Presentazione online per l’Associazione Costruire Montessori tenuta il 26.03.2025

Buongiorno a tutte e a tutti! Sono contento di essere qui con voi, anche se da remoto.

Quando guardiamo i nostri figli o gli allievi che ci sono stati affidati, non possiamo esimerci dal pensare che saranno loro a vivere nel futuro mentre noi — chi più, chi meno — abbiamo già vissuto il nostro futuro. E questo ci genera ansia: saremo capaci di prepararli per questo futuro? Ma quale futuro stiamo costruendo per i nostri piccoli?

Quello meraviglioso e incantato della fantascienza, oppure …

… quello ottimista e un po’ ingenuo che immaginavano i nostri nonni o bisnonni?

Molto probabilmente immaginiamo il futuro come le società tecnologiche ci spingono a immaginare, cioè come un prolungamento dell’oggi, con qualche tecnologia in più e con la promessa di un’età dell’oro giusto dietro l’angolo.

Ma prevedere il futuro e soprattutto il futuro tecnologico, non è un esercizio facile per nessuno perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

E non mancano esempi di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste:
“Penso che nel mondo ci sia mercato forse per quattro o cinque computer” — Thomas Watson, presidente dell’IBM, 1943.
“Prevedo che Internet diverrà presto una spettacolare supernova e nel 1996 crollerà catastroficamente” — Robert Metcalfe, fondatore della 3Com e inventore dell’Ethernet, 1995.
“A chi volete che interessi ascoltare mille canzoni?” — Ed Zander, amministratore delegato della Motorola parlando dell’avversario iPod dell’Apple, 2006.

Non occorre però andare molto lontano. Pensiamo solamente all’iPhone, presentato diciotto anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, volgarmente chiamati intelligenze artificiali, fra cui il popolare ChatGPT che ha poco più di due anni di vita, impattassero così profondamente il mondo produttivo e sociale?
Per essere preparati a questo mondo tecnologico in profondo cambiamento di cosa abbiamo bisogno e, soprattutto, come possiamo preparare i nostri figli e allievi?

Un indizio ce lo fornisce Eric Hoffer che scriveva: “In un’epoca di cambiamenti drastici quelli che apprendono erediteranno il futuro. I dotti di solito si trovano ben equipaggiati per vivere in un mondo che non esiste più.” (“Reflections on the Human Condition”, 1973). La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un altro esempio: nel campo dei supercomputer in cui ho lavorato, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e le dobbiamo cambiare e studiare daccapo.

Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro” aggiungeva: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Però oggi, in questo mondo dove il cambiamento è la norma, ci sono idee concretizzate nella pratica educativa che possono prepararci.

Parlo di quanto suggeriva e viveva in pratica nelle sue scuole Maria Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”.
Oggi vorrei proprio questo: convincervi che l’educazione Montessori prepara effettivamente a vivere un futuro in cui la tecnologia digitale farà la parte del leone senza limitarsi a risolvere un problema educativo contingente puntando invece a far crescere delle persone che possano cambiare il mondo.

E le persone che cambieranno il mondo sono quelle che seguono il consiglio di Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Allora, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro” per inventare il (loro) futuro? Credo che limitarsi ad addestrarli all’uso di una qualche tecnologia non sia la cosa più importante e più sicura. Chi ci assicura che quella tecnologia rimarrà rilevante fra 10-20 anni quando entreranno nel mondo del lavoro?

Serviranno invece idee nuove. Alan Kay in un’intervista del 1994, affermava che “se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni. Per creare bisogna immaginare e mescolare idee diverse.

Per Albert Einstein “l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

Proviamo a immaginare Einstein adolescente che a sedici anni si domandava “che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?” dando così l’avvio a quella catena di pensieri che lo portò alla Teoria della Relatività, e allora capiremo quanto sia importante questa capacità nel bambino.

A queste immagini dobbiamo — devono — essere ricettivi. Invece, come scriveva Winston Churchill, la maggior parte della gente passa oltre queste ispirazioni, non le vede o, peggio, non ha mai avuto un’insegnante o un genitore che facesse capire loro l’importanza di essere curiosi, di immaginare e trovare connessioni e collegamenti. Dovremmo, invece, insegnar loro a reagire come ha fatto l’ingegnere svizzero George De Mestral che era stufo di togliere i frutti uncinati della bardana dai suoi calzoni dopo la caccia ma osservandoli gli è venuta l’idea del Velcro.

Voglio riassumere queste idee con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Questo deve iniziare a farlo ogni insegnante ed educatore.

Per questo Montessori, parlando delle sue maestre, le esortava così: “Il primo passo è l’auto-preparazione dell’immaginazione, perché la maestra montessoriana deve vedere un bambino che non esiste ancora, materialmente parlando, deve aver fede nel bambino che si rivelerà per mezzo del lavoro”.

Per preparare per il futuro digitale le persone che ci sono state affidate penso che, come educatori, dobbiamo innanzitutto stabilire dove vogliamo arrivare e chiederci che cosa vogliamo divengano.

Sono convinto che dobbiamo formare nei nostri giovani personalità robuste che sappiano fare un uso consapevole delle tecnologie digitali, qualunque esse siano.

Oppure vogliamo formare solo degli operai digitali? È l’impressione che danno tanti lamenti da parte del mondo produttivo. Invece, ci sono molte voci dissidenti riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, Enrico Nardelli ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Per riuscire a formare questo tipo di persone serve educazione, non addestramento. L’articolo intitolato “Perché vale la pena educare (insegnare non è addestrare)” utilizza una …

… foto geniale del famoso fotografo Henry Cartier-Bresson per chiarire il concetto. Questi diceva: ti posso addestrare ad utilizzare la macchina fotografica, gli obbiettivi e i diaframmi, ma per ottenere questa foto non basta. Serve una mano e un occhio educati. Senza uno scopo, quello che fai diventa vuoto, una ripetizione di gesti che prima o poi farà un’intelligenza artificiale. Mentre le foto di Cartier-Bresson le ha fatte solo lui, sono irripetibili.

Vogliamo preparare, quindi, persone che sappiano pensare perché, altrimenti, “se pensi e agisci come una macchina intelligente, sarai sostituito da una macchina intelligente”. Ci avvieremo così verso un futuro cupo di tirannia delle macchine dando ragione a chi demonizza la tecnologia digitale. Siamo giustamente spaventati dall’idea che questo possa succedere.

Per superarla, gli autori di questo libro (Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti, “Umano, poco umano”, PIEMME (2024)) insistono che dobbiamo lavorare e migliorare ciò che ci rende umani, come la creatività e l’immaginazione affinché la nostra intelligenza non venga travolta dalle macchine.

L’educazione Montessori prepara ad affrontare queste sfide andando al nocciolo del problema, come recita lo statuto dell’Association Montessori Internationale (AMI): “Obiettivo primario dell’educazione Montessori è quello di preparare il bambino completo a raggiungere il suo pieno potenziale in tutte le aree della vita”. Dietro questa affermazione non c’è solo un obiettivo di efficacia educativa, c’è il porre il bambino al centro dell’azione educativa e tutta la proposta Montessori mira a far sì che raggiunga il suo pieno potenziale nella vita. Diventerà un genio? Forse, se ne ha le potenzialità, ma non è questo l’obiettivo.

Per vedere se e come il Montessori educa per il futuro digitale, partiamo da come Maria Montessori considerava la tecnologia, ovviamente la tecnologia del suo tempo.

