Mario Valle Web

La tecnologia digitale: quando e perché

Incontro tenuto alla scuola Clara Maffei di Clusone (BG) il 25 maggio 2024 per il FestivalDaClara.


Buongiorno cari genitori!

Una scena sempre più frequente, vero? Genitori che danno in mano tablet e smartphone a cuccioli che nemmeno sanno parlare. Piccoli che sanno usare il tablet ancor prima di sapersi grattare un orecchio. D’altro canto …

… anch’io, lo confesso, ho fatto così in altri anni con mio figlio. Il che può essere comprensibile, visto che …

… lavoro da molti anni in mezzo a questi supercomputer dopo altrettanti passati in compagnia di macchine più piccole. Sono un Computer Scientist e ho …

… lavorando con uno speciale tipo di bambini curiosi e capaci di meravigliarsi: gli scienziati. Questi “bambini” mi mostrano anche l’effetto finale dell’educazione in campo tecnologico e mostrano cosa è importante quando si vive in un mondo così saturo di tecnologia.

Ma tornando al mio ruolo di papà, fra i miei colleghi genitori ho trovato differenti …

… approcci al problema della tecnologia per i figli. C’è chi ne vieta o limita fortemente l’uso, c’è chi lascia fare o lo reputa necessario per “prepararli al futuro”.

Insomma, quando uniamo tecnologia ed educazione quasi sempre oscilliamo fra due estremi: demonizzare la tecnologia oppure accettarla in toto, spesso in maniera acritica, giusto perché pensiamo che nuovo equivalga a buono.

Invece penso che si debba trovare un punto d’equilibrio e non fermarsi agli aspetti negativi della tecnologia digitale o farsi abbagliare dalle pubblicità mirabolanti. Dobbiamo calibrare il nostro lavoro educativo considerando anche che le persone in formazione che ci sono state affidate — figli o allievi — nel futuro tecnologico dovranno vivere, più che in questo presente. E allora, cominciamo dal primo punto: …

… siamo convinti che oggi debbano essere immersi nella tecnologia fin da tenera età per “prepararli al futuro”.

Ma quale sarà questo futuro?

Quello meraviglioso e incantato della fantascienza oppure …

… quello ottimista e un po’ ingenuo che immaginavano i nostri nonni o bisnonni?

Molto probabilmente il futuro che immaginiamo, o che le società tecnologiche ci spingono a immaginare, sarà un prolungamento dell’oggi, con qualche miglioramento della tecnologia che conosciamo. Ma tranquillizzandoci così non siamo sulla buona strada …

… perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management. E nel prevedere il futuro tecnologico è facile …

… lanciarsi in previsioni tecnologiche totalmente sballate come quella che ha portato alla famosa gaffe della Motorola contro l’avversario iPod dell’Apple: “A chi volete che interessi ascoltare mille canzoni?” Allora, che senso ha la difesa dell’accesso alla tecnologia come “preparazione per il futuro”?

Anche senza andare troppo lontano, pensiamo solamente all’iPhone, presentato diciassette anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, fra cui il popolare ChatGPT che ha poco più di un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Forse la soluzione del dilemma è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Allora, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro” per inventare il (loro) futuro? Sono convinto che addestrare all’uso di una qualche tecnologia non sia la cosa più importante e nemmeno la più efficace per prepararli al futuro.

Proviamo invece ad ascoltare chi queste riflessioni le ha fatte, come Eric Hoffer che scriveva: “In tempi di profondo cambiamento, coloro che studiano erediteranno la terra, mentre i dotti si ritroveranno ben attrezzati per affrontare un mondo che non esiste più” (“Reflections on the Human Condition”, 1973). La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un altro esempio. Nel campo dei supercomputer in cui lavoro, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e le dobbiamo cambiare e studiare daccapo.

Oppure Alvin Toffler che nel suo libro “Lo Shock del Futuro” sosteneva con forza: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Anche oggi, in questo mondo dove il cambiamento è la norma, possiamo prepararci seguendo …

… quanto suggeriva Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”. Perché …

“L’intelligenza non è ciò che si sa, ma ciò che si fa quando non si sa” come diceva Jean Piaget.

Nel loro futuro serviranno idee nuove. Alan Kay in un’intervista dell’aprile 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni. E per avere idee bisogna immaginare e unire idee diverse.

Per questo secondo me creerà il futuro chi sarà capace di osservare, come è accaduto all’ingegnere svizzero George De Mestral che era stufo di togliere i frutti uncinati della bardana dai suoi calzoni dopo la caccia ma osservandoli gli è venuta l’idea del Velcro.

Purtroppo, come diceva Winston Churchill, la maggior parte della gente passa oltre questi collegamenti, non li vede o, peggio, non ha mai avuto vicino qualcuno che facesse veder loro l’importanza di trovare connessioni e collegamenti.

Oltre ad osservare, le idee vengono quando utilizziamo l’immaginazione. Per questo mi è piaciuto un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore che dovrebbe preoccuparsi che ogni “abitante del futuro” che gli è stato affidato.

Ma l’aspetto più importante del ruolo dell’adulto nei riguardi della tecnologia ce lo svela Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità, e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”. E lo rimarca un articolo …

… intitolato “Come pensano gli innovatori?” apparso sulla prestigiosa rivista Harvard Business Review, che osservava come: “Un certo numero di imprenditori innovativi hanno anche frequentato scuole Montessori, dove hanno imparato a seguire la loro curiosità”. Appunto.

E non solo la curiosità. Prendiamo per esempio Larry Page e Sergej Brin, i fondatori di Google. Pochi conoscono l’aspetto tecnologico per cui sono importanti, ma ricordano che “siamo entrambi andati alla scuola Montessori, e penso fosse parte di quella formazione il non seguire le regole e gli ordini, e di essere auto-motivati, mettendo in discussione ciò che accade nel mondo, facendo le cose in un modo un po’ diverso”. Ecco, credo che prima dell’addestramento tecnologico sia importante acquisire questi soft skills, queste capacità non accademiche e non tecnologiche.

Per prima cosa penso, quindi, che dobbiamo formare nei nostri giovani delle personalità robuste che sappiano fare un uso consapevole delle tecnologie digitali.

Oppure vogliamo formare solo degli operai digitali? È l’impressione che danno tanti lamenti da parte del mondo produttivo. Invece, ci sono molte voci dissidenti riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, quella di Enrico Nardelli che ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Per riuscire a formare questo tipo di persone, serve educazione, non addestramento. L’articolo intitolato “Perché vale la pena educare (insegnare non è addestrare)” utilizza una …

… foto geniale del famoso fotografo Henry Cartier-Bresson per chiarire il concetto. Ti posso addestrare ad utilizzare la macchina fotografica, gli obbiettivi e i diaframmi, ma per ottenere questa foto non basta. Serve una mano e un occhio educati. Senza uno scopo quello che fai diventa vuoto, una ripetizione di gesti che prima o poi farà l’IA, mentre le foto di Cartier-Bresson le ha fatte solo lui, sono irripetibili.

Qualcuno, però, potrebbe obiettare che il cervello dei bambini d’oggi è diverso da quello dei bambini dei nostri tempi o dei tempi dei nostri genitori e addirittura parlano di un’evoluzione della nostra specie.

No, non è così. Il cervello non è cambiato perché non ha fatto in tempo a evolvere per adattarsi ai ritmi e alle esigenze del mondo tecnologico. Se teniamo presente che il primo personal computer prodotto su scala industriale — l’Apple II — è del 1977, il primo sito web viene creato nel 1991, mentre il primo iPhone viene presentato a metà 2007, è evidente che in questo lasso di tempo si evolvono solo i batteri. Andando indietro nel tempo, non possiamo negare che anche l’invenzione della scrittura in Mesopotamia sia recente, poiché risale a poco più di cinquemila anni fa.

