Mario Valle Web

La tecnologia in famiglia

Un approccio consapevole

Incontro organizzato dall’Associazione Montessori Alta Valsugana a Pergine Valsugana (TN) il 14 ottobre 2023.

Oggi ci confronteremo sull’uso della tecnologia in famiglia in particolare riferita a bambine/i e ragazze/i. Si vedrà come un approccio corretto con la tecnologia parta dalla consapevolezza e dal modo di porsi, in primo luogo, degli adulti nei confronti di questi strumenti digitali.

Verranno proposte, inoltre, strategie che favoriscano un adeguato rapporto con il digitale affinché risulti un alleato per il lavoro educativo e non un nemico o un elemento di abuso e isolamento.

Nella seconda parte dell'incontro l’Ing. Valle e la moglie, Dott.ssa Antonella Galgano, racconteranno la loro esperienza con la pedagogia Montessori, iniziata con l’iscrizione del figlio alla scuola Montessori di Varese e continuata con la scelta come genitori e professionisti di approfondire e formarsi per poi portare avanti il pensiero di Maria Montessori.


Benvenuti, colleghi genitori! Oggi vedremo se e come sia possibile un approccio consapevole alla tecnologia digitale in famiglia. Che certamente…

… non è questo, dove i dispositivi digitali sono utilizzati perché ci sono. D’altro canto, ci sono famiglie…

… e scuole in cui la tecnologia è bandita. Poi, ci sono persone che cercano di capire come vivere in un mondo sempre più tecnologico e altre …

… che ne vedono solo gli aspetti negativi e ne scrivono con titoli a effetto, come “La demenza digitale” o “Google ci sta rendendo stupidi?” Stiamo, insomma, oscillando sempre tra due estremi: …

… demonizzare la tecnologia oppure accettarla in toto, spesso in maniera acritica, giusto perché pensiamo che nuovo equivalga a buono.

Poi c’è chi, per giustificare quest’ultimo atteggiamento, si convince che deve preparare i suoi figli o i suoi allievi per un futuro dove la tecnologia sarà sempre più presente, anche senza arrivare a convivere con questi robot un po’ inquietanti. Ma è un atteggiamento sensato? A breve, brevissimo termine, forse. Ma alla lunga no, …

… perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

Pensiamo solamente all’iPhone, presentato sedici anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, fra cui il popolare ChatGPT che non ha nemmeno un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Quindi abbiamo tecnologia maledetta o ignorata, tecnologia buona sempre e comunque, tecnologia che pensiamo stabile da qui al futuro e tecnologia che sopraffà altri valori e capacità. Allora, come facciamo a trovare un punto d’equilibrio? Come facciamo a non vederne solo gli aspetti negativi?

Oggi, per provare a rispondere a questi dubbi, partiremo da una rapida carrellata sui meccanismi di sviluppo del cervello e del loro rapporto con la tecnologia per passare poi a discutere delle capacità del bambino riguardo all’utilizzo della tecnologia digitale. Vedremo perché, per avvicinarsi alla tecnologia in maniera consapevole e positiva, in prima linea ci debbano essere degli adulti che abbiano un rapporto sano con gli strumenti digitali.

Iniziamo allora dal primo punto: cervello e tecnologia. Su questi temi teniamo, però, sempre presente che non esiste una sola tecnologia e che sugli effetti che queste possano avere su una personalità in formazione si continua a dibattere e studiare. E poi, “cento aneddoti non fanno una prova”. Non ignoriamo gli studi scientifici seri a favore di quanto letto su Facebook, per dire.

Quando parliamo di sviluppo infantile, la prima cosa che notiamo è che, rispetto ad altri animali, siamo nati con cervelli meno sviluppati che impiegano più tempo a maturare completamente. Avere un periodo così lungo di sviluppo del cervello — che nei suoi ultimi corsi Maria Montessori chiamava la lunga infanzia umana — è un vantaggio, perché questo risulta più facilmente modellato dall’ambiente e dall’esperienza, il che ci permette di adattarci e prosperare nel nostro habitat così unico.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Il secondo processo di sviluppo è la mielinizzazione delle fibre nervose, …

… un processo che inizia al quinto mese di vita fetale, è più intenso tra i sei e gli otto mesi di età e prosegue sino ai diciotto mesi. Con la mielinizzazione cambia la velocità di trasmissione degli assoni neurali che passa da 0.25 m/s a 70-80 m/s facilitando così il coordinamento delle funzioni cerebrali.