Innanzitutto, notiamo che Maria Montessori non era estranea al mondo scientifico e tecnologico, come testimonia il suo curriculum scolastico. Infatti, dal 1883 frequentò a Roma la Regia Scuola Tecnica “M. Buonarroti” dove si diplomò nel 1886. Per continuare gli studi di matematica e di scienze, passò al Regio Istituto Tecnico “L. da Vinci” e, dopo essersi diplomata nell’autunno del 1890, si iscrisse alla “Facoltà di scienze fisiche, naturali e matematiche” dell’Università di Roma, dove conseguì la relativa licenza.

Quando divenne nota a livello internazionale, Maria Montessori era tenuta in alta considerazione dai principali scienziati e tecnologi del suo tempo. Fra i suoi sostenitori troviamo nientemeno che Thomas Alva Edison, probabilmente il più celebre tecnologo e imprenditore dell’epoca e …

… Alexander Graham Bell, che nel 1913 con sua moglie Mabel fondò la “Montessori Educational Association” nella loro casa a Washington, DC.

C’è un testo di Maria Montessori intitolato “Introduction on the Use of Mechanical Aids” (Introduzione all’utilizzo degli ausili meccanici) che probabilmente scrisse nel 1947 come prefazione a un libro indiano sulle tecnologie nella scuola. È riportato in un numero speciale dell’AMI Journal del 2015. L’introduzione al testo ci dà un’idea di come Montessori considerasse la tecnologia: “Montessori era affascinata dalla tecnologia del suo tempo, che assolutamente la incantava e dove vedeva opportunità per unire il nostro mondo e un mezzo attraverso il quale una società mondiale interconnessa avrebbe potuto dare sostegno agli altri, e così far avanzare il genere umano”. Nel testo la Dottoressa rimarca l’importanza che la tecnologia avrà nelle scuole, …

… ma riafferma con forza che il primato, senza eccezioni, deve essere dato allo sviluppo del bambino completo e che i mezzi tecnologici non sempre sono all’altezza del compito.

Nel vedere il rapporto fra Maria Montessori e la tecnologia non dobbiamo dimenticare che lei era una scienziata. Sì, era una scienziata, una vera scienziata sperimentale. Una collega, oserei dire.

Non era la figura un po’ sdolcinata che ci ha proposto la fiction televisiva del 2007. E lei ci teneva a dire che non era una sentimentale romantica — addirittura rivelando che i bambini la annoiavano — ma una rigorosa investigatrice scientifica.

Per questo per me è stato naturale comprendere perché funziona così bene il Montessori. Alla fine di una conferenza a Carpi (Modena) mi si avvicina un signore che lavora al recupero di persone con gravi problemi neurologici. Mi dice: “Dopo tutti i corsi che ho fatto sul sistema neurale dell’uomo e sul funzionamento celebrale, posso dire che Montessori funziona perché è così che funziona il cervello umano”. Quindi non sono idee campate in aria, ma sono ben radicate nei meccanismi cerebrali del bambino. Vediamone un solo esempio.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due-tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Questo processo di sviluppo, assieme alla mielinizzazione delle fibre nervose, fa sì che il cervello non si sviluppi in maniera uniforme …

… e che nascano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. L’adulto in questo deve seguire, come scrive Maria Montessori: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui”. (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

Venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo esattamente in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Quest’altra rappresentazione dello sviluppo della persona, preparata da Maria Montessori per uno dei suoi ultimi corsi, ci dà una base per decidere quando introdurre la tecnologia nella vita del bambino. Montessori rappresenta lo sviluppo del bambino come un fiore la cui parte fra zero e sei anni è il bulbo che dà stabilità alla pianta.

È in questo periodo che si forma la personalità del bambino che sarà la base di tutto il suo futuro.

Se confrontiamo la rappresentazione dello sviluppo come bulbo e radice proposta da Maria Montessori con il grafico del numero di sinapsi vediamo chiaramente che è proprio in questi anni che si forma la base del cervello futuro. Un’educazione Montessori cerca proprio di non sprecare questi pochi anni formativi.

