo preoccuparci di ascoltare che cosa i bambini vogliono conoscere riguardo ai computer. Esattamente quello di cui si lamentava Montessori: “Il nostro insegnamento deve solo rispondere ai bisogni intellettuali del bambino, non deve mai imporli.” Lo hanno fatto …

… con risposte degne dei migliori futurologi, nello studio Robots@School che ha chiesto a bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare e con cui poter fare amicizia. Oltre a mostrarci il futuro, quest’aspetto ci svela come i bambini e i ragazzi, a differenza di noi adulti, siano molto più interessati a cosa la tecnologia può fare “con loro” piuttosto che “per loro”. Teniamolo presente …

… e teniamo però ben presente che il bambino dovremmo ascoltarlo sempre, non solo in occasione di studi strutturati come questo.

Veniamo ora al terzo punto: l’essenziale ruolo dell’adulto nell’educare alla tecnologia. Ruolo che troppo spesso è in negativo: genitori persi dentro uno schermo o in chiamate di lavoro fuori orario. Per il bambino, invece, il ragionamento è semplice: …

… lo fanno mamma e papà, quindi è una cosa buona.

Sappiamo che l’imitazione per il bambino è un mezzo fondamentale di apprendimento, anzi, per merito del …

… sistema specchio, cioè di quei neuroni motori che si attivano sia quando facciamo un movimento, sia quando lo vediamo fare, l’imitazione spesso non è voluta razionalmente, è automatica.

Quindi, che cosa dobbiamo fare, come adulti e come educatori, affinché la tecnologia non divenga una barriera ma un mezzo educativo e non trasmetta un messaggio malato riguardo al suo uso?

Il primo passo è acquisire “consapevolezza”. Consapevolezza del nostro rapporto con la tecnologia, degli effetti che ha sui nostri giovani. Nel libro “Dipendenza Digitale” l’autore cita come esempio i monaci buddisti e quelli trappisti. Ambedue, per diffondere i loro principi, utilizzano la tecnologia digitale, frequentano reti sociali e navigano in rete, ma sono sempre consapevoli che questi sono strumenti e sanno che sono un mezzo, come la scodella del riso, e non il fine della loro vita.

Avere consapevolezza vuol dire innanzitutto conoscere, sapere qual è il nostro uso della tecnologia e quanto tempo vi dedichiamo.

Ci può aiutare tenere un diario di auto-osservazione per una settimana, per esempio. Da qualche tempo arriva il rapporto settimanale di Windows e Android che va in questa direzione.

Che altro possiamo fare per rendere la tecnologia digitale un alleato per la crescita dei nostri giovani?

Dopo aver sistemato il nostro rapporto con la tecnologia, iniziamo col dialogare con loro. Qui andiamo oltre la tecnologia, ovviamente, ma a maggior ragione dobbiamo parlare con loro delle loro esperienze in questo mondo. I figli, anche se non lo ammetteranno apertamente, cercano la nostra guida per dare un senso alle loro esperienze anche in questo campo. Cerchiamo di non arrivare a che succeda qualcosa di irreparabile innescato dal frequentare social o quant’altro. Creiamo sempre un canale aperto e un ambiente di fiducia.

E non lasciamoli soli di fronte allo schermo. Questo non vuol dire controllarli. Il controllo è quanto più lontano ci sia dall’educazione. Fiducia e dialogo. E poi, quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sapranno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Magari …

… proviamo a giocare con loro ai videogiochi che amano. C’è da dire che molti adulti, soprattutto quelli un po’ più adulti, non vi si ritrovano perché manca loro l’esperienza oppure perché hanno provato a giocare con un qualche videogioco con risultati deludenti. Ma per i nostri figli sarà sì una fonte di divertimento, ma anche d’orgoglio, perché possono insegnare ai genitori qualcosa che conoscono meglio di loro.

Ma l’aspetto più importante del ruolo dell’adulto nei riguardi della tecnologia ce lo svela Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità, e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”. Sta parlando di noi educatori e genitori.

