Mario Valle Web

Ambienti digitali e ambienti Montessori

Slide della mia lezione al corso di formazione docenti della scuola infanzia e primaria “L’Ambiente: dimensione cardine della metodologia di Maria Montessori”, organizzato dall’Istituto Comprensivo BRUNO MUNARI di Roma, che si è tenuto on-line dall’8 aprile al 13 maggio 2021.


Buonasera! Sono felice di fare la vostra conoscenza, anche se virtuale.

Oggi vedremo “come integrare l’ambiente alla luce dei nuovi ambienti digitali”, come recita il titolo di questo incontro.

Certo, negli incontri scorsi avete già avuto una full-immersion nell’ambiente secondo Maria Montessori, mentre oggi vedremo come queste idee si integrano, o non si integrano, con un ambiente digitale, figlio di quello in cui tutti noi siamo immersi.

Mi presento. Mi chiamo Mario Valle, non sono un insegnante o un pedagogista, ma lavoro con uno speciale tipo di bambini: gli scienziati che sono curiosi e inquisitivi come i bambini. E mi muovo in un ambiente che più digitale di così non si può, perché …

… lavoro al Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS) di Lugano, …

… in mezzo ad alcuni dei supercomputer più potenti al mondo.

Ma prima di tutto questo sono un papà che anni fa iscrisse il figlio a una scuola Montessori. Iscrizione sulla fiducia devo dire, perché non conoscevo nulla di Montessori. Ciò nonostante mi sono avvicinato a questo mondo trovandovi …

… tanti paralleli e collegamenti col mio lavoro fra scienziati e supercalcolatori.

Per questi motivi oggi vi darò una visione da outsider sull’argomento che spero accenda la vostra creatività e curiosità. Quello che è sicuro è che oggi imparerò qualcosa da voi, che vivete nel Montessori.

Oggi partiremo dal ricapitolare qualche idea sull’ambiente montessoriano. Vedremo i punti che mi hanno colpito, quelli che ci interesseranno parlando di ambienti digitali. Vedremo poi come li consideriamo noi adulti, come li vedono i nostri “abitanti del futuro” e come li vede la scuola. Passeremo poi a un rapido sguardo su Maria Montessori e sul rapporto che aveva con la tecnologia del suo tempo. Questo ci porterà ad analizzare le differenze fra questi due ambienti e come potremmo, o meno, integrarli. Concluderemo con degli esempi di cosa si potrebbe fare in una scuola Montessori con la tecnologia digitale.

Ecco, non voglio arrivare subito a questo ultimo passo. Non voglio darvi un catalogo di soluzioni preconfezionate. Sulla base di quelle parti che magari giudicherete troppo “filosofiche” o prese troppo alla larga, sarete voi che vi inventerete “come integrare l’ambiente Montessori alla luce dei nuovi ambienti digitali”.

Incominciamo. Montessori parla di ambiente maestro. Muovendosi e rispettando l’ambiente i bambini si fanno “maestri” del proprio movimento e padroni del proprio carattere. Scrive Montessori in “La mente del bambino” (Garzanti (2012), p. 6): “Scoprimmo così che l’educazione non è ciò che il maestro dà, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo umano; che essa non si acquisisce ascoltando delle parole, ma per virtù di esperienze effettuate nell’ambiente. Il compito del maestro non è quello di parlare, ma di preparare e disporre una serie di motivi di attività culturale in un ambiente appositamente preparato.”

Quindi, “L’educazione non è ciò che il maestro dà, ma è un processo naturale che si svolge spontaneamente nell’individuo”. In altri termini l’ambiente preparato consente l’attività spontanea e quindi lo sviluppo attivo e costruttivo attraverso un processo di autoeducazione. Per questo l’addestramento molto spesso non funziona. E, quando parliamo di dispositivi digitali, l’adulto che spiega e il ragazzo che ascolta non funziona.

“Non si acquisisce ascoltando delle parole, ma per virtù di esperienze effettuate nell’ambiente.” Perfino Einstein era d’accordo: “Apprendere significa sperimentare, il resto è solo informazione”. E infine per Piaget (L’epistemologia genetica): “La conoscenza è un processo di costruzione continua”. Il bambino assorbe dall’ambiente in modo naturale, così come fa per il linguaggio. Al bambino non interessa il risultato della sua azione: a lui interessa il processo, vuole provare e riprovare e quando lo aiutiamo siamo un ostacolo perché deformiamo l’informazione che lui avrebbe avuto se avesse agito da solo. Le attività di cui parliamo sono connesse e significative per la loro vita e per quella della comunità scolastica e del territorio. Ma soprattutto, le esperienze nell’ambiente sono legate alla libertà nel sceglierle e nel portarle a termine. Notiamo che per gli adolescenti l’ambiente preparato diviene la vita stessa.