A questo punto molti adulti si domandano se il cervello dei giovani sia diverso, se non siano addirittura una specie differente da noi a causa del mondo tecnologico in cui sono immersi fin dalla nascita e che quindi siano bambini differenti da quelli che studiava Maria Montessori.

Una delle prove a sostegno, a parte la facilità con cui maneggiano uno smartphone, è l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio (James R. Flynn, Massive IQ gains in 14 nations: What IQ tests really measure).

Notiamo, però, che dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008 (Thomas W. Teasdale, David R. Owen, Secular declines in cognitive test scores: A reversal of the Flynn Effect). Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività, come dimostra uno studio più recente che parte invece dai dati sulla creatività e dimostra che, almeno negli Stati Uniti, le capacità creative sono cresciute fino al 1990 e poi hanno iniziato a declinare (Kyung Hee Kim, The Creativity Crisis: The Decrease in Creative Thinking Scores on the Torrance Tests of Creative Thinking).

Da questo possiamo concludere che il cervello dei bambini non è cambiato perché non ha fatto in tempo a evolvere per adattarsi ai ritmi e alle esigenze del mondo tecnologico. Se teniamo presente che il primo personal computer prodotto su scala industriale — l’Apple II — è del 1977, il primo sito web viene creato nel 1991, mentre il primo iPhone viene presentato a metà 2007, è evidente che in questo lasso di tempo si evolvono solo i batteri. Andando indietro nel tempo, non possiamo negare che anche l’invenzione della scrittura in Mesopotamia sia recente, poiché risale a poco più di cinquemila anni fa.
Per imparare a leggere, come per usare uno strumento tecnologico, il cervello umano non ha evoluto nuovi circuiti, non ne ha avuto il tempo, ma ha dovuto e ancora oggi ogni volta deve — daccapo — creare sofisticati collegamenti tra strutture neuronali in origine preposte ad altri più basilari processi, come la vista e la comprensione della lingua parlata.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita, come si vede in questo studio che si focalizza sull’espansione, dovuta all’esercizio, della materia bianca, le fibre avvolte nella mielina (Sara L. Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development). È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti.

Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”. …

… Non ci dovremmo però stupire. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% negli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero per l’umanità!

Molto spesso trattiamo questi piccoli geni come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Per questo i materiali che troviamo in una scuola Montessori si chiamano “materiali di sviluppo” e non “materiali didattici”.

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

La scena tenera di questa bambina che asciuga le lacrime a un personaggio televisivo fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini dietro a un vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto.

Ma non è solo un problema dei bambini. Anche gli adulti, se esposti a un sistema di intelligenza artificiale, tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci molto di più. Quello che i bambini trovano in una scuola Montessori è un antidoto a questi rischi.

Larry Page e Sergej Brin, i cofondatori di Google, spiegavano il perché in un’intervista: “Siamo entrambi andati alla scuola Montessori, e penso fosse parte di quella formazione il non seguire le regole e gli ordini, e di essere auto-motivati, mettendo in discussione ciò che accade nel mondo, facendo le cose in un modo un po’ diverso”.

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende quello che serve dal mondo. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vedere solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” in cui torna bagnato e sporco fino al midollo.

Maria Montessori invece, nel testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids”, ci ricorda che: “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità”. Quindi è chiaro perché il movimento sia così importante nelle scuole Montessori e perché va addirittura oltre quanto possano fare le intelligenze artificiali.

Parlando di queste, il professor Bongard ci ricorda che “i punti deboli dell’IA sono per lo più legati a cose come il buon senso e il rapporto causa-effetto. Il che fa intuire perché ci sia bisogno di un corpo. Avendo un corpo si possono scoprire causa ed effetto, proprio perché si causano effetti. Questi sistemi di IA invece non possono scoprire il mondo tastandolo.” Invece, i nostri piccoli possono farlo. Ecco perché è così importante il movimento e l’uso delle mani in una scuola Montessori.

Per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente”. Invece, proviamo a guardarci le mani.

Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia).

Quindi ben venga una scuola che, invece di fiumi di parole, faccia rivivere la testuggine romana o smontare un PC. Una maestra Montessori ha addirittura creato un materiale su quest’idea: …

… un vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

I detrattori delle idee di Maria Montessori continuano a sostenere che le sue scuole sono arretrate perché non vi si insegna a programmare, ma i bambini “giocano” con legni e perline. Quanto di più sbagliato, per almeno due motivi. Primo, informatica non è solo programmazione. Per scrivere un programma al computer bisogna sapere come risolvere i problemi, organizzare i passi necessari e così via. Secondo, i detrattori non vanno oltre la superficie. Se approfondissero vedrebbero che …

… l’utilizzo dei materiali Montessori insegna agli studenti a pensare attraverso un’articolata sequenza di passaggi, che non è altro che un algoritmo.

Il bambino crea algoritmi quando apparecchia la tavola e …

… lo sta già facendo quando entra a scuola.

Ed è qualcosa che apprende fin dal nido. Basta vedere questo bambino controllare e rimettere in ordine da solo i materiali che ha usato.
L’utilizzo dei materiali Montessori insegna agli studenti a pensare attraverso un’articolata sequenza di passaggi ogni volta che prendono autonomamente un lavoro dallo scaffale: selezionare l’attività, identificare e seguirne ogni fase, completarla e rimettere il lavoro al suo posto. Il bambino ha quindi la libertà di creare il proprio algoritmo per utilizzare il materiale nel modo più efficace.

Inoltre, insegnare a creare algoritmi e trasmettere tanti concetti e idee informatiche non ha bisogno di un computer (chiamare queste attività unplugged suona più moderno).

Poi tecnologia non vuol dire solo schermo e tastiera. C’è il tinkering, il pasticciare con materiali tecnologici come ha fatto quest’altra maestra, per esempio.

Dove vogliamo arrivare con queste proposte? Un articolo intitolato “Come pensano gli innovatori?” osservava che: “Un certo numero di imprenditori innovativi hanno anche frequentato scuole Montessori, dove hanno imparato a seguire la loro curiosità”. Esempi di come la scuola Montessori prepara per il futuro digitale abbondano nel mondo tecnologico.

Come si sarà comportata la maestra di Larry Page e Sergej Brin nei loro confronti? Come si sarà sentita quando hanno creato Google? Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui, come sicuramente avrà fatto quella maestra Montessori. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, per cui Montessori fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Brothers. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”. E poi …

… Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che vi ha riversato quanto appreso alla scuola Montessori.

Ma se siamo stanchi di vedere esempi sono nel campo imprenditoriale e tecnologico, ecco un’altra ex-allieva Montessori, Julia Child. Cuoca, famosa tanto per il suo fantastico senso dell’umorismo quanto per le sue abilità culinarie, che ha attribuito alla sua educazione Montessori la nascita del suo amore per la scoperta, per il lavorare con le mani e la sua continua ricerca dell’eccellenza senza mai stancarsi di imparare nel vero senso montessoriano.

Parliamoci chiaro. Essere preparati per un futuro tecnologico non vuole dire solo saper usare il computer. Servono altre capacità che avevo trovato nei miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l’educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto, non vedevo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — addirittura da ventisei nazioni differenti, se non ho dimenticato nessuno — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare sino al Centro di Calcolo Scientifico.

L’articolo che citavo prima ci dà anche un altro appiglio per capire che cosa serve veramente per essere preparati per il futuro: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”. Una conferma ci viene da una fonte inaspettata: …

… Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità. E le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Ecco allora che, affinché la scuola prepari i nostri “abitanti del futuro”, serve una guida più che un insegnante. Gli insegnanti Montessori vengono infatti chiamati “Guide” e non maestri o maestre perché è il bambino che si costruisce attraverso l’ambiente maestro e la sua crescita non è dovuta al sapere che l’insegnante elargisce.

