Mario Valle Web

Liberiamo le mani e i sensi dei nostri bambini imprigionati dalle tecnologie

È sempre più frequente vedere tablet e smartphone in mano a lattanti. Chi fa così li sta preparando per il futuro oppure sta togliendo loro importanti mezzi di crescita?

Partendo dalla mia esperienza come papà di un ragazzo che ha frequentato la scuola Montessori, esploriamo come viene considerata la tecnologia nell’ambito delle idee e delle prassi montessoriane prendendo spunto da queste osservazioni per vedere i rapporti tra sviluppo del cervello e tecnologia.


Buongiorno!

Una scena sempre più frequente, vero? Genitori che danno in mano tablet e smartphone a cuccioli che nemmeno sanno parlare.

Anch’io, lo confesso, ho fatto così in altri anni. Del resto può essere comprensibile, visto che …

… lavoro presso il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico a Lugano, dove sono ospitati alcuni dei più potenti …

… supercomputer del mondo. Come Piz Daint che oggi (maggio 2017) è per potenza l’ottavo al mondo e il primo in Europa. Io con tutta questa tecnologia ci convivo da mattina a sera e …

… a volte portavo mio figlio per “aiutarmi”. Mi sembrava, insomma, normale immergere i bambini nella tecnologia anche da piccoli.

Ho cominciato a pormi delle domande quando ho iscritto mio figlio alla scuola Montessori. Iscrizione sulla fiducia devo dire, perché non conoscevo nulla di Montessori.

I dubbi sono cominciati dall’osservare un fenomeno a prima vista buffo. A scuola c’era un computer, ma i ragazzini non facevano la fila per utilizzarlo. La fila era invece davanti …

… a questa vecchia macchina da scrivere meccanica. Perché?

In aggiunta devo dire che ho trovato una scuola dove si costruivano fantastiche navi spaziali con quattro pezzi di cartone, ma dove…

…la tecnologia non era bandita e nemmeno osteggiata come invece succede in altri tipi di scuole.

Una scuola dove gli strabilianti risultati non derivavano da tecnologie all’ultima moda, ma da oggetti…

… “low tech”: tanto legno e tante perline colorate. Non parlerò ora di come ho scoperto la perfetta corrispondenza tra questi oggetti e la mente del bambino, ma partirò da una riflessione sul rapporto tra questo ambiente e la tecnologia.

Parlando di bambini e tecnologie oscilliamo fra due estremi: da un lato ci sono i detrattori del Montessori che sostengono sia qualcosa del diciannovesimo secolo, qualcosa di vecchio e polveroso. Dall’altro quelli che si lanciano in ardite speculazioni tipo: “Che cosa dice Maria Montessori a proposito dell’iPad”. Per non farci trascinare in questa diatriba e per capire il rapporto fra idee montessoriane e le nuove tecnologie, partiamo da lei, da Maria Montessori …

… cercando di capire che cosa lei pensasse della tecnologia del suo tempo.

Innanzitutto notiamo che Maria Montessori non era estranea al mondo scientifico e tecnologico del suo tempo, come testimonia il suo curriculum scolastico. Infatti, dal 1883 frequentò a Roma la Regia Scuola Tecnica “M. Buonarroti” dove si diplomò nel 1886. Per continuare gli studi di matematica e di scienze, passò al Regio Istituto Tecnico “L. da Vinci” e, dopo essersi diplomata nell'autunno del 1890, si iscrisse alla “Facoltà di scienze fisiche, naturali e matematiche” dell'Università di Roma, dove conseguì la relativa licenza.

Quando divenne nota a livello internazionale, Maria Montessori era tenuta in alta considerazione dai principali scienziati e tecnologi del suo tempo. Fra i suoi sostenitori troviamo nientemeno che Thomas Alva Edison, probabilmente il più celebre tecnologo e imprenditore dell'epoca e…

… Alexander Graham Bell, che nel 1913 con sua moglie Mabel fondò la “Montessori Educational Association” nella loro casa a Washington, DC.