Infine, “Il compito del maestro non è quello di parlare, ma di preparare e disporre una serie di motivi di attività culturale in un ambiente appositamente preparato.” Diceva Grazia Honegger Fresco: “dobbiamo preparare una tavola imbandita a cui il bambino può avvicinarsi e prendere ciò che gli serve” che fa eco a Maria Montessori (Come educare il potenziale umano, Cap. I): “Gli deve essere offerto un campo vasto di cultura in cui nutrirsi.” In questo ambiente l’insegnante Montessori rappresenta il fondamentale trait d’union tra bambino o adolescente e l’ambiente preparato. L’insegnante prepara l’ambiente, dà tempo al bambino, osserva e stende assieme ai bambini un decalogo di utilizzo (tempi, tipo di interattività…).

Una sintesi della proposta di Maria Montessori viene da lei stessa: “La preparazione dell’ambiente e la limitazione dell’intervento del maestro sono i due principi nei quali consiste tutta la nostra innovazione.”

… Anche il quasi-contemporaneo Albert Einstein giunse a una conclusione simile: “Non ho mai insegnato nulla ai miei studenti; ho solo cercato di metterli nelle condizioni migliori per apprendere”. E a quale fine?

Nientemeno che salvare il mondo. Maria Montessori era una visionaria, non si limitava a risolvere un problema educativo contingente, ma vedeva il dispiegarsi del potere interiore del bambino attraverso l’attenzione e il rispetto dell’adulto come l’unica maniera per salvare l’umanità, visto che il cambiare gli adulti si era rivelato pochissimo efficace.

Ricapitoliamo. L’ambiente deve favorire l’autoeducazione, deve favorire l’azione, il movimento e l’uso delle mani. L’ambiente deve permettere al bambino di muoversi liberamente e liberamente scegliere. Nell’ambiente si educa, non si addestra. Il fine? Cambiare il mondo, nientemeno.

Passiamo ora a considerare gli ambienti digitali. Ne siamo immersi e a maggior ragione ne sono immersi bambini e ragazzi. Come imparano a parlare assorbendo dall’ambiente suoni e parole, così accade per qualsiasi tecnologia, anche se non lo vogliamo. Ma qual è l’immagine che abbiamo noi adulti di questo mondo in cui la tecnologia digitale la fa da padrone? Lo so, alcune di voi sono così giovani che magari pensano questi discorsi riguardino solo gli adulti più maturi. L’adulto non pensa all’ambiente, pensa al dispositivo. L’adulto tende a limitarsi quando pensa alla tecnologia digitale. E poi troppo spesso è l’adulto che si adatta alla tecnologia e non viceversa. Siamo impreparati, abbiamo strumenti incredibili, ma non trasformiamo noi stessi.

Per loro, per i nostri “abitanti del futuro”, non è così.

Per loro i dispositivi digitali sono una porta, non uno strumento. Una porta su un mondo sociale, un mondo di informazioni e intrattenimento.

Lo scrittore Alessandro Baricco, nel suo libro “The Game”, parla della vita dei giovani che si dipana fra due mondi interallacciati: Il Reale e l‘Oltremondo, che è il mondo dei social e del Web. Oggi, “in un sistema in cui il mondo e l’oltremondo digitale girano uno nell’altro generando un unico sistema di realtà, mettersi lì a tracciare la linea di demarcazione fra reale e irreale in FIFA 2018, gli sembrerà curioso almeno quanto mettersi a separare le verdure in un minestrone, o chiedersi se gli angeli sono maschi o femmine o transgender. Sono angeli, ecco cosa sono. E quello è un minestrone, santo cielo”.

Il filosofo Luciano Floridi ha invece coniato il temine Onlife per rappresentare l’esperienza che l’uomo vive nelle società che dipendono dalle tecnologie digitali, dove “non distingue più tra online e offline”, e addirittura dove “non è più ragionevole chiedersi se si è online oppure offline”. Il paragone che fa Floridi è quello delle mangrovie, che vivono né in acqua dolce, né in acqua salata. Una coesistenza ibrida.

Lo studio Robots@School ha chiesto a bambini di età compresa tra gli otto e i dodici anni di immaginare una situazione in cui i robot fossero parte integrante della quotidianità. Anche se alcuni bambini hanno assegnato ai robot sembianze da supereroi o comunque fantascientifiche, la maggior parte li ha immaginati come “compagni umanoidi” con cui potersi identificare e con cui poter fare amicizia.

Oltre a mostrarci il futuro, quest’aspetto ci svela come i bambini e i ragazzi, a differenza di noi adulti, siano molto più interessati a cosa la tecnologia può fare “con loro” piuttosto che “per loro”. Teniamolo presente. Teniamo però ben presente che il bambino dovremmo ascoltarlo sempre, non solo in occasione di studi strutturati come questo.

I nostri “nativi digitali” apprendono anche in maniera differente. Avete mai visto dei bambini che leggono il manuale di istruzione di un videogioco? No. Imparano usandolo, imparano assieme ai loro pari.

E usandolo commettono errori, ma per loro questo fa parte dell’esperienza. La possibilità di sbagliare è fondamentale per l’apprendimento, tanto che Montessori parlava del “Signor Errore”. