Mario Valle Web

Il Montessori educa per il futuro digitale

Intervento a DIDACTA 2024 a Firenze il 22 marzo 2024.


Buongiorno a tutte e a tutti!

Quando guardiamo i nostri figli o gli allievi che ci sono stati affidati, non possiamo esimerci dal pensare che saranno loro a vivere nel futuro mentre noi — chi più, chi meno — abbiamo già vissuto il nostro futuro. Ma quale futuro stiamo preparando ai nostri piccoli?

Quello meraviglioso e incantato della fantascienza oppure …

… quello ottimista e un po’ ingenuo che immaginavano i nostri nonni o bisnonni?

Molto probabilmente il futuro che immaginiamo, o che le potenze tecnologiche ci spingono a immaginare, sarà un prolungamento dell’oggi, con qualche tecnologia in più e, speriamo, qualche disastro in meno.

Ma prevedere il futuro e soprattutto il futuro tecnologico non è un esercizio facile per nessuno perché “tentare di prevedere il futuro è come cercare di guidare in una strada di campagna, di notte, senza luci e con lo sguardo fisso allo specchietto retrovisore” come scriveva Peter Drucker, conosciuto per le sue opere sulla teoria del management.

E non mancano esempi di previsioni tecnologiche totalmente sballate come queste:

  • “Penso che nel mondo ci sia mercato forse per quattro o cinque computer” — Thomas Watson, presidente dell’IBM, 1943.

  • “Prevedo che Internet diverrà presto una spettacolare supernova e nel 1996 crollerà catastroficamente” — Robert Metcalfe, fondatore della 3Com e inventore dell’Ethernet, 1995.

  • “A chi volete che interessi ascoltare mille canzoni?” — Ed Zander, amministratore delegato della Motorola parlando dell’avversario iPod dell’Apple, 2006.

Non occorre però andare molto lontano. Pensiamo solamente all’iPhone, presentato diciassette anni fa. Avremmo mai immaginato di poter mettere in tasca computer, macchina fotografica, riproduttore musicale e quant’altro? Saremmo mai riusciti a immaginare le rivoluzioni sociali, politiche, economiche e financo educative che ne sarebbero derivate? No, credo proprio di no.

Oppure, chi prevedeva che i modelli linguistici di grandi dimensioni, volgarmente chiamati intelligenze artificiali, fra cui il popolare ChatGPT che ha poco più di un anno di vita, impattasse così profondamente il mondo produttivo e sociale?

Questi cambiamenti e altri che non riusciamo a immaginare dovrebbero spingerci a riflettere su cosa serva realmente per prepararci e preparare i nostri “abitanti del futuro” ai tempi che verranno. Credo che la strategia corretta non sarà allora quella di provare a prevedere il futuro, ma quella di prepararli affinché siano pronti ad affrontare un qualsiasi futuro.

Come? Proviamo ad ascoltare chi queste riflessioni le ha fatte come Eric Hoffer che scriveva: “In un’epoca di cambiamenti drastici quelli che apprendono erediteranno il futuro. I dotti di solito si trovano ben equipaggiati per vivere in un mondo che non esiste più.” (“Reflections on the Human Condition”, 1973). La Linea Maginot era perfettamente preparata per un futuro che non si è verificato, anzi, sappiamo tutti come è andata a finire. Un altro esempio. Nel campo dei supercomputer in cui lavoro, non trova posto “Mister So Tutto Io” perché in sei mesi la conoscenza e le tecnologie diventano obsolete e le dobbiamo cambiare e studiare daccapo.

Oppure Alvin Toffler che nel suo libro “Lo Shock del Futuro” sosteneva con forza: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno quelli che non sanno leggere e scrivere, ma quelli che non saranno in grado di imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Però oggi, in questo mondo dove il cambiamento è la norma, possiamo prepararci seguendo …

… quanto suggeriva Montessori più di settant’anni fa (Dall’infanzia all’adolescenza, p. 106–108): “È necessario, perciò, preparare la personalità umana alle eventualità impreviste, e non più soltanto considerando le condizioni che la sola logica prevedeva. È necessario sviluppare in essa, evitando ogni rigida specializzazione, una capacità di adattamento flessibile e pronta”. Non solo.

Dobbiamo convincerci che l’educazione non è un processo lineare, come non lo è il progresso e la crescita delle persone. Il futuro non sarà, come vogliono farci credere le aziende tecnologiche, come oggi, solo di più.

Forse la soluzione al problema della previsione del futuro è quella proposta da Alan Kay: “Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo”, cosa che ha fatto in prima persona concependo, tra l’altro, i laptop e le interfacce grafiche moderne.

Allora, che cosa serve ai nostri “abitanti del futuro” per inventare il (loro) futuro? Credo che limitarsi ad addestrare all’uso di una qualche tecnologia non sia la cosa più importante e più sicura. Chi ci assicura che quella tecnologia rimarrà rilevante fra 10-20 anni quando entreranno nel mondo del lavoro?

Serviranno invece idee nuove. Alan Kay in un’intervista dell’aprile 1994, affermava: “Se hai delle idee, puoi fare molte cose anche senza macchine. Una volta che hai delle idee, le macchine inizieranno a lavorare per te… Molte delle idee si possono unire con un bastoncino sulla sabbia.” La capacità di pensare, di avere delle idee, di essere curiosi non si crea a vent’anni. Le basi si mettono quando si crea la personalità, cioè prima dei sei anni. E per avere idee bisogna immaginare e unire idee diverse.

Per Albert Einstein “l’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

Proviamo a immaginare un Einstein adolescente che a sedici anni si domandava “che cosa succederebbe se cavalcassi un raggio di luce?” dando così l’avvio a quella catena di pensieri che lo portò alla Teoria della Relatività, e allora capiremo quanto sia importante questa capacità nel bambino.

E a queste immagini dobbiamo —devono— essere ricettivi. Invece, come diceva Winston Churchill, la maggior parte della gente passa oltre queste ispirazioni, non le vede o, peggio, non ha mai avuto un’insegnante che facesse capire loro l’importanza di essere curiosi, di immaginare e trovare connessioni e collegamenti.

Dovremmo insegnar loro a reagire come ha fatto l’ingegnere svizzero George De Mestral che era stufo di togliere i frutti uncinati della bardana dai suoi calzoni dopo la caccia ma osservandoli gli è venuta l’idea del Velcro.

Voglio riassumere queste idee con un titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Direi che è un ottimo programma per un educatore che dovrebbe preoccuparsi di ogni “abitante del futuro” che gli è stato affidato.

Il sognare, poi, fa parte delle capacità che dovremmo coltivare nei giovani per aiutarli ad affrontare il futuro e che Marty Neumeier elenca nel suo libro “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”: il feeling (l’intuizione e l’empatia), il vedere (il pensiero sistemico), il sognare (l’immaginazione applicata), il fare (il progettare) e l’apprendere (l’autoeducazione). Queste abilità non vengono quasi mai insegnate a scuola, tuttavia sono le competenze di cui i nostri giovani avranno bisogno per rimanere rilevanti in un mondo del lavoro assediato da robot e intelligenze artificiali.

Per rendere possibile tutto ciò, per prima cosa penso che, come educatori, dobbiamo chiederci che cosa vogliamo divengano le persone che ci sono state affidate.

Vogliamo formare solo degli operai digitali? È l’impressione che danno tanti lamenti da parte del mondo produttivo. Invece, ci sono molte voci dissidenti riguardo alla corsa acritica verso l’introduzione della tecnologia sempre più precocemente. Per esempio, Enrico Nardelli che ci mette in guardia sul fatto che, se non forniamo ai ragazzi una formazione a largo spettro sui vari aspetti dell’informatica, formeremo solo “operai digitali” che saranno i primi a essere espulsi dal mondo del lavoro quando arriva la crisi. Invece dovremmo formare persone che possano inventare la prossima “Killer App” l’applicazione rivoluzionaria che cambia il mondo, come fecero nel 1979 …

… Dan Bricklin e Bob Frankston che inventarono VisiCalc, il padre di tutti i fogli di calcolo come Excel. Un programma che rivoluzionò il lavoro dei contabili e aprì l’uso del PC a schiere di professionisti.

Vogliamo quindi formare nei nostri giovani personalità robuste che sappiano fare un uso consapevole delle tecnologie digitali.

Per riuscirci serve educazione, non addestramento. L’articolo intitolato “Perché vale la pena educare (insegnare non è addestrare)” utilizza una …

… foto geniale del famoso fotografo Henry Cartier-Bresson per chiarire il concetto. Ti posso addestrare ad utilizzare la macchina fotografica, gli obbiettivi e i diaframmi, ma per ottenere questa foto non basta. Serve una mano e un occhio educati. Senza uno scopo quello che fai diventa vuoto, una ripetizione di gesti che prima o poi farà l’AI. Mentre le foto di Cartier-Bresson le ha fatte solo lui, sono irripetibili.

Torniamo alla tecnologia. Purtroppo, molti adulti e insegnanti hanno una visione ristretta del problema.

Pensano che accettare acriticamente qualsiasi tecnologia digitale nella scuola la renda automaticamente moderna. Penso invece che la tecnologia che viene usata senza cambiare il sistema scolastico, come far usare il tablet come un quaderno o un vecchio libro di testo, non serve e non educa. Gli americani chiamano la tecnologia introdotta così “una matita da mille dollari”: utile, ma costosa e molto limitata.

Ecco un esempio di pochi giorni fa. La preoccupazione per i compiti a casa svolti da ChatGPT che non mette minimamente in discussione se dare compiti a casa sia nell’interesse dello studente. Un atteggiamento che, rapportato alla tecnologia, …

… porta a vietare invece di capire ed educare. E questo non aiuta la formazione dei nostri giovani.

Tali atteggiamenti li sintetizzava bene Bertrand Russell: “Il desiderio di preservare il passato piuttosto che la speranza di creare il futuro domina le menti di coloro che controllano l’istruzione dei giovani.”

Io non sono un pedagogista, sono un papà che anni fa assieme a mia moglie ha iscritto nostro figlio a una scuola Montessori. Iscrizione sulla fiducia, devo dire, perché a quel tempo non conoscevo nulla di Montessori. Ma quello che ho visto, che ho letto e studiato mi ha convinto che questo tipo di educazione prepara effettivamente per un futuro tecnologico e che le critiche che a volte si leggono, come …

… “Il Montessori è vecchio e sorpassato”, “Aste e perline non trovano posto nella società moderna” e altre simili, non hanno fondamento. Primo perché Maria Montessori …

… era una scienziata. Sì, era una scienziata, una vera scienziata sperimentale.

Questo traspare dalle sue pagine dove sottolinea che i suoi risultati derivano sempre da un lavoro scientifico sperimentale. E ci teneva che la gente capisse che non era …

… la figura un po’ sdolcinata che ci ha proposto la fiction televisiva di qualche anno fa. E lei ci teneva a dire che non era una sentimentale romantica — addirittura rivelando che i bambini la annoiavano — ma una rigorosa investigatrice scientifica. Così si tirò addosso le critiche dei “mostri sacri” della …

… pedagogia idealistica italiana che pretendeva di contrapporre l’ideale di “educazione come arte” a quello montessoriano di “educazione come scienza”.

La scienziata Maria Montessori ha esplorato la mente del bambino osservandolo, non anteponendo una bella teoria costruita a tavolino e poi costringendovi dentro i fatti. No, ha osservato, ha sperimentato vari materiali, meditando poi su ciò che aveva visto e solo a quel punto traeva delle conclusioni. In questo modo, tutte le sue idee e le sue proposte sono ancorate alla realtà, come ogni scienziato serio dovrebbe fare. Lo so, non ci sono tabelle di numeri, test statistici o grafici nei suoi libri, ma ci sono le basi scientifiche delle sue idee, sono solo scritte in parole e non con dei numeri. Del resto, è quello che faceva anche Galileo nei suoi Dialoghi.

Ma non dimentichiamo che ha ripetuto più volte: “Io ho solo iniziato il lavoro”. Lavoro che oggi vediamo continuare innanzitutto nell’impegno delle maestre Montessori che vivono quotidianamente queste idee, e poi …

… nelle ricerche di un numero consistente di scienziati (tra gli altri: Angeline Lillard, Kevin Rathunde, Adele Diamond, Donatella Pecori) che stanno studiando le idee di Maria Montessori con gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione. E tutti, alla fine, non fanno altro che confermare ciò che la scienziata Maria Montessori aveva intuito un secolo fa.

Ora, per vedere se e come il Montessori educa per il futuro digitale, partiamo da come Maria Montessori considerava la tecnologia, ovviamente la tecnologia del suo tempo.

Innanzitutto, notiamo che Maria Montessori non era estranea al mondo scientifico e tecnologico, come testimonia il suo curriculum scolastico. Infatti, dal 1883 frequentò a Roma la Regia Scuola Tecnica “M. Buonarroti” dove si diplomò nel 1886. Per continuare gli studi di matematica e di scienze, passò al Regio Istituto Tecnico “L. da Vinci” e, dopo essersi diplomata nell’autunno del 1890, si iscrisse alla “Facoltà di scienze fisiche, naturali e matematiche” dell’Università di Roma, dove conseguì la relativa licenza.

Quando divenne nota a livello internazionale, Maria Montessori era tenuta in alta considerazione dai principali scienziati e tecnologi del suo tempo. Fra i suoi sostenitori troviamo nientemeno che Thomas Alva Edison, probabilmente il più celebre tecnologo e imprenditore dell’epoca e …

… Alexander Graham Bell, che nel 1913 con sua moglie Mabel fondò la “Montessori Educational Association” nella loro casa a Washington, DC.

C’è un testo di Maria Montessori intitolato “Introduction on the Use of Mechanical Aids” (Introduzione all’utilizzo degli ausili meccanici) che probabilmente scrisse nel 1947 come prefazione a un libro indiano sulle tecnologie nella scuola. È riportato in un numero speciale dell’AMI Journal del 2015. L’introduzione al testo ci dà un’idea di come Montessori considerasse la tecnologia: “Montessori era affascinata dalla tecnologia del suo tempo, che assolutamente la incantava e dove vedeva opportunità per unire il nostro mondo e un mezzo attraverso il quale una società mondiale interconnessa avrebbe potuto dare sostegno agli altri, e così far avanzare il genere umano”. Nel testo la Dottoressa rimarca l’importanza che la tecnologia avrà nelle scuole, …

… ma riafferma con forza che il primato, senza eccezioni, deve essere dato allo sviluppo del bambino completo e che i mezzi tecnologici non sempre sono all’altezza del compito.

Avevo chiesto a Grazia Honegger Fresco, una delle ultime allieve dirette di Maria Montessori, recentemente scomparsa: “Se Maria Montessori fosse vissuta oggi in mezzo a computer, web e reti sociali, come avrebbe considerato la tecnologia digitale?” …

… Mi rispose: “Maria Montessori era molto curiosa, avrebbe sicuramente provato e studiato che cosa si poteva fare con computer e reti sociali. Curiosa ma concreta. Avrebbe usato questi materiali secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via. Ricordiamoci però che è una donna di fine Ottocento anche se guardava più avanti che indietro”. Ecco, concreta e curiosa, avrebbe sperimentato e trattato questi dispositivi come tutti gli altri materiali.

Quindi penso sia importante prima di fare voli pindarici o porre domande tanto per fare, capire le idee che stanno dietro…

… tutti i materiali e tutte le prassi educative che troviamo in una scuola Montessori.

Ora, vi siete mai domandati perché funziona così bene il Montessori?

Alla fine di una conferenza a Carpi (Modena) mi si avvicina un signore che lavora al recupero di persone con gravi problemi neurologici. Mi dice: “Dopo tutti i corsi che ho fatto sul sistema neurale dell’uomo e sul funzionamento celebrale, posso dire che Montessori funziona perché è così che funziona il cervello”.

Vediamo quindi alcuni esempi di meccanismi cerebrali umani e come le idee montessoriane li usano a vantaggio della crescita del bambino.

Durante la lunga infanzia umana si formano a ritmo serrato connessioni tra i neuroni: le sinapsi. Poi, attorno ai due-tre anni, inizia il processo di sfoltimento delle sinapsi, o pruning sinaptico, con cui vengono eliminati i circuiti neuronali non utilizzati. Questa fase di potatura termina nell’adolescenza dopo aver eliminato, in maniera dipendente dalle esperienze vissute, il 40% delle sinapsi.

Dicevo “in maniera dipendente dalle esperienze vissute”, vissute nei primi tre anni di vita. È una fase così importante dello sviluppo infantile che si parla dei “Mille Giorni Che Contano”. Questo processo di sviluppo assieme alla mielinizzazione delle fibre nervose, fanno sì che il cervello non si sviluppi in maniera uniforme …

… e che nascano dei periodi speciali in cui una certa funzionalità si sviluppa. Anche qui sono chiari i “Mille Giorni Che Contano”. Questo grafico non l’ha progettato un montessoriano, ma dice esattamente quello che ha sempre sostenuto Maria Montessori, …

… ovvero che esistono dei periodi sensitivi, delle temporanee sensibilità o guide interiori che indirizzano il bambino verso taluni segnali, lasciandolo indifferente ad altri. Per lei questi momenti sono “un treno che passa a quell’ora” su cui si deve salire attraverso esperienze che il bambino può fare liberamente sull’ambiente. L’adulto in questo deve seguire, come scrive Maria Montessori: “Lo sviluppo del bambino ha le sue leggi e se noi vogliamo aiutarlo a crescere, dobbiamo seguirlo invece di imporci a lui”. (Educazione per un mondo nuovo, p. 101).

Venendo alla tecnologia digitale, un piccolino davanti a uno schermo esattamente in che periodo sensitivo è? Qualsiasi cosa che vada a detrimento delle sensibilità particolari è un ostacolo allo sviluppo. L’esempio ce lo dà il ragazzo selvaggio dell’Aveyron, un ragazzo trovato nei boschi dove era cresciuto solo e abbandonato. Non parlava, appunto perché nel periodo sensitivo del linguaggio non aveva nessun essere umano con cui dialogare.

Quest’altra rappresentazione dello sviluppo della persona, preparata da Maria Montessori per uno dei suoi ultimi corsi, ci dà una base per decidere quando introdurre la tecnologia nella vita del bambino. Montessori rappresenta lo sviluppo del bambino come un fiore la cui parte fra zero e sei anni è il bulbo che dà stabilità alla pianta.

È in queste età che si forma la personalità del bambino che sarà la base di tutto il suo futuro.

Se poi confrontiamo la rappresentazione dello sviluppo come bulbo e radice proposta da Maria Montessori con il grafico del numero di sinapsi vediamo chiaramente che è proprio in questi anni che si forma la base del cervello futuro. Non sprechiamo, quindi, questi pochi anni formativi!

A questo punto molti adulti si domandano se il cervello dei giovani sia diverso, se non siano addirittura una specie differente da noi a causa del mondo tecnologico in cui sono immersi fin dalla nascita. E che quindi sono bambini differenti da quelli che studiava Maria Montessori.

Una delle prove a sostegno, a parte la facilità con cui maneggiano uno smartphone, è l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio (James R. Flynn, Massive IQ gains in 14 nations: What IQ tests really measure).

Notiamo, però, che dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. (Thomas W. Teasdale, David R. Owen, Secular declines in cognitive test scores: A reversal of the Flynn Effect). Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività, come dimostra uno studio più recente che parte invece dai dati sulla creatività e dimostra che, almeno negli Stati Uniti, le capacità creative sono cresciute fino al 1990 e poi hanno iniziato a declinare (Kyung Hee Kim, The Creativity Crisis: The Decrease in Creative Thinking Scores on the Torrance Tests of Creative Thinking).

Da questo possiamo concludere che il cervello dei bambini non è cambiato perché non ha fatto in tempo a evolvere per adattarsi ai ritmi e alle esigenze del mondo tecnologico. Se teniamo presente che il primo personal computer prodotto su scala industriale — l’Apple II — è del 1977, il primo sito web viene creato nel 1991, mentre il primo iPhone viene presentato a metà 2007, è evidente che in questo lasso di tempo si evolvono solo i batteri. Andando indietro nel tempo, non possiamo negare che anche l’invenzione della scrittura in Mesopotamia sia recente, poiché risale a poco più di cinquemila anni fa.

Per imparare a leggere, come per usare uno strumento tecnologico, il cervello umano non ha evoluto nuovi circuiti, non ne ha avuto il tempo, ma ha dovuto e ancora oggi ogni volta deve — daccapo — creare sofisticati collegamenti tra strutture neuronali in origine preposte ad altri più basilari processi, come la vista e la comprensione della lingua parlata.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita, come si vede in questo studio che si focalizza sull’espansione, dovuta all’esercizio, della materia bianca, le fibre avvolte nella mielina (Sara L. Bengtsson, Zoltan Nagy, Stefan Skare, Lea Forsman, Hans Forssberg, Fredrik Ullen, Extensive piano practicing has regionally specific effects on white matter development). È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Intendiamoci, il bambino è un essere capace. Ha delle competenze che, purtroppo, spesso ignoriamo. Ed è capace di usare ogni tipo di aggeggio digitale, soprattutto se basato su immagini e gesti.

Questo è il motivo per cui Alison Gopnik definisce il bambino “lo scienziato nella culla”. Uno scienziato che formula ipotesi e mette in atto strategie per metterle alla prova. Il bambino ha “la mente più grande che sia mai esistita, la più potente macchina d’apprendimento dell’universo”.