Per imparare a leggere, come per usare uno strumento tecnologico, il cervello umano non ha evoluto nuovi circuiti, non ne ha avuto il tempo, ma ha dovuto e ancora oggi ogni volta deve — daccapo — creare sofisticati collegamenti tra strutture neuronali in origine preposte ad altri più basilari processi, come il riconoscimento delle forme tridimensionali e la comprensione della lingua parlata.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita. O come in questo studio che dimostra come anche la materia bianca, le fibre avvolte nella mielina, si espande con l’esercizio. È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Un segno di questi cambiamenti nel cervello è certamente l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio. L’effetto deriva molto probabilmente da una maggiore capacità di risolvere problemi logici e astratti, frequenti nell’ambiente sociale e culturale odierno.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché…

…dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività, almeno negli Stati Uniti.

Visti questi effetti del mondo tecnologico sulla mente umana, è facile per i media sparare titoli a effetto, come “La demenza digitale” o “Google ci sta rendendo stupidi?” oppure dire tutto e il contrario di tutto sulle conseguenze o sui benefici della tecnologia a scuola, mentre ignorano le ricerche scientifiche più serie. La realtà è che gli scienziati non sanno bene quali siano gli effetti a lungo termine delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo e sulla costruzione della propria identità. Problema complicato dal fatto che la “tecnologia” non è un’entità unica e quindi è difficile pensare che abbia un unico effetto.

Allora è meglio se torniamo a considerare …

…l’uso delle tecnologie in rapporto al funzionamento del cervello e al suo sviluppo.

Quando parliamo di sviluppo infantile, la prima cosa che notiamo è che, rispetto ad altri animali, siamo nati con cervelli meno sviluppati che impiegano più tempo a maturare completamente. Avere un periodo così lungo di sviluppo del cervello — che nei suoi ultimi corsi Maria Montessori chiamava la lunga infanzia umana — è un vantaggio, perché questo risulta più facilmente modellato dall’ambiente e dall’esperienza, il che ci permette di adattarci e prosperare nel nostro habitat così unico.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due-tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Il secondo processo di sviluppo è la mielinizzazione delle fibre nervose, …

… un processo che inizia al quinto mese di vita fetale, è più intenso tra i sei e gli otto mesi di età e prosegue sino ai diciotto mesi. Con la mielinizzazione cambia la velocità di trasmissione degli assoni neurali che passa da 25 cm/s a 70-80 m/s facilitando così il coordinamento delle funzioni cerebrali.

Se ora veniamo allo sviluppo complessivo del cervello, che vediamo in questo filmato tra i quattro e i vent’anni d’età, notiamo che non si sviluppa uniformemente. La velocità dei processi di creazione di nuove sinapsi e di mielinizzazione delle fibre nervose non è uniforme in tutto il cervello. Qui il blu indica le zone mature della corteccia.

Questi processi biologici di maturazione non uniforme del cervello fanno sì che ci siano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente.

E allora, venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo in che periodo sensitivo è? Nessuno. Anzi, qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron studiato da Jean Itard e citato da Montessori, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti.

Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”.

…Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% negli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo quante opportunità si aprirebbero!

Molto spesso trattiamo i nostri piccoli come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Un altro motivo per cui non possiamo considerare i bambini dei piccoli adulti è il differente tipo di attenzione che hanno. La psicologa Alison Gopnik lo spiega così: “L’attenzione dell’adulto è come un riflettore, un «occhio di bue» che si concentra su un punto lasciando tutto il resto nell’ombra… quella del bambino è come una lanterna che illumina tutto.” In altri termini, il bambino è pessimo nel prestare attenzione perché qualsiasi cosa può essere interessante e non vuole perdersela (“What do babies think?” con sottotitoli in italiano). Allora che effetto avrà …

… uno schermo che restringe la sua attenzione su neanche un decimetro quadrato?

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Invece, guardate questa bambina che asciuga le lacrime del personaggio televisivo. Scena tenera, ma che ci dà motivo di riflettere come certa tecnologia ci offra una visione “sotto vetro” di un mondo virtuale che viene interpretato male dai nostri piccoli.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto. Del resto, nemmeno gli adulti sono immuni da questo problema.

Se esposti a un sistema di intelligenza artificiale tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci molto di più.

Questi software, anche se ci strappano urletti di meraviglia, non sono intelligenti, anzi, il professor Bongard ci ricorda che “i punti deboli dell’IA sono per lo più legati a cose come il buon senso e il rapporto causa-effetto. Il che fa intuire perché ci sia bisogno di un corpo. Avendo un corpo si possono scoprire causa ed effetto, proprio perché si causano effetti. Questi sistemi di IA invece non possono scoprire il mondo tastandolo.” Ecco, i nostri piccoli invece possono farlo.

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende quello che serve dal mondo. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vedere solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” da cui torna bagnato e sporco fino al midollo. È un lavoro importantissimo, tanto che …

… Maria Montessori, nel testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids”, ci ricorda che: “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità”. Per questo, invece di …

… fiumi di parole facciamo rivivere la testuggine romana o smontare un PC. Una maestra Montessori ha creato un materiale su quest’idea.

Un vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

Per Maria Montessori la connessione fra mano e intelligenza era chiarissima: “La mano è quell’organo fine e complicato nella sua struttura, che permette all’intelligenza non solo di manifestarsi, ma di entrare in rapporti speciali coll’ambiente” (Maria Montessori, Il segreto dell’infanzia, p. 108).

Usare le mani in assenza di tecnologia ci fa scoprire un altro effetto interessante evidenziato nell’esperimento psicologico di Shepard e Metzler che …

… hanno dimostrato che noi manipoliamo le rappresentazioni mentali come se fossero oggetti fisici. Come se ne sono accorti? In un quiz come quello qui riportato, dove bisogna trovare a quale oggetto della riga in basso corrisponde quello in alto Il tempo impiegato per stabilire se una coppia è formata dallo stesso oggetto è proporzionale all’angolo che c’è fra i due oggetti. (Nel problema indicato, alla configurazione in alto corrisponde l’oggetto B).

Manipolare strutture con le mani ha anche un altro effetto interessante analizzato …

… in uno studio che lega la comprensione matematica all’abilità nel copiare e ricostruire strutture LEGO. Perché? Perché anche un compito semplice come questo implica la capacità di manipolare strutture nella mente. E la matematica è la scienza delle strutture e degli schemi, come recita una definizione moderna.

E diamine! Facciamo giocare pure i manager per farli pensare e ragionare. LEGO Serious Play è un metodo finalizzato a sviluppare il pensiero, la comunicazione e la risoluzione di problemi complessi di gestione aziendale attraverso l’impiego del gioco di costruzioni LEGO. Lo fanno loro e invece noi ci dimentichiamo delle nostre personcine in formazione.

Ora guardiamoci le mani. Come le usiamo oggi? Troppo spesso facciamo scorrere le dita su di una superficie liscia, lo schermo dello smartphone. Ma è per questo che sono state progettate?

No. Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che nel suo “Un breve sproloquio sul futuro dell’Interaction Design”, le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (A Brief Rant on the Future of Interaction Design. La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, in particolare si trova in: Clouder, C. & Rawson, M. (2004). Waldorf Education. Floris Books. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia).

I bambini, specialmente attorno ai sei anni, si muovono tantissimo. “Hanno bisogno di sfogarsi” sentenzia la nonna, “ci fanno diventare pazzi” si lamenta il genitore, “mi sgolo e loro no, non stanno mai fermi” si sfoga la maestra. Ma è proprio un’attività così reprensibile? No, assolutamente no. Il movimento è parte integrante delle nostre capacità cognitive e base dello sviluppo della mente.

Se ne era già accorta Maria Montessori. Invece, …

… in campo neuroscientifico, prima di accettare tutto questo, ci sono voluti molti studi che hanno rivalutato la funzione e l’importanza delle aree motorie nella fisiologia del cervello. Studi che hanno dimostrato come “lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è anche e innanzitutto un cervello che comprende”, come sintetizza nel libro “So quel che fai” Giacomo Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio.

Assieme a lui molti scienziati hanno collegato lo sviluppo cerebrale a quello motorio: Adele Diamond per cui “lo sviluppo motorio e lo sviluppo cognitivo possono essere fondamentalmente interconnessi”, Cotterill che dimostra come “la cognizione è inestricabilmente collegata al movimento, sia in forma visibile che nascosta”, Koziol e Budding per i quali “la cognizione è realmente solo un’estensione del sistema motorio” e li già citato professor Bongard che parlando delle limitazioni dei robot “Il che fa intuire perché ci sia bisogno di un corpo”.

… Un’altra stretta correlazione fra cognizione e movimento viene da un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science che mostra che utilizziamo gli stessi meccanismi del cervello – Place e Grid cells che ci servono per sapere dove ci troviamo in un ambiente – per creare delle mappe dei nuovi concetti quando li acquisiamo.

Un libro che ho letto recentemente dedica un capitolo al futuro dell’intelligenza artificiale in cui mette in chiaro che queste non saranno come gli esseri umani perché mancano di alcune caratteristiche. La prima caratteristica mancante è la corporeità e il movimento. “Come abbiamo già visto, per imparare occorre muoversi. Per apprendere un modello di un edificio dobbiamo percorrerlo andando da un ambiente all’altro. Per imparare a usare un nuovo attrezzo dobbiamo tenerlo in mano, girarlo da una parte e dall’altra, guardarlo ed esaminarne diverse parti con le dita e gli occhi.” Ecco perché è così importante il movimento e l’uso delle mani.

Ma qui, dov’è il movimento? Ci sarà pure tanta tecnologia, ma il movimento essenziale allo sviluppo manca totalmente.

Molti anni fa lo psicologo Mihály Csíkszentmihályi iniziò a studiare lo stato di profonda concentrazione in cui a volte le persone si ritrovano e lo chiamò stato di “flow”.

Ma è una esperienza comune di chi osserva il comportamento dei bambini: “Il bambino che si concentra è immensamente felice”.

… Ma con la tecnologia e soprattutto col cosiddetto “multitasking”, dov’è la concentrazione?

Volendo continuare sul lato oscuro della tecnologia ci sono i problemi di salute, anche se sarebbero facilmente evitabili. Problemi di vista. L’uso prolungato di uno schermo può avere effetti sulla vista e può mettere in difficoltà l’acquisizione della percezione della profondità. Problemi di sonno. La luce blu emanata dallo schermo interferisce con i segnali che arrivano all’encefalo riguardo ai cicli notte-giorno e ai momenti del risveglio e del prendere sonno. La causa di tutto ciò è una proteina prodotta all’interno della retina dell’occhio chiamata melanopsina che è in grado di misurare l’intensità della luce incidente e quindi a comprendere se sia giorno o notte. Questa proteina è sensibile a una ristretta banda di luci blu e, guarda caso, proprio qui cade la luce prodotta in maggior quantità dagli schermi. La conseguenza è che la luce proveniente dallo schermo inganna il cervello facendogli credere che sia ancora giorno rendendo così difficile l’addormentarsi. Riduce il movimento e infine, l’aspetto più inquietante di una cultura visiva si annida però nella passività che alcuni metodi di fruizione delle immagini impongono: prima era la televisione, ora è il tablet.

Visto tutto questo vien voglia di bandire la tecnologia dalle loro vite, ma c’è un problema, …

…la tecnologia è già parte del loro mondo. Non possiamo vietare in toto l’accesso alla tecnologia digitale. I bambini che ci sono stati affidati vivono in un mondo tecnologico, qualsiasi cosa proviamo a fare per impedirlo. Dobbiamo quindi imparare a guidarli, a navigare con loro questo mondo così affascinante. Come genitori, …

… abbiamo un ruolo essenziale nell’educare alla tecnologia. Ruolo che troppo spesso è in negativo: genitori persi dentro uno schermo o in chiamate di lavoro fuori orario. Per il bambino, invece, il ragionamento è semplice: …

… lo fanno mamma e papà, quindi è una cosa buona.