Se ora veniamo allo sviluppo complessivo del cervello, che vediamo in questo filmato tra i quattro e i vent’anni d’età, notiamo che non si sviluppa uniformemente. La velocità dei processi di creazione di nuove sinapsi e di mielinizzazione delle fibre nervose non è uniforme in tutto il cervello. Qui il blu indica le zone mature della corteccia.

Questi processi biologici di maturazione non uniforme del cervello fanno sì che ci siano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. Maria Montessori scrive: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui. Il bambino cammina con gli occhi non meno che con le gambe: ciò che lo fa avanzare è la vista delle cose interessanti che sono intorno a lui” (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

E allora, venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron studiato da Jean Itard e citato da Montessori, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Molto spesso trattiamo i nostri piccoli come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Un altro motivo per cui non possiamo considerare i bambini dei piccoli adulti è il differente tipo di attenzione. La psicologa Alison Gopnik, lo spiega così: “L’attenzione dell’adulto è come un riflettore, un «occhio di bue» che si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra… quella del bambino è come una lanterna che illumina tutto.” In altri termini, il bambino è pessimo nell’essere attento perché qualsiasi cosa può essere interessante e non vuole perdersela (“What do babies think?” con sottotitoli in italiano). Allora che effetto avrà …

… uno schermo che restringe la sua attenzione su neanche un decimetro quadrato?

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Questa scena molto tenera di una bimba che offre da bere ai nonni in videochiamata, fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini sotto vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto. Del resto, nemmeno gli adulti sono immuni da questo problema.

Se esposti a un sistema di intelligenza artificiale tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci molto di più.

E per terminare questa carrellata, guardiamoci le mani. Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia). Sulla stessa linea …

… per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente”.

Qui, in assenza di tecnologia, c’è movimento, c’è l’uso delle mani e c’è un altro effetto interessante evidenziato in un esperimento psicologico di Shepard e Metzler.

Questi psicologi hanno dimostrato che noi manipoliamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello qui riportato, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

E diamine! Facciamo giocare pure i manager per farli pensare e ragionare. LEGO Serious Play è un metodo finalizzato a sviluppare il pensiero, la comunicazione e la risoluzione di problemi complessi di gestione aziendale attraverso l’impiego del gioco di costruzioni Lego. Lo fanno loro e invece ci dimentichiamo delle personcine in formazione.

Abbiamo forse esaurito gli aspetti in cui la tecnologia digitale vincola o interferisce con lo sviluppo dei nostri piccoli? No. Ce ne sono molti altri, anche se facilmente evitabili.

Problemi di vista. L’uso prolungato di uno schermo può avere effetti sulla vista e può mettere in difficoltà l’acquisizione della percezione della profondità. Problemi di sonno. La luce blu emanata dallo schermo interferisce con i segnali che arrivano all’encefalo riguardo ai cicli notte-giorno e ai momenti del risveglio e del prendere sonno. La causa di tutto ciò è una proteina prodotta all’interno della retina dell’occhio chiamata melanopsina che è in grado di misurare l’intensità della luce incidente e quindi a comprendere se sia giorno o notte. Questa proteina è sensibile a una ristretta banda di luci blu e, guarda caso, proprio qui cade la luce prodotta in maggior quantità dagli schermi. La conseguenza è che la luce proveniente dallo schermo inganna il cervello facendogli credere che sia ancora giorno rendendo così difficile l’addormentarsi. Riduce il movimento e infine, l’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: prima era la televisione, ora è il tablet.

Ma non possiamo vietare in toto l’accesso alla tecnologia digitale. I bambini che ci sono stati affidati vivono in un mondo tecnologico, qualsiasi cosa proviamo a fare per impedirlo. Dobbiamo quindi imparare a guidarli, a navigare con loro questo mondo così affascinante. Un mondo in cui la tecnologia educa, anche se in forma indiretta, come vedremo fra poco.

E soprattutto, miei cari genitori, non pensiate che vostro figlio sia super-intelligente perché smanetta con un tablet!

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti. Veniamo, così, al secondo punto di oggi.