…Non ci dovremmo stupire, però. Nel 1968, George Land condusse uno studio in cui misurò la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra tre e cinque anni. Ha poi nuovamente testato gli stessi bambini a 10 e di nuovo a 15 anni. I risultati furono sbalorditivi. Come si vede nel grafico, la percentuale di persone che ha ottenuto un punteggio al livello di “genio” è del 98% a cinque anni per poi diminuire ad appena il 2% negli adulti.

Pensate, se potessimo prevenire questo crollo, quante opportunità si aprirebbero!

Molto spesso trattiamo questi piccoli geni come se fossero una nostra copia, ma più piccola. Questo non è assolutamente vero. I bambini non usano la mente come l’adulto ma di meno.

Il bambino usa la mente con modalità sue proprie, come sosteneva già Jean Piaget…

… e Maria Montessori lo rimarcava chiaramente, anzi per lei era così importante questa forma mentale del bambino che la battezzò “mente assorbente”.

Se li consideriamo dei piccoli adulti, applicheremo loro le stesse categorie che applichiamo al nostro uso della tecnologia. Per esempio, scrivere al computer. Noi adulti, al lavoro, dobbiamo essere efficienti, per cui è essenziale saperlo fare. I piccoli no, non devono essere efficienti, devono crescere.

Per affrontare un altro aspetto interessante, ci facciamo aiutare da questo tabellone creato da Maria Montessori in uno dei suoi ultimi corsi di formazione: il “ritmo costruttivo della vita” con i suoi quattro piani di sviluppo. A noi interessa ciò che inizia attorno ai sei anni: la conquista dell’astrazione, il riuscire a distinguere quello che è reale da quello che è virtuale o costruito da una macchina dietro a uno schermo.

Questa scena molto tenera di una bimba che offre da bere ai nonni in videochiamata, fa pensare che non abbia ben chiaro che sono solo delle immagini dietro a un vetro.

Collegato a questo aspetto, c’è un fenomeno osservato in una ricerca dal titolo piuttosto buffo: “Ehi Google, va bene se ti mangio?” che esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini al di sotto dei dieci anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine perché, quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro, è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli di un adulto.

Ma non è solo un problema dei bambini. Anche gli adulti, se esposti a un sistema di intelligenza artificiale, tendono a credere che sia realmente intelligente, mentre è solo un sistema che ha ingerito quantità enormi di informazioni e le rigurgita in forma corretta. Anzi, peggio, …

… se il sistema viene utilizzato per creare bufale e notizie false tendiamo a crederci molto di più.

Sappiamo che per il bambino giocare ed esplorare è un vero e proprio lavoro con cui apprende quello che serve dal mondo. E noi tendiamo a sottovalutarlo o a vedere solo gli aspetti scomodi, come le sue “esperienze significative” in cui torna bagnato e sporco fino al midollo.

Un libro che ho letto recentemente dedica un capitolo al futuro dell’intelligenza artificiale in cui mette in chiaro che queste non saranno come gli esseri umani perché mancano di alcune caratteristiche. La prima caratteristica mancante è la corporeità e il movimento. “Come abbiamo già visto, per imparare occorre muoversi. Per apprendere un modello di un edificio dobbiamo percorrerlo andando da un ambiente all’altro. Per imparare a usare un nuovo attrezzo dobbiamo tenerlo in mano, girarlo da una parte e dall’altra, guardarlo ed esaminarne diverse parti con le dita e gli occhi.” Ecco perché è così importante il movimento e l’uso delle mani in una scuola Montessori.

Lì, invece di fiumi di parole si fanno rivivere la testuggine romana o smontare un PC. Una maestra Montessori ha creato un materiale su quest’idea.

Un vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

Possiamo concludere con le parole di Maria Montessori che nel testo “Introduction on the Use of Mechanical Aids” ci ricorda: “Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità”.

Un argomento caldo qualche anno fa, ma che ora sembra abbia perso mordente è quello del pensiero computazionale. L’educazione Montessori cosa fa al riguardo? Che cosa componga il pensiero computazionale varia da autore ad autore, ma alcuni dei punti fermi sono …

… il “Riconoscere schemi e sequenze”. Se pensiamo all’ambiente e ai materiali scientifici usati quotidianamente nelle scuole Montessori, vediamo che questi sono pensati per sviluppare negli studenti proprio queste abilità. Anche la disposizione degli ambienti della scuola è progettata per aiutare il riconoscimento di schemi e strutture per mezzo dell’organizzazione dei ripiani con i materiali. A un livello più profondo, …

… i materiali stessi sono progettati per attirare i sensi e invogliare la curiosità e la ripetizione, migliorando così la capacità del bambino di confrontare, contrastare e scoprire direttamente i modelli e le sequenze presenti nell’ambiente.