C’è un testo del 1947 di Maria Montessori intitolato “Introduction on the Use of Mechanical Aids” che probabilmente scrisse come prefazione a un libro indiano sulle tecnologie nella scuola. È riportato in un numero speciale dell’AMI Journal del 2015. L’introduzione ci da un’idea di come Montessori considerasse la tecnologia: “Montessori era affascinata dalla tecnologia del suo tempo, che assolutamente la incantava e dove vedeva opportunità per unire il nostro mondo e un mezzo attraverso il quale una società mondiale interconnessa avrebbe potuto dare sostegno agli altri, e così far avanzare il genere umano”. Nel testo la Dottoressa rimarca …

… l’importanza che la tecnologia avrà nelle scuole, ma riafferma con forza che il primato, senza eccezioni, deve essere dato allo sviluppo del bambino completo e osserva come i mezzi tecnologici non sempre siano all'altezza del compito.

Come abbiamo visto, oggi ci sono articoli in cui ci si chiede: “Se Maria Montessori fosse vissuta adesso, come avrebbe considerato la tecnologia tal dei tali?” per poi dare libero sfogo alla fantasia. Per chiarirmi le idee sono andato a porre questa domanda a Grazia Honegger Fresco, una delle ultime allieve dirette di Maria Montessori.

Mi ha risposto: “Maria Montessori era molto curiosa, avrebbe sicuramente provato e studiato che cosa si poteva fare con computer e reti sociali. Curiosa ma concreta. Avrebbe usato questi materiali secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via. Ricordiamoci però che è una donna di fine Ottocento, anche se guardava più avanti che indietro”.

Certamente il mondo è cambiato dai tempi di Maria Montessori, i bambini non sembrano più gli stessi e, come noi, sono immersi nelle tecnologie più disparate da mattina a sera. Perciò, penso sia più efficace partire, non da …

… voli pindarici o domande fatte tanto per fare, ma dalle idee che stanno dietro…

… tutti i materiali e tutte le prassi educative che troviamo in una scuola Montessori.

Partiamo da una domanda fondamentale: il cervello dei bambini d’oggi è diverso da quello dei bambini che studiava Maria Montessori? Sono un’evoluzione della nostra specie oppure no?

Renilde Montessori, nipote di Maria, in un’intervista del 1999 chiarisce: “Molti genitori fanno la stessa domanda, cioè chiedono se i «giocattoli utili» inventati da Maria Montessori all’inizio del secolo non siano un po’ antiquati, a confronto con i progressi che la specie umana sembra aver compiuto da allora. La risposta è no. I materiali e i giocattoli sono il frutto di scelte compiute dai bambini con cui Maria ha lavorato per cinquant’anni, e i bambini non sono cambiati. È molto difficile spiegare ai genitori che la specie umana è immutata da migliaia di anni, e che il bambino universale non cambia, malgrado i cambiamenti esteriori”. La scienza ci dice proprio questo, …

… che il cervello umano non ha avuto il tempo di evolversi nel brevissimo arco di tempo in cui abbiamo potuto affidarci alle tecnologie. Anche la scrittura, una tecnologia di tutto rispetto, è avvenuta un battito di ciglia fa su scala evolutiva.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita. O come in questo studio che dimostra come anche la materia bianca, le fibre avvolte nella mielina, si espande con l’esercizio (Bengtsson, et. al 2005). È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all'esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Un segno di questi cambiamenti nel cervello è certamente l'effetto Flynn, l'aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio. L'effetto deriva molto probabilmente da una maggiore capacità di risolvere problemi logici e astratti, frequenti nell'ambiente sociale e culturale odierno.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché…

…dal 1990 l'effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività (almeno negli USA).

Visti questi effetti del mondo tecnologico sulla mente umana, è facile per i media sparare titoli a effetto, come “La demenza digitale” o “Google ci sta rendendo stupidi?” oppure dire tutto e il contrario di tutto sulle conseguenze o sui benefici della tecnologia a scuola, mentre ignorano le ricerche scientifiche più serie. La realtà è che gli scienziati non sanno bene quali siano gli effetti a lungo termine delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo e sulla costruzione della propria identità. Problema complicato dal fatto che la "tecnologia" non è un'entità unica e quindi è difficile pensare che abbia un unico effetto.

Allora è meglio se torniamo a considerare …

… i rapporti tra mente e tecnologia e in parallelo i rapporti tra la mente e le idee montessoriane. Cominciamo dalla più ovvia, il movimento.

Prima di accettare il movimento come base dello sviluppo della mente ci sono voluti molti studi che hanno rivalutato la funzione e l’importanza delle aree motorie nella fisiologia del cervello. Studi che hanno dimostrato come “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”, come sintetizza Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio di cui parleremo fra poco.

Assieme a lui molti scienziati hanno collegato lo sviluppo cerebrale a quello motorio: Adele Diamond per cui “lo sviluppo motorio e lo sviluppo cognitivo possono essere fondamentalmente interconnessi”, Cotterill che dimostra come “la cognizione è inestricabilmente collegata al movimento, sia in forma visibile che nascosta”, Koziol e Budding per i quali “la cognizione è realmente solo un’estensione del sistema motorio”.

Forse più di tutti questi studiosi, ci fa capire la subordinazione al movimento delle funzioni cerebrali cosiddette superiori il caso emblematico dell’ascidia citato da Alain Berthoz. Quest'organismo marino filtratore crea il cervello, un occhio e l'apparato vestibolare solo quando deve muoversi per trovare dove ancorarsi per il resto della sua vita. Poi se li mangia.

Attenzione però! Non stiamo parlando di un qualsiasi movimento, né della classica ora di educazione fisica. Perché il movimento nel Montessori ha carattere autonomo, ma non è mai fine a se stesso, perché sviluppa la mente oltre al corpo grazie ad attività finalizzate che impegnano l’intera persona in un lavoro costruttivo.

E qui dov’è il movimento? Ci sarà pure tanta tecnologia, ma il movimento essenziale allo sviluppo manca totalmente.

Invece qui, in assenza di tecnologia, c’è movimento, c’è l’uso delle mani e c’è un altro effetto interessante evidenziato in un esperimento psicologico di Shepard e Metzler.

I due scienziati hanno scoperto che ruotiamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello della slide, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto, il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

Manipolare oggetti evidenzia come questi in un certo senso ci parlino.

Lo psicologo statunitense James Gibson ha introdotto il termine “affordance” per identificare la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo. L’esempio più evidente è il manico di una brocca che ci invita a prenderla proprio da lì senza bisogno di istruzioni o di allenamento. Insomma, le affordance sono una specie di “invito ad agire”. Un invito che ha una base neuronale, perché vedere un oggetto evoca automaticamente che cosa potremmo fare con esso attraverso l'attivazione di una particolare classe di neuroni, i cosiddetti neuroni canonici. Questi neuroni rispondono alla semplice osservazione di un oggetto, indipendentemente se ci sia o no l’intenzione di agire, per esempio per afferrarlo.

Così fanno i materiali Montessori che offrono chiarissime affordance. Montessori le chiamava la “voce delle cose” e c’era arrivata cento anni prima di Gibson.

Torniamo agli oggetti di uso quotidiano che ci offrono affordance ben chiare. Nel vecchio telefono la cornetta ci suggerisce come deve essere presa. Invece uno smartphone quali affordance offre? Per rispondere alla chiamata devo schiacciare o trascinare il cerchio verde?

Quali affordance offre un tablet?

Don Norman, esperto di interazione uomo-macchina, ci fa osservare che molti dei modi con cui interagiamo con la tecnologia informatica non sono affordance, sono convenzioni apprese. Il tablet o lo schermo del computer non ci invitano ad agire, semmai ci invitano a considerare una delle convenzioni, come per esempio il cursore che cambia forma quando si è su qualcosa che si può cliccare o l'icona della lente d'ingrandimento che ci suggerisce di cercare.

Non da ultimo, ricerche in campo informatico mi hanno convinto una volta di più che l'intuizione di Maria Montessori riguardo al manipolare oggetti fisici fosse in anticipo sui tempi. Mi riferisco alle ricerche sulle interfacce uomo-macchina, dove si studiano le cosiddette interfacce tangibili, quelle in cui, per interagire con il computer, si spostano degli oggetti concreti invece di muovere delle rappresentazioni astratte nascoste dietro a uno schermo. James Patten in una presentazione TED dice: “Se ci pensate, sembra molto logico che l'uso di oggetti fisici possa favorire un utilizzo più semplice di un'interfaccia. Le nostre mani e la nostra mente sono ottimizzate per pensare e interagire con oggetti tangibili”. Come non essere d’accordo?

Passiamo a un altro aspetto. In una scuola Montessori i bambini si muovono. Quello che vedete qui è abbastanza comune. Invece, in una scuola tradizionale l’insegnante avrebbe sicuramente tuonato: “Torna al tuo banco! Stai perdendo tempo e disturbi gli altri!” Ma la bambina che sta a guardare qui sta lavorando sodo, come ci dice una scoperta neurofisiologica degli anni 90, …

… quella dei neuroni specchio. Questi neuroni sono neuroni motori che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando guardiamo la stessa azione compiuta da altri. Ciò significa che quando guardiamo un’azione stiamo davvero simulando la stessa azione internamente.

Per questo, in un gruppo multi-età come quello che vediamo qui, il bambino vestito di giallo sta davvero lavorando e apprendendo già solo muovendosi fra gli altri bambini e imitandoli internamente.

Con certa tecnologia, dove sono i gesti da imitare? Ridurli a tap e swipe toglie al bambino una poderosa forma di apprendimento.

Saltiamo a un altro meccanismo che abbiamo nella testa, un vero e proprio supercomputer allenato da milioni di anni di sopravvivenza difficile, in cui era “interessante” distinguere le ombre dalle macchie del manto di un predatore. Oggi non dobbiamo più proteggerci dai predatori, ma …

… cogliamo regolarità e strutture d’ordine attorno a noi quasi senza sforzo cosciente da parte nostra.

Se guardate quello che c’è in una scuola Montessori questa facoltà al lavoro la trovate dappertutto. Nelle forme e nei colori. Per esempio il due è sempre verde. Questi meccanismi non li troviamo solo tra i numeri, …

… qui addirittura rendono visibile un qualcosa che per me è sempre stato ostico: l’analisi grammaticale. Le immagini qui sono utilizzate come …

… negli oggetti tecnologici per trasformare il lavoro mnemonico di ricordarsi un comando o il nome di un'applicazione, nel riconoscere la corrispondente icona o immagine grafica.

Le immagini ci aiutano anche a trasformare lavori prettamente intellettuali, come la programmazione, in attività di riconoscimento di strutture, come avviene con il linguaggio SCRATCH, molto usato nelle scuole.

Poi c’è il lato oscuro delle immagini.

Le immagini attirano e polarizzano l'attenzione e spesso mentono. L'aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono, in primis la televisione.

Due pediatri hanno condotto uno studio sugli effetti del consumo televisivo sui più piccoli sottoponendoli al test dell’Omino di Goodenough, un esame che valuta lo sviluppo mentale dei giovanissimi. Si fa disegnare loro un omino e si quantifica la completezza della figura.

In sintesi, il risultato di questo esperimento è che i bambini che guardavano la televisione meno di un’ora al giorno, ottenevano una media di dieci punti, quanto previsto per la loro fascia d'età, mentre i loro coetanei che ne consumavano più di tre ore al giorno, raggiungevano a stento i sei punti, che è un buon risultato, ma per un bambino di quattro anni! Non solo, colpisce scoprire che la stessa regressione si ha nei bambini di genitori forti fumatori, il che equivale a dire che sedere passivi davanti al televisore è dannoso al pari del fumo di seconda mano.

Questi problemi non toccano direttamente la scuola, ma toccano il lavoro educativo che la scuola dovrebbe fare con i genitori. Un lavoro che non deve limitarsi a presentare i pericoli della TV, ma che dovrebbe educare gli adulti al corretto uso, anche da parte loro, di tutte le tecnologie.

Infatti, che messaggio trasmette un genitore che ogni minuto controlla la posta sullo smartphone? E uno perso in Facebook?

Sul fatto che si debba introdurre la tecnologia a scuola ci sono pochi dubbi; se ci fosse bisogno di una conferma, già nel 1947 Maria Montessori scriveva: “Credo tuttavia che l'introduzione di ausili meccanici diventerà una necessità generale nelle scuole del futuro”. Non tanto per potenziare l'apprendimento, ma perché i bambini sono sommersi dalla tecnologia nella loro vita extrascolastica e la scuola non deve rinunciare al suo scopo formativo e di guida anche in quest'ambito.

Ma quando introdurle?

