Mario Valle Web

Per quale futuro (tecnologico) li stiamo educando?

Keynote address per la presentazione dei risultati del progetto DIGITAL ECEC — Gli strumenti digitali nella prima infanzia: impatto, opportunità e sfide future

Perugia, 30.01.2024


Buongiorno a tutte e a tutti!

Quando guardiamo i nostri figli o gli allievi che ci sono stati affidati, non possiamo esimerci dal pensare che saranno loro a vivere nel futuro mentre noi — chi più, chi meno — abbiamo già vissuto il nostro futuro. Ma quale futuro stiamo preparando ai nostri piccoli?

Quello meraviglioso e incantato della fantascienza oppure …

… quello ottimista e un po’ ingenuo che immaginavano i nostri nonni o bisnonni?

Molto probabilmente il futuro che immaginiamo sarà un prolungamento dell’oggi, con qualche tecnologia in più e, speriamo, qualche disastro in meno.

Ma prevedere questo futuro soprattutto tecnologico non è un esercizio facile per nessuno perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

E non mancano esempi di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste:

  • “Penso che nel mondo ci sia mercato forse per quattro o cinque computer” — Thomas Watson, presidente dell’IBM, 1943.

  • “Prevedo che Internet diverrà presto una spettacolare supernova e nel 1996 crollerà catastroficamente” — Robert Metcalfe, fondatore della 3Com e inventore dell’Ethernet, 1995.

  • “A chi volete che interessi ascoltare mille canzoni?” — Ed Zander, amministratore delegato della Motorola parlando dell’avversario iPod dell’Apple, 2006.

Non occorre però andare molto lontano. Pensiamo solamente all’iPhone, presentato diciassette anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, volgarmente chiamati intelligenze artificiali, fra cui il popolare ChatGPT che ha poco più di un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Questi cambi e gli altri che non riusciamo ancora a prevedere dovrebbero spingerci a riflettere su che cosa serva realmente per prepararci e preparare i nostri “abitanti del futuro” ai tempi che verranno. Proviamo ad ascoltare chi queste riflessioni le ha fatte come …

… Eric Hoffer che scriveva: “In un’epoca di cambiamenti drastici quelli che apprendono erediteranno il futuro. I dotti di solito si trovano ben equipaggiati per vivere in un mondo che non esiste più.” (“Reflections on the Human Condition”, 1973). La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un altro esempio. Nel campo dei supercomputer in cui lavoro, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e le dobbiamo cambiare e studiare daccapo.

Oppure Alvin Toffler che nel suo libro “Lo Shock del Futuro” sosteneva con forza: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Però anche oggi, in questo mondo dove il cambiamento è la norma, possiamo prepararci seguendo …

… quanto suggeriva Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”. Non solo.

Dobbiamo convincerci che l’educazione non è un processo lineare, come non lo è il progresso e la crescita delle persone. Il futuro non sarà, come vogliono farci credere le aziende tecnologiche, come oggi, solo di più.

Allora, prevedere quale sarà il futuro tecnologico è impresa votata al fallimento? Non del tutto. Possiamo cercare gli scritti di quei pochi visionari come …

… Vannevar Bush che nell’articolo: “As We May Think”, che si traduce in “Come potremmo pensare”, ci mostra un vero squarcio sul futuro. Un pezzo ancor oggi citatissimo. La cosa strana, invece, è che i migliori esperti di futuro sono anche i meno ascoltati. Sto parlando dei bambini che a volte hanno delle intuizioni sul futuro che non sono messe a tacere da quello che noi adulti crediamo di sapere sulla realtà.

Lo hanno fatto, con risposte degne dei migliori futurologi, nello studio Robots@School che ha chiesto a bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare e con cui poter fare amicizia. Nei loro contributi, per esempio, ci mostrano come la tecnologia sia qualcosa che lavora “con loro” e non “per loro”.