Un esempio incredibile delle potenzialità del bambino, di ogni bambino, ce lo dà questo racconto di un membro del progetto chiamato One Laptop per Child che produce laptop robusti e facili da usare e li distribuisce nelle aree disagiate della terra per dare una possibilità in più di istruzione ai bambini. Questi racconta che in Etiopia “abbiamo lasciato le scatole nel villaggio. Chiuse. Chiuse con il nastro adesivo. Nessuna istruzione, nessun essere umano. Ho pensato: i bambini potranno giocare con le scatole! Nel giro di quattro minuti, un bambino non solo ha aperto la scatola, ma ha trovato l’interruttore di accensione. Non aveva mai visto un interruttore di accensione. Lo ha acceso. Entro cinque giorni, stavano utilizzando 47 applicazioni per bambino al giorno. Nel giro di due settimane cantavano la canzone dell’ABC nel villaggio e in cinque mesi avevano hackerato Android. Qualche idiota nella nostra organizzazione o nel Media Lab aveva disabilitato la videocamera, hanno capito che c’era una videocamera e hanno hackerato Android” (David Talbot, Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves).

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende dal mondo quello che gli serve. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vederne solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” da cui torna bagnato e sporco fino al midollo. Che sia importante e difficile se ne è accorto …

… già Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale che si rese conto di come un’attività semplice portata avanti da un bambino, aveva delle difficoltà insormontabili per una macchina, tanto che affermò: “Finalmente ci siamo resi conto che la stragrande maggioranza di ciò che chiamiamo intelligenza è sviluppato entro la fine del primo anno di vita”.

… Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”.

… Lo vediamo in questo simpatico bambino che formula cinque ipotesi in due minuti su come mettere gli oggetti su quelle scatole per farle accendere, molto più di un adulto nello stesso compito che arriva a malapena a due ipotesi.

Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% per gli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero!

Sembra che stiamo trascurando gli adolescenti. Anzi, alcuni pensano che siano irrimediabilmente “sbagliati”. “Quando dico alla gente che studio il cervello degli adolescenti, mi capita spesso di ricevere come risposta una pronta battuta, qualcosa del tipo: «Cosa? Gli adolescenti hanno un cervello?»” racconta la neuroscienziata Sarah-Jayne Blackemore. Invece, gli studi svolti sugli adolescenti mostrano che il cervello adolescente è particolarmente plastico e malleabile e, se ritorniamo allo sviluppo non uniforme delle varie aree del cervello, vediamo che il ritardo nella maturazione della corteccia prefrontale, area dedicata tra l’altro al prendere decisioni e al pianificare, fa sì che sia poco attivo quel “censore interno” che spesso blocca le nostre idee creative.

Veniamo ora al terzo punto: l’essenziale ruolo dell’adulto nell’educare alla tecnologia. Ruolo che troppo spesso è in negativo: genitori persi dentro uno schermo o in chiamate di lavoro fuori orario. Per il bambino, invece, il ragionamento è semplice: …

… lo fanno mamma e papà, quindi è una cosa buona.

La prima cosa da fare per gli adulti è, a parer mio, acquisire la consapevolezza del loro rapporto con la tecnologia.

In questo libro l’autore cita come esempio i monaci buddisti e quelli trappisti. Ambedue utilizzano la tecnologia digitale per diffondere le loro idee, frequentano reti sociali e navigano in rete, ma sempre sono consapevoli di questi strumenti e sanno che sono un mezzo, come la scodella del riso, e non il fine della loro vita.

Avere consapevolezza vuol dire innanzitutto conoscere. Quanto sappiamo, per esempio, …

… del tempo che spendiamo con i dispositivi digitali? Ci può aiutare tenere un diario di auto-osservazione per una settimana, per esempio. Da qualche tempo tutti i principali sistemi operativi mandano un rapporto settimanale che va proprio in questa direzione.

Come secondo passo, viene il rispetto per i bambini. “I bambini sono esseri umani ai quali è dovuto rispetto, superiori a noi per la virtù della loro innocenza e per le più grandi possibilità del loro futuro”. Questo rispetto, nelle idee di Maria Montessori, viene prima dei materiali, prima della routine della scuola, prima delle presentazioni dei lavori. Questo rispetto si concretizza nel tenere da conto i tempi del bambino, le sue aspirazioni e desideri guidandolo, non addestrandolo. Questo è il motivo perché le idee di Maria Montessori sono rilevanti soprattutto oggi.

Non meno importante è l’atmosfera a casa. Se il bambino non viene rispettato a casa come lo è a scuola, la metà dei benefici di un’educazione Montessori svaniscono. Non sto parlando di grandi problemi o situazioni vergognose. È il tagliare la carne nel piatto del vostro bambino quando vorrebbe fare da solo, come fa a scuola.

Che altro possiamo fare per rendere la tecnologia digitale un alleato per la crescita dei nostri giovani?