Non solo. Gli insegnanti e in genere tutti gli educatori, devono essere degli “ampliatori” di orizzonti. Cosa intendo dire?

Intendo dire che il saper porre le domande giuste è una capacità da apprendere guidati dall’adulto educatore. Chi fa domande rimarrà in corsa, chi dà solo risposte sparirà, surclassato dalle intelligenze artificiali. Picasso sintetizzava tutto ciò nella famosa frase: “I computer sono inutili. Possono solo darti risposte”. Dobbiamo quindi imparare e insegnare a essere curiosi e a sviluppare le nostre conoscenze per riuscire a porre le domande giuste.

Prendiamo per esempio la rete che, con i suoi miliardi di pagine, può soddisfare quasi ogni curiosità. La posso usare limitandomi a cercare foto di gattini buffi o la posso usare per imparare qualcosa di nuovo. L’adulto può guidare nel suo utilizzo e può ampliare gli orizzonti del piccolo oltre le foto divertenti senza essere solo preoccupato che finisca su siti inadatti.

Può invece aiutarlo a porsi domande e a fare ricerca, vera ricerca come ho visto fare da una maestra con questo materiale da lei inventato.

Gabriel García Márquez sintetizza bene il frutto, non solo operativo e imprenditoriale, dell’educazione Montessori quando parlava con gratitudine della sua maestra Rosa Elena Fergusson con cui “studiare era una cosa meravigliosa come giocare a essere vivi.”

Concludiamo ritornando a Maria Montessori. Lei era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente e men che meno ad addestrare una qualche capacità operativa. Puntava a far crescere delle persone che potessero cambiare il mondo, niente meno.

Perché lei vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è navigare fra le tecnologie digitali verso il futuro non so proprio che cosa possa esserlo.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!
| Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ) | mariovalle.name/montessori/faq.html |
| Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017) | mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie |
| Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021) | mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia |
| Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008) | www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind” |
| Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design” | worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign |
| S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600 | doi: 10.1145/3078072.3084330 |
| Alison Gopnick, “What do babies think?”, TED Talk 2011 | www.ted.com/talks/alison_gopnik_what_do_babies_think con sottotitoli in italiano |
| Lorenzo Arvanitis, McKenzie Sadeghi, Jack Brewster, “GPT-4 produce più fake news e le rende più credibili”, La Repubblica 21 marzo 2023 | www.repubblica.it/tecnologia/2023/03/21/news/nonostante_le_promesse_di_openai_il_nuovo_modello_basato_sullintelligenza_artificiale_produce_disinformazione_piu_di_frequ-393127598 |
| George Land, “The Failure Of Success”, TED Talk 2011 | www.youtube.com/watch?v=ZfKMq-rYtnc |
| Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”, (1995) | americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html |
| Mauro Crippa e Giuseppe Girgenti, “Umano, poco umano”, PIEMME (2024) | www.edizpiemme.it/libri/umano-poco-umano |
| James R. Flynn, “Massive IQ gains in 14 nations: What IQ tests really measure” | doi.org/10.1037/0033-2909.101.2.171 |
| Thomas W. Teasdale, David R. Owen, “Secular declines in cognitive test scores: A reversal of the Flynn Effect” | doi.org/10.1016/j.intell.2007.01.007 |
| Kyung Hee Kim, “The Creativity Crisis: The Decrease in Creative Thinking Scores on the Torrance Tests of Creative Thinking” | doi.org/10.1080/10400419.2011.627805 |
| Sara L. Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, “Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development” | www.nature.com/neuro/journal/v8/n9/full/nn1516.html |
| Perché vale la pena educare (insegnare non è addestrare) | www.reaconsulting.com/news/perche-vale-la-pena-educare-insegnare-non-e-addestrare |
| The size of the World Wide Web | www.worldwidewebsize.com |
| Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) | www.cscs.ch |
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