Forse la soluzione del problema della previsione è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Allora, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro” per inventare il (loro) futuro? Credo che limitarsi ad addestrare all’uso di una qualche tecnologia non sia la cosa più importante e più sicura.

Da parte nostra, come riassume Roosevelt: “Forse non saremo in grado di preparare il futuro per i nostri figli, ma possiamo almeno preparare i nostri figli per il futuro.” Possiamo sforzarci di mettere la tecnologia al giusto posto, con spirito critico, senza piegarci alle richieste delle compagnie tecnologiche o alle mode e senza dare per scontato che “nuovo e moderno” voglia necessariamente dire “buono e utile”.

Per prima cosa penso che, come educatori, dobbiamo chiederci che cosa vogliamo divengano le persone che ci sono state affidate.

Vogliamo formare solo degli operai digitali? È l’impressione che danno tanti lamenti da parte del mondo produttivo. Invece, ci sono molte voci dissidenti riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, Enrico Nardelli che ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Tutto questo l’ho trovato nella pratica osservando i miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l’educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto, non vedo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — arriviamo da ventisei nazioni differenti, se non ho dimenticato nessuno — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare qui.

Da quel che ho visto in questo scampolo di futuro, possiamo riassumere le capacità che dobbiamo coltivare nei giovani per aiutarli ad affrontare il futuro in quelle che Marty Neumeier elenca nel suo libro “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”: il feeling (l’intuizione e l’empatia), il vedere (il system thinking), il sognare (l’immaginazione applicata), il fare (il progettare) e l’apprendere (l’autoeducazione). Queste abilità non vengono quasi mai insegnate a scuola, tuttavia sono le competenze di cui i nostri giovani avranno bisogno per rimanere rilevanti in un mondo del lavoro assediato da robot e intelligenze artificiali.

Voglio riassumere quello che dovremmo fare come educatori con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore che dovrebbe preoccuparsi di ogni “abitante del futuro” che gli è stato affidato.

A questo punto molti adulti si domandano se il cervello dei giovani sia diverso, se non siano addirittura una specie differente da noi a causa del mondo tecnologico in cui sono immersi fin dalla nascita.

Una delle prove a sostegno, a parte la facilità con cui maneggiano uno smartphone, è l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio (James R. Flynn, Massive IQ gains in 14 nations: What IQ tests really measure).

Notiamo, però, che dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. (Thomas W. Teasdale, David R. Owen, Secular declines in cognitive test scores: A reversal of the Flynn Effect). Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività, come dimostra uno studio più recente che parte invece dai dati sulla creatività e dimostra che, almeno negli Stati Uniti, le capacità creative sono cresciute fino al 1990 e poi hanno iniziato a declinare (Kyung Hee Kim, The Creativity Crisis: The Decrease in Creative Thinking Scores on the Torrance Tests of Creative Thinking).

Ne concludiamo che il cervello non è cambiato perché non ha fatto in tempo a evolvere per adattarsi ai ritmi e alle esigenze del mondo tecnologico. Se teniamo presente che il primo personal computer prodotto su scala industriale — l’Apple II — è del 1977, il primo sito web viene creato nel 1991, mentre il primo iPhone viene presentato a metà 2007, è evidente che in questo lasso di tempo si evolvono solo i batteri. Andando indietro nel tempo, non possiamo negare che anche l’invenzione della scrittura in Mesopotamia sia recente, poiché risale a poco più di cinquemila anni fa.

Per imparare a leggere, come per usare uno strumento tecnologico, il cervello umano non ha evoluto nuovi circuiti, non ne ha avuto il tempo, ma ha dovuto e ancora oggi ogni volta deve — daccapo — creare sofisticati collegamenti tra strutture neuronali in origine preposte ad altri più basilari processi, come la vista e la comprensione della lingua parlata.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita, come in questo studio che si focalizza sull’espansione, dovuta all’esercizio, della materia bianca, le fibre avvolte nella mielina (Sara L. Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development). È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello. Allora possiamo tornare a considerare come si sviluppa il cervello delle nostre persone in crescita e vedere come questo sviluppo interagisce con la tecnologia in cui sono immerse.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due-tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Questo processo di sviluppo assieme alla mielinizzazione delle fibre nervose, fanno sì che il cervello non si sviluppi in maniera uniforme …

… e che nascano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. L’adulto in questo deve seguire, come scrive Maria Montessori: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui”. (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

Venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo esattamente in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti.

Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”.

…Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% per gli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero! Se ora mettiamo a confronto …

Molto spesso trattiamo i nostri piccoli come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Un altro motivo per cui non possiamo considerare i bambini dei piccoli adulti è il differente tipo di attenzione che hanno. La psicologa Alison Gopnik lo spiega così: “L’attenzione dell’adulto è come un riflettore, un «occhio di bue» che si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra… quella del bambino è come una lanterna che illumina tutto.” In altri termini, il bambino è pessimo nel prestare attenzione perché qualsiasi cosa può essere interessante e non vuole perdersela (“What do babies think?” con sottotitoli in italiano). Allora che effetto avrà …

… uno schermo che restringe la sua attenzione su neanche un decimetro quadrato?

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato proprio qui da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Questa scena molto tenera di una bimba che offre da bere ai nonni in videochiamata, fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini dietro a un vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto.

Quest’altra rappresentazione dello sviluppo della persona, preparata da Maria Montessori per uno dei suoi ultimi corsi, ci dà una base per decidere quando introdurre la tecnologia nella vita del bambino. Montessori rappresenta lo sviluppo del bambino come un fiore la cui parte fra zero e sei anni è il bulbo che dà stabilità alla pianta.

È in queste età che si forma la personalità del bambino che sarà la base di tutto il suo futuro. Il futuro lo stiamo costruendo qui.

In tutto questo non voglio demonizzare la tecnologia, …

… ma voglio darle la giusta posizione e priorità. Ancora una volta Montessori ci può guidare. In queste interessanti pagine ritrovate nell’archivio Montessori ad Amsterdam scrive “Credo […] che l’introduzione di ausili meccanici”, cioè della tecnologia, “diventerà una necessità generale nelle scuole del futuro.” Quindi non il rifiuto della tecnologia, ma il darle la giusta priorità e introdurla alla corretta età. “Vorrei, però, sottolineare che questi ausili meccanici non sono sufficienti per realizzare la totalità dell’educazione.”

Torniamo a Maria Montessori per concludere. Lei era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente, ma vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è educare per il futuro non so proprio che cosa possa esserlo.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale
Sarah-Jayne Blackemore, “Inventare se stessi — Cosa succede nel cervello degli adolescenti”, Bollati Boringhieri (2018)www.unilibro.it/libro/blakemore-sarah-jayne/inventare-se-stessi-cosa-succede-cervello-adolescenti/9788833927992
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
Alison Gopnick, “What do babies think?”, TED Talk 2011www.ted.com/talks/alison_gopnik_what_do_babies_think con sottotitoli in italiano
Lorenzo Arvanitis, McKenzie Sadeghi, Jack Brewster, “GPT-4 produce più fake news e le rende più credibili”, La Repubblica 21 marzo 2023www.repubblica.it/tecnologia/2023/03/21/news/nonostante_le_promesse_di_openai_il_nuovo_modello_basato_sullintelligenza_artificiale_produce_disinformazione_piu_di_frequ-393127598
David Talbot, “Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves” (2012)www.technologyreview.com/s/506466/given-tablets-but-no-teachers-ethiopian-children-teach-themselves
George Land, “The Failure Of Success”, TED Talk 2011www.youtube.com/watch?v=ZfKMq-rYtnc
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”, (1995)americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Marty Neumeier, “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”, New Riders (2012)www.amazon.it/Metaskills-Five-Talents-Future-English-ebook/dp/B085N6141J
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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