Per capirlo ci facciamo aiutare da questi cartelloni disegnati da Maria Montessori per il corso di formazione tenuto a Perugia nel 1950. In essi aveva rappresentato in due modi diversi le fasi dello sviluppo del bambino: come piani e come un “bulbo”. Ora le maestre Montessori qui presenti potrebbero spiegarceli con dovizia di dettagli. Io mi vorrei invece concentrare su due aspetti che mi hanno colpito.

Il primo riguarda l’etichetta posta sul bulbo per identificare il periodo fino ai sei anni: “formazione dell’uomo” o meglio, come diremmo oggi, “formazione della persona”. Maria Montessori sosteneva con molta chiarezza che i primi sei anni di vita sono il momento in cui i bambini esplorano il mondo che li circonda sviluppando così le basi dell'intelligenza. È in questi anni e soprattutto nei “mille giorni che contano”, i primi tre anni di vita, che si gettano i presupposti della personalità. In questo periodo…

… “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità” come Maria Montessori ricordava nel già citato testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids”. Per questo…

… un bambino a passeggio perso nello schermo dello smartphone di mamma a guardare un cartone animato viene defraudato dalla possibilità di esplorare il mondo che lo circonda anche solo utilizzando i sensi. Una bella perdita, direi. Passiamo ora all’altro cartellone.

Per quello che ci interessa, attorno ai sei anni avviene un’importante conquista, quella dell’astrazione. Prima di quell’età il bambino fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che esiste solo nella sua mente, come …

… questa bambina che asciuga le lacrime del protagonista di un videogioco. Scena tenera, ma che ci dà motivo di riflettere come certa tecnologia ci offra una visione “sotto vetro” di un mondo virtuale.

Non dimentichiamo che la conquista dell’astrazione è aiutata dai materiali Montessori che “materializzano le astrazioni”.

Prima di rispondere a un’obiezione che viene rivolta a chi si oppone alla tecnologia nei primi anni di scuola, terminiamo di analizzare altri aspetti del rapporto della tecnologia con la mente domandandoci che cosa abbiamo lasciato fuori.

Molto, ma troverete materiale nel mio libro in uscita a giugno 2017 per il leone verde “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”.

L’obiezione riguarda la necessità percepita di preparare i giovani per il futuro. Per farlo spendiamo immani sforzi per prepararci e preparare i nostri ragazzi per un futuro che comunque fatichiamo a immaginare. L'assurdo è che questo impegno convive con una scuola che funziona come se il mondo e gli allievi dovessero rimanere sempre come sono oggi, ma di questo parleremo più avanti.

Fatichiamo a immaginare come sarà il mondo quando i nostri ragazzi usciranno dal sistema dell’istruzione. I nati quest'anno (2017) termineranno la scuola dell’obbligo fra 14 anni nel 2031 e si ritroveranno in un mondo molto diverso dal nostro popolato da 8 miliardi di persone, con la produzione di petrolio che inizia a ridursi, dove bisognerà convivere con il riscaldamento globale e dove l’acqua potabile sarà sempre più preziosa. Un mondo dove ci saranno professioni che oggi nemmeno immaginiamo e per le quali l'ufficio come concepito oggi non avrà più senso e dove le macchine ci avranno sostituito in un crescente numero di compiti. Del resto fare previsioni non è mai stato facile.

In Blade Runner, film di fantascienza ormai diventato di culto, girano macchine volanti, intelligenze artificiali e replicanti, ma il protagonista per telefonare usa una cabina telefonica. Il regista non riesce proprio a immaginare i telefonini. Qualcuno però riesce a gettare un'occhiata sul nostro futuro tecnologico. L'esempio più noto è …

… Vannevar Bush che scrive nel 1945 “As We May Think”, che si traduce in “Come potremmo pensare”. Uno scritto visionario, un vero squarcio sul futuro, ma immaginato con la tecnologia dell’epoca (basta vedere la GoPro di allora nell’immagine all’inizio dell’articolo). Forse anche in questo ci possono aiutare i bambini.

Lo hanno fatto, con risposte degne dei migliori futurologi, nello studio Robots@School che ha chiesto a bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare e con cui poter fare amicizia. Oltre a mostrarci il futuro, quest'aspetto ci svela come i bambini e i ragazzi, a differenza di noi adulti, siano molto più interessati a cosa la tecnologia può fare “con loro” piuttosto che “per loro”. Teniamolo presente. Teniamo però ben presente che il bambino dovremmo ascoltarlo sempre, non solo in occasione di studi strutturati come questo.