Sulla stessa linea Alan Kay, un pioniere dell’informatica, in un’intervista dell’aprile 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni.

Oppure vogliamo solo crescere degli operai digitali, degli “schiaccia-bottoni”? Dovremmo, invece, formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Riassumendo il nostro ruolo come adulti, dovremmo essere delle guide e degli “allargatori” di orizzonti. Cosa intendo dire?

Prendiamo per esempio la rete che, con i suoi miliardi di pagine, può soddisfare quasi ogni curiosità. La posso usare limitandomi a cercare foto di gattini buffi o la posso usare per imparare qualcosa di nuovo. L’adulto può guidare nel suo utilizzo e può allargare gli orizzonti del piccolo oltre le foto divertenti e non deve essere solo preoccupato che finisca su siti inadatti.

Può invece aiutarlo a porsi domande e a fare ricerca, vera ricerca come ho visto fare da una maestra con questo materiale da lei inventato.

Tecnologia non vuol dire solo schermo e tastiera. C’è il tinkering, il pasticciare con materiali tecnologici come ha fatto quest’altra maestra, …

… ci sono le macchine fotografiche digitali …

… e ci sono tantissime attività interessanti che non hanno bisogno di computer (chiamarle unplugged suona più moderno) per trasmettere concetti e idee informatiche.

Su questa linea possiamo, come ha fatto questa maestra, creare uno Scratch (il linguaggio di programmazione per i piccoli) su carta.

In tutto questo credo ci possano mantenere sulla giusta rotta queste parole di Maria Montessori che non rifuggiva dalla tecnologia nelle sue scuole: “Vorrei, però, sottolineare che questi ausili meccanici non sono sufficienti per realizzare la totalità dell’educazione”.

… Lei era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente, ma vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è “allargare gli orizzonti” non so che cosa possa esserlo.

Siamo arrivati alla fine di questa chiacchierata, proviamo a ricapitolare cosa possiamo portare a casa. Primo, capire e tener conto di come si sviluppa il cervello del bambino e, quindi, qual è l’età giusta per esporlo alla tecnologia digitale. Secondo, consapevolezza da parte dell’adulto del suo proprio rapporto con il digitale. Terzo, essere delle guide che suscitano la curiosità nel bambino, navigano con lui in mezzo alla tecnologia, rispondono con la loro comprensione ad ampio raggio degli effetti della tecnologia e facendosi aiutare nell’uso del digitale dai più piccoli. Quarto, essere consapevoli che tecnologia non è solo il computer, ci sono le soft skills da far crescere e idee informatiche da apprendere prima di buttarsi a programmare. Infine, la tecnologia può aiutarci ad acquisire un occhio critico nei confronti delle meraviglie del digitale, del supposto genio nei piccoli che usano il tablet e del ruolo non da intrattenitore degli schermi.

Su questi argomenti c’è tanto da dire e da fare e il tempo è tiranno. Se volete approfondire vi indirizzo ai libri che ho scritto, uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori e uno pensato per i miei colleghi genitori. Sul sito dell’incontro troverete anche molti riferimenti utili.

Per concludere, non dimentichiamoci che possiamo collaborare con i nostri figli e i nostri allievi, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia. Guideremo così i nostri “abitanti del futuro” a conoscere veramente la tecnologia e a formarsi quella forte personalità che li preparerà a qualsiasi futuro.

Grazie per la vostra attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale/
Fondazione Mondo Digitale, “Tinkering coding making per bambini dagli 8 agli 11 anni”, Erickson (2020) www.erickson.it/it/tinkering-coding-making-per-bambini-dagli-8-agli-11-anni. Ci sono altri 3 volumi della serie che coprono dai 4 ai 13 anni.
Latitude, “Robots Inspire New Learning & Creativity Possibilities for Kids”, (2012, gennaio).latd.com/blog/study-robots-inspire-new-learning-creativity-possibilities-kids
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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