Dopo aver sistemato il nostro rapporto con la tecnologia, convinti della loro centralità, iniziamo col dialogare con loro. Qui andiamo oltre la tecnologia, ovviamente, ma a maggior ragione dobbiamo parlare con loro delle loro esperienze in questo mondo. I figli, anche se non lo ammetteranno apertamente, cercano la nostra guida per dare un senso alle loro esperienze anche in questo campo. Cerchiamo di non arrivare a che succeda qualcosa di irreparabile innescato dal frequentare social o quant’altro. Creiamo sempre un canale aperto e un ambiente di fiducia.

E non lasciamoli soli di fronte allo schermo, almeno fino a una certa età. Questo non vuol dire controllarli. Il controllo è quanto più lontano ci sia dall’educazione. Fiducia e dialogo. E poi, quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sapranno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Magari …

… proviamo a giocare ai videogiochi con cui i nostri figli passano il tempo. C’è da dire che molti adulti, soprattutto quelli un po’ più adulti, non vi si ritrovano perché manca loro l’esperienza oppure perché hanno provato a giocare con risultati deludenti. Ma per i nostri figli sarà sì una fonte di divertimento, ma anche d’orgoglio, perché possono insegnare ai genitori qualcosa che conoscono meglio di loro.

Ma l’aspetto più importante del ruolo dell’adulto nei riguardi della tecnologia ce lo svela Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità, e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”. Sta parlando di noi educatori e genitori. Oppure, con parole più poetiche, …

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini per raccogliere il legno, distribuire i compiti e suddividere il lavoro, ma insegna alla gente la nostalgia del mare infinito.” Una bellissima strategia didattica, tra l’altro.

Infine, come educatori e genitori, prima di pensare che cosa dare ai ragazzi per affrontare le sfide del futuro, dobbiamo stabilire che cosa vogliamo che diventino, almeno nei riguardi della tecnologia. Scelta che si riduce in definitiva a decidere se vogliamo far crescere degli “schiaccia-bottoni” che usano la tecnologia senza conoscerla, o degli individui che sanno scegliere a ragion veduta anche in campo tecnologico.

Degli operai digitali, oppure delle persone che possano inventare la prossima “Killer App”, l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo? Una di queste la crearono nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

E come possiamo formare queste persone? Alan Kay, un pioniere dell’informatica, in un’intervista del 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni.

Riassumendo il nostro ruolo come adulti, penso che dovremmo essere delle guide e degli “allargatori” di orizzonti. Cosa intendo dire?

Prendiamo per esempio la rete che, con i suoi miliardi di pagine, può soddisfare quasi ogni curiosità. La posso usare limitandomi a cercare foto di gattini buffi o la posso usare per imparare qualcosa di nuovo. L’adulto può guidare nel suo utilizzo e può allargare gli orizzonti del piccolo oltre le foto divertenti e non deve essere solo preoccupato che possa finire su siti inadatti.

Convinciamoci, poi, che quello che succede in famiglia avrà un impatto fortissimo sulle loro capacità di creare il futuro. Questo articolo, intitolato “Come pensano gli innovatori?” lo scrive chiaramente: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”. Vediamo qualche esempio.

Si citano spesso i fondatori di Google come esempio di innovatori che hanno rivoluzionato il mondo. Il bello è che non si citano praticamente mai le loro capacità tecnologiche. Si dà, invece, risalto a come …

… abbiano imparato a essere auto-motivati, mettendo in discussione ciò che accade nel mondo, facendo le cose in un modo un po’ diverso. Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, …

… per cui Montessori fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Bros. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”.

… Infine, Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che vi ha riversato quanto appreso alla scuola Montessori. Del resto, lo riconosce anche …

… l’articolo che citavo: “Un certo numero di imprenditori innovativi hanno anche frequentato scuole Montessori, dove hanno imparato a seguire la loro curiosità”.

… Ma se siamo stanchi di vedere esempi sono nel campo imprenditoriale e tecnologico, ecco un’altra ex-allieva Montessori, Julia Child. Cuoca, famosa tanto per il suo fantastico senso dell’umorismo quanto per le sue abilità culinarie, che ha attribuito alla sua educazione Montessori la nascita del suo amore per la scoperta, per il lavorare con le mani e la sua continua ricerca dell’eccellenza senza mai stancarsi di imparare nel vero senso montessoriano.

Quindi, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro”? Possiamo raffinare la domanda ascoltando Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che del resto ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Per iniziare, sgombriamo il campo da una visione dell’educazione come un processo lineare di preparazione al futuro, come ricordava il compianto Ken Robinson, e rendiamoci conto di quanto valga la formazione globale della persona rispetto ai voti o ai percorsi scolastici.