Il primo passo è acquisire “consapevolezza”. Consapevolezza del nostro rapporto con la tecnologia, degli effetti che ha sui nostri giovani. Nel libro “Dipendenza Digitale” l’autore cita come esempio i monaci buddisti e quelli trappisti. Ambedue, per diffondere i loro principi, utilizzano la tecnologia digitale, frequentano reti sociali e navigano in rete, ma sono sempre consapevoli che questi sono strumenti e sanno che sono un mezzo, come la scodella del riso, e non il fine della loro vita.

Avere consapevolezza vuol dire innanzitutto conoscere, sapere qual è il nostro uso della tecnologia e quanto tempo vi dedichiamo.

Ci può aiutare tenere un diario di auto-osservazione per una settimana, per esempio. Da qualche tempo arriva il rapporto settimanale di Windows, Android e iOS che va in questa direzione.

Il secondo passo è tornare con i piedi per terra e non pensare che vostro figlio sia super-intelligente perché smanetta con un tablet! Questi sono dispositivi pensati per essere facili da usare e per i bambini piccoli qualcosa che risponde ai gesti è irresistibile. Non è che noi genitori vorremmo vantarci con gli amici di queste capacità?

Che altro possiamo fare per rendere la tecnologia digitale un alleato per la crescita dei nostri giovani?

Dopo aver sistemato il nostro rapporto con la tecnologia, iniziamo col dialogare con loro. Qui andiamo oltre la tecnologia, ovviamente, ma a maggior ragione dobbiamo parlare con loro delle loro esperienze in questo mondo. I figli, anche se non lo ammetteranno apertamente, cercano la nostra guida per dare un senso alle loro esperienze anche in questo campo. Cerchiamo di non arrivare a che succeda qualcosa di irreparabile innescato dal frequentare social o quant’altro. Creiamo sempre un canale aperto e un ambiente di fiducia.

E non lasciamoli soli di fronte allo schermo. Questo non vuol dire controllarli. Il controllo è quanto più lontano ci sia dall’educazione. Fiducia e dialogo. E poi, quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sapranno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Per questo, qualche volta, …

… proviamo a giocare con loro ai videogiochi che amano. C’è da dire che molti adulti, soprattutto quelli un po’ più adulti, non vi si ritrovano perché manca loro l’esperienza oppure perché hanno provato a giocare con un qualche videogioco con risultati deludenti. Ma per i nostri figli sarà sì una fonte di divertimento, ma anche d’orgoglio, perché possono insegnare ai genitori qualcosa che conoscono meglio di loro.

Tutto questo porta a un nuovo ambiente in famiglia. L’articolo che citavo osservava: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”. Ecco, convinciamoci che quello che succede a scuola e in famiglia avrà un impatto fortissimo sulle loro capacità di innovare e vivere nel loro futuro. L’altro testo di Maria Montessori, …

… che non rifuggiva dalla tecnologia nelle sue scuole, ricorda il posto dove dobbiamo mettere la tecnologia nell’educazione: “Vorrei, però, sottolineare che questi ausili meccanici non sono sufficienti per realizzare la totalità dell’educazione”.

Su questi argomenti c’è tanto da dire e da fare e il tempo è tiranno. Se volete approfondire vi indirizzo ai libri che ho scritto, uno più orientato agli insegnanti e a chi è curioso del mondo Montessori e uno pensato per i miei colleghi genitori. Sul sito dell’incontro troverete anche molti riferimenti utili.

Chiudo con un altro pensiero di Maria Montessori che vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è educare per il futuro non so proprio che cosa possa esserlo.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale/
Fondazione Mondo Digitale, “Tinkering coding making per bambini dagli 8 agli 11 anni”, Erickson (2020) www.erickson.it/it/tinkering-coding-making-per-bambini-dagli-8-agli-11-anni. Ci sono altri 3 volumi della serie che coprono dai 4 ai 13 anni.
Latitude, “Robots Inspire New Learning & Creativity Possibilities for Kids”, (2012, gennaio).latd.com/blog/study-robots-inspire-new-learning-creativity-possibilities-kids
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
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Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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