L’utilizzo dei materiali Montessori insegna agli studenti a pensare attraverso un’articolata sequenza di passaggi, che non è altro che un algoritmo.

Il bambino crea algoritmi quando apparecchia la tavola.

Lo sta già facendo quando entra a scuola.

Ed è qualcosa che apprendono fin dal nido. Basta vedere questo bambino controllare e rimettere in ordine da solo i materiali che ha usato.

L’utilizzo dei materiali Montessori insegna agli studenti a pensare attraverso un’articolata sequenza di passaggi ogni volta che prendono autonomamente un lavoro dallo scaffale: selezionare l’attività, identificare e seguirne ogni fase, completarla e rimettere il lavoro al suo posto. Il bambino ha quindi la libertà di creare il proprio algoritmo per utilizzare il materiale nel modo più efficace.

Anche alcune attività ben conosciute possono essere un buon punto di partenza per far considerare l’importanza del pianificare la risoluzione di problemi e l’esecuzione di attività. Un esempio potrebbe essere l’algoritmo per cuocere la pasta qui presentato, anche se manca di alcuni passi fondamentali: il pesare la pasta, quanto sale mettere, come decidere quanto tempo di cottura considerare, il condire il piatto, eccetera.

Se a questo aggiungiamo l’uso della mano per mettere su carta i passi dell’algoritmo, avremo un’efficacia molto migliore di un insegnamento a parole su che cos’è un algoritmo. E tutto questo viene prima della programmazione …

… anche con strumenti visuali come Scratch perché, non dimentichiamolo, la programmazione è solo una piccola parte dell’informatica.

Andiamo avanti. Manipolando il materiale ed eseguendo un algoritmo, si commettono errori. Con un materiale come questo non c’è bisogno dell’adulto che dica: “Guarda che hai sbagliato”. Se il bambino sbaglia se ne accorge da solo e si corregge. La possibilità di sbagliare è fondamentale per l’apprendimento, tanto che Montessori lo chiamava il “Signor errore”.

Fin dall’inizio, visitando varie scuole Montessori, sono rimasto sorpreso di trovare un tipo di scuola che non giudica, in cui errori e fallimenti non sono solo tollerati, sono apprezzati e celebrati come aiuto alla crescita e all’apprendimento. Se vogliamo sentire più spesso dagli adulti la risposta che diede Thomas Edison durante lo sviluppo della lampadina: “Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato”, devi iniziare a rendere i bambini amici del “Signor Errore”. Scriveva Maria Montessori: “Così meglio sarà avere verso l’errore un atteggiamento amichevole e considerarlo come un compagno che vive con noi e ha un suo scopo, perché veramente ne ha uno” (La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti (1999)).

Si deve cambiare la scuola e insegnare che non tutte le domande hanno una risposta “giusta” e che, se non riuscite a trovare la risposta, non è vero che siete necessariamente pigri o stupidi.

In sintesi, quello che dovrebbe offrire la scuola nel nostro mondo tecnologico lo ritroviamo condensato nella prefazione di Mario Lodi a “Scuola di fantasia” di Gianni Rodari (Einaudi, 2014, p. XIV): “Facciamo una scuola in cui possa entrare il bambino intero e restare intero, scrive Rodari, e intende dire che la scuola deve sviluppare non solo la capacità di ascoltare e di ripetere, di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, ma anche la capacità di pensare, progettare, verificare, di sbagliare e di correggere l’errore…”. Tutto questo lo troviamo nel concreto di ogni scuola Montessori che si rispetti.

Affinché la scuola prepari i nostri “abitanti del futuro” serve una guida. Gli insegnanti Montessori vengono chiamati “Guide” e non maestri o maestre perché è il bambino che si costruisce attraverso l’ambiente maestro e la sua crescita non è dovuta al sapere che l’insegnante elargisce. In altre parole, …

… come ricorda Seymour Papert, Il ruolo dell’insegnante è creare le condizioni per l’invenzione piuttosto che fornire conoscenze già pronte. Non solo. Un altro ruolo che devono avere le guide lo ricorda nientemeno che …

… Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità; e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Se si fermano a riflettere, gli insegnanti si renderanno conto che vivono un paradosso: loro insegnano, eppure chi costruirà questo futuro non saranno loro, ma sarà chi è seduto nei banchi di fronte a loro. Parlando, appunto, di innovatori …

… un articolo intitolato “Come pensano gli innovatori?” osserva che: “Un certo numero di imprenditori innovativi hanno anche frequentato scuole Montessori, dove hanno imparato a seguire la loro curiosità”.

Come si sarà comportata la maestra di Larry Page e Sergej Brin nei loro confronti? Come si sarà sentita quando hanno creato Google? Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui, come sicuramente avrà fatto quella maestra Montessori. Oppure…

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, per cui Montessori fu un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Brothers. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”.

… Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che vi ha riversato quanto appreso alla scuola Montessori.

Ma se siamo stanchi di vedere esempi sono nel campo imprenditoriale e tecnologico, ecco un’altra ex-allieva Montessori, Julia Child. Cuoca, famosa tanto per il suo fantastico senso dell’umorismo quanto per le sue abilità culinarie, che ha attribuito alla sua educazione Montessori la nascita del suo amore per la scoperta, per il lavorare con le mani e la sua continua ricerca dell’eccellenza senza mai stancarsi di imparare nel vero senso montessoriano.

Ecco, convinciamoci che quello che succede a scuola e in famiglia avrà un impatto fortissimo sulle loro capacità di innovare. L’articolo citato lo scrive chiaramente: “Crediamo anche che gli imprenditori più innovativi siano stati molto fortunati a essere cresciuti in un’atmosfera dove il porre domande era incoraggiato”.

Visti questi esempi e le idee che la scuola Montessori ha trasmesso a questi innovatori, a buona ragione possiamo mettere un punto esclamativo in fondo al titolo di questo intervento.

Per concludere torniamo a Maria Montessori. Lei era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente e men che meno ad addestrare una qualche capacità operativa.

Lei vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace. E se questo non è educare per il futuro non so proprio che cosa possa esserlo.

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale
Sarah-Jayne Blackemore, “Inventare se stessi — Cosa succede nel cervello degli adolescenti”, Bollati Boringhieri (2018)www.unilibro.it/libro/blakemore-sarah-jayne/inventare-se-stessi-cosa-succede-cervello-adolescenti/9788833927992
Alison Gopnik, Andrew N. Meltzoff, Patricia K. Kuhl, “Tuo figlio è un genio. Le straordinarie scoperte sulla mente infantile”, Dalai Editore (2008)www.mondadoristore.it/Tuo-figlio-e-genio-Alison-Gopnik-Andrew-N-Meltzoff-Patricia-K-Kuhl/eai978886073213 È la traduzione italiana di “The Scientist in the Crib: What Early Learning Tells Us About the Mind”
Bret Victor, “A Brief Rant on the Future of Interaction Design”worrydream.com/ABriefRantOnTheFutureOfInteractionDesign
S. Druga, R. Williams, C. Breazeal, and M. Resnick, “‘Hey Google is it OK if I eat you?’: Initial Explorations in Child-Agent Interaction,” in Proceedings of the 2017 Conference on Interaction Design and Children (IDC ’17), New York, NY, USA: ACM, 2017, pp. 595–600doi: 10.1145/3078072.3084330
Alison Gopnick, “What do babies think?”, TED Talk 2011www.ted.com/talks/alison_gopnik_what_do_babies_think con sottotitoli in italiano
Lorenzo Arvanitis, McKenzie Sadeghi, Jack Brewster, “GPT-4 produce più fake news e le rende più credibili”, La Repubblica 21 marzo 2023www.repubblica.it/tecnologia/2023/03/21/news/nonostante_le_promesse_di_openai_il_nuovo_modello_basato_sullintelligenza_artificiale_produce_disinformazione_piu_di_frequ-393127598
David Talbot, “Given Tablets but No Teachers, Ethiopian Children Teach Themselves” (2012)www.technologyreview.com/s/506466/given-tablets-but-no-teachers-ethiopian-children-teach-themselves
George Land, “The Failure Of Success”, TED Talk 2011www.youtube.com/watch?v=ZfKMq-rYtnc
Daniel Morrow, “Excerpts from an Oral History Interview with Steve Jobs”, (1995)americanhistory.si.edu/comphist/sj1.html
Marty Neumeier, “Metaskills: Five Talents for the Robotic Age”, New Riders (2012)www.amazon.it/Metaskills-Five-Talents-Future-English-ebook/dp/B085N6141J
The size of the World Wide Webwww.worldwidewebsize.com
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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