Allora, che senso ha la difesa della tecnologia a scuola come “preparazione per il futuro”? Esempi non mancano di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste.

Forse la soluzione del dilemma è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l'altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Sono gli innovatori di questa stoffa quelli che creeranno il futuro e voi insegnanti li avete di fronte, a scuola.

Come si sarà comportata la maestra di Larry Page e Sergey Brin nei loro confronti? Come si sarà sentita quando hanno creato Google? Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui, come sicuramente avrà fatto quella maestra Montessori. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, che dice che Montessori per lui fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Brothers. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al nostro proprio ritmo”.

Allora, che cosa serve ai ragazzi per affrontare il futuro? O meglio, per inventare il loro futuro?

Per prima cosa dobbiamo sgombrare il campo da una visione dell’educazione scolastica come un processo lineare di preparazione al futuro, come ricorda Ken Robinson, e rendersi conto di quanto valga la formazione globale della persona rispetto ai voti o ai percorsi scolastici.

Non penso, quindi…

…serva la persona che sa tutto. Tra l’altro nel mio campo la conoscenza tecnica diviene obsoleta nel giro di sei mesi. Questi, come dice Hoffer, …

… saranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più. La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un mondo in cui gli analfabeti…

…non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo, come grida Alvin Toffler nel suo libro “Lo Shock del Futuro”. Del resto…

…anche la Dottoressa ci metteva in guardia dal considerare l’educazione solo come mera trasmissione di conoscenze.

Allora, per capire che cosa può servire,…

… sono andato a vedere fra i miei colleghi. Ammetto che è un campione piuttosto piccolo e peculiare, ma può essere un assaggio di quelle caratteristiche che la scuola e l'educazione dovrebbero fornire. Innanzitutto non vedo attorno a me geni o furiosi matematici ma persone normali provenienti da svariate culture — arriviamo da una quindicina di nazioni differenti — che hanno sempre voglia di imparare e non pretendono di sapere già tutto, sanno dove e come trovare le informazioni di cui hanno bisogno, sono capaci di navigare mentalmente architetture complesse e interagiscono, collaborano e contribuiscono alle comunità di utenti con cui operano. Alcuni poi vengono da percorsi scolastici assolutamente alieni alla tecnologia, ma con una passione per il mondo dei computer che li ha fatti arrivare qui.

Tornando in tema, per capire che cosa serve ai ragazzi che frequentano ora la scuola, sono andato a leggermi il progetto europeo DIGCOMP, che ha sviluppato un quadro concettuale per comprendere e sviluppare le competenze digitali in Europa, competenze più ampie di una generica conoscenza delle tecnologie.

Il progetto aveva individuato cinque aree critiche: Informazione, Comunicazione, Creazione di contenuti, Sicurezza, Problem solving.

Sono passato poi a un altro studio sullo stesso tema: “The Learning Curve”, pubblicato da Pearson come parte di un ampio programma di analisi teso a migliorare la comprensione di ciò che la scuola dovrebbe fornire. Più che l’elenco di competenze, per me è molto più importante ciò che lo studio condensa nelle conclusioni, …

… dove parla dell’importanza delle competenze non cognitive, dell’insegnare le competenze giuste all’inizio dell’infanzia e delle poche prove che la tecnologia da sola aiuti effettivamente le persone a sviluppare nuove competenze.

Infine, come educatori e genitori, prima di pensare che cosa dare ai ragazzi per affrontare le sfide del futuro, dobbiamo stabilire che cosa vogliamo che diventino, almeno nei riguardi della tecnologia. Scelta che si riduce in definitiva a decidere se vogliamo far crescere degli “schiaccia-bottoni” che usano la tecnologia senza conoscerla, o degli individui che sanno scegliere a ragion veduta anche in campo tecnologico.

Purtroppo la società italiana sembra andare nella prima direzione perché, come rivela l’indagine “Tech Habits 2016” della Samsung, “l'88% degli italiani usa termini legati alla tecnologia pur non avendo minimamente idea di ciò di cui si sta parlando”.