Non penso, quindi, che serva la persona che sa tutto. Tra l’altro nel mio campo la conoscenza tecnica diviene obsoleta nel giro di sei mesi. Questi, come dice Hoffer, …

… saranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più. La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un mondo in cui gli analfabeti…

…non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo, come grida Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro”. Un bel po’ di anni prima…

…la Dottoressa Montessori sosteneva esattamente le stesse cose dandoci un potente suggerimento per il nostro lavoro educativo e …

… mettendoci in guardia dal considerare l’educazione solo come mera trasmissione di conoscenze.

Possiamo riassumere allora quali sono le capacità che dobbiamo coltivare nei giovani per aiutarli ad affrontare il futuro? Marty Neumeier nel suo libro “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age” è convinto, e io concordo con lui, che i talenti di cui abbiamo bisogno in un’economia post-industriale siano: il feeling (l’intuizione e l’empatia), il vedere (il system thinking), il sognare (l’immaginazione applicata), il fare (il progettare) e l’apprendere (l’autoeducazione). Queste abilità non vengono quasi mai insegnate a scuola, tuttavia sono le competenze di cui i nostri giovani avranno bisogno per rimanere rilevanti in un mondo del lavoro assediato da robot e intelligenze artificiali.

Infine, allarghiamo anche i nostri orizzonti, come aveva fatto Maria Montessori. Lei era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente, ma vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è “allargare gli orizzonti” non so che cosa possa esserlo.

Su questi argomenti c’è tanto da dire e da fare e il tempo è tiranno. Se volete approfondire vi indirizzo ai libri che ho scritto, uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori e uno pensato per i miei colleghi genitori. Sul sito dell’incontro troverete anche molti riferimenti utili.

Per concludere, non dimentichiamoci che possiamo collaborare con i nostri figli e i nostri allievi, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia. Guideremo così i nostri “abitanti del futuro” a conoscere veramente la tecnologia e a formarsi quella forte personalità che li preparerà a un qualsiasi futuro.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale
Sarah-Jayne Blackemore, “Inventare se stessi — Cosa succede nel cervello degli adolescenti”, Bollati Boringhieri (2018)www.unilibro.it/libro/blakemore-sarah-jayne/inventare-se-stessi-cosa-succede-cervello-adolescenti/9788833927992
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
Alison Gopnick, “What do babies think?”, TED Talk 2011www.ted.com/talks/alison_gopnik_what_do_babies_think con sottotitoli in italiano
Lorenzo Arvanitis, McKenzie Sadeghi, Jack Brewster, “GPT-4 produce più fake news e le rende più credibili”, La Repubblica 21 marzo 2023www.repubblica.it/tecnologia/2023/03/21/news/nonostante_le_promesse_di_openai_il_nuovo_modello_basato_sullintelligenza_artificiale_produce_disinformazione_piu_di_frequ-393127598
David Talbot, “Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves” (2012)www.technologyreview.com/s/506466/given-tablets-but-no-teachers-ethiopian-children-teach-themselves
George Land, “The Failure Of Success”, TED Talk 2011www.youtube.com/watch?v=ZfKMq-rYtnc
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”, (1995)americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Marty Neumeier, “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”, New Riders (2012)www.amazon.it/Metaskills-Five-Talents-Future-English-ebook/dp/B085N6141J
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
Ritorna alle risorse su MontessoriIndietro

Licenza d’uso

Licenza Creative Commons

Questo lavoro di è sotto licenza Creative Commons Attribuzione, Non Commerciale, Condividi allo stesso modo 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)

 

Sei libero di:

  • Condividere — riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato.
  • Modificare — remixare, trasformare il materiale e basarti su di esso per le tue opere.

Alle seguenti condizioni:

  • Attribuzione — Devi riconoscere una menzione di paternità adeguata, fornire un link alla licenza e indicare se sono state effettuate delle modifiche. Puoi fare ciò in qualsiasi maniera ragionevolmente possibile, ma non con modalità tali da suggerire che il licenziante avalli te o il tuo utilizzo del materiale.
  • Non Commerciale — Non puoi usare il materiale per scopi commerciali.
  • Condividi allo stesso modo — Se remixi, trasformi il materiale o ti basi su di esso, devi distribuire i tuoi contributi con la stessa licenza del materiale originario.

Questo è un riassunto in linguaggio accessibile a tutti (e non un sostituto) della licenza. Maggiori informazioni si trovano su: creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/4.0/