Quindi, tutta colpa della tecnologia? Non credo. Ci mettiamo anche noi adulti…

… con una visione ristretta del problema. Iniziando…

…da chi controlla l’istruzione dei giovani, come amaramente notava Bertrand Russell, e poi giù a cascata fino agli insegnanti che rimangono troppo spesso ancorati al passato, come…

… chi ha una LIM in aula, ma la sua lezione continua a essere frontale, come ai vecchi tempi. Oppure…

… chi usa il tablet come un quaderno o un vecchio libro di testo. Gli americani chiamano la tecnologia usata così “una matita da mille dollari”: costosa, utile, ma molto limitata.

Marc Prensky (considerato uno dei maggiori esperti al mondo sulla connessione tra apprendimento e tecnologia) ci dà un’idea: invece di parlare di “nomi”, che sono le tecnologie, parliamo di “verbi”, che sono le cose veramente importanti nell’educazione.

Quindi non dobbiamo tanto insegnare a usare i motori di ricerca, ma …

… insegnare a porsi domande e a fare ricerca, vera ricerca.

A incoraggiare la serendipity, lo scoprire ciò che non si sta cercando, come …

… ci capita spesso aggirandoci in una libreria. Perché questo non può succedere con la tecnologia?

Non tanto inorridire di fronte a un messaggio romantico come questo, …

… ma al contrario dovremmo concentrarci su ciò che la scrittura in tutte le sue forme — anche questa! — rappresenta: comunicazione, espressione di sé, manifestazione delle idee.

Lo hanno messo in pratica due maestre lungimiranti di una prima classe tradizionale, contaminate da Montessori. Hanno detto ai loro bambini: “Scrivete”, “Ma non sappiamo scrivere!” hanno risposto angosciati. “Non è vero, ognuno di voi sa scrivere nella sua lingua: Francesco in franceschese, Matilde in matildese e così via. Scrivete, poi, se volete, ve lo traduciamo”. Risultato? Ora quei bambini a scrivere non li ferma più nessuno. Non è quello che si voleva? O si volevano solo pagine di bella calligrafia, ma vuote?

Oppure, invece di insegnare a disegnare sul tablet, o …

… a riempire chilometri quadrati di pasticci, …

… insegniamogli a pensare con le mani, come si vede chiaramente nella tecnica delle MindMap. Si usano colori, simboli, frecce e quant’altro disegnato a mano per stimolare da un lato la nostra capacità associativa, dall’altro il movimento della mano aiuta chiaramente a pensare, mentre la necessità di essere concisi aiuta a estrare i punti essenziali dalle informazioni che vogliamo mappare. E non è un’attività solo per adulti.

Ecco come una mia amica ha utilizzato le MindMap con i suoi allievi di terza. Ma funziona anche per bimbi più piccoli…

… come ha fatto questa maestra, chiaramente non Montessori, dacché c’è il fiorellino di “bravo”.

Per concludere, conoscete tutti la metafora dei nativi digitali?

Marc Prensky, l’inventore della metafora spiega che noi, appartenenti a una generazione precedente, siamo come degli immigrati in questo paese dove i nostri figli sono nati: il paese delle tecnologie, dei videogiochi, delle reti sociali.

E come tutti gli immigrati, cerchiamo di integrarci, riusciamo a essere anche molto bravi, ma conserviamo sempre un forte accento straniero, che è il nostro mantenere un piede nel passato. Ecco, …

… guidiamo i nostri nativi digitali a conoscere veramente la tecnologia.

Però mettiamoci l'anima in pace, non riusciremo mai a essere più bravi di loro. Ci dimentichiamo invece che possiamo collaborare, ognuno contribuendo con quello in cui è bravo: loro con la scioltezza in campo tecnologico, noi con lo sguardo lungo sul perché, sulle implicazioni della tecnologia.

E allora: “Buona strada!” come si augura nello scautismo. E grazie per la vostra affettuosa attenzione.

 

Riferimenti utili

Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (uscirà a giugno 2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Altri riferimenti utili dal libromariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie/sitografia.html
Sara L Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development, Nat Neurosci. 2005 Sep; 8(9):1148-50, DOI: 10.1038/nn1516www.nature.com/neuro/journal/v8/n9/full/nn1516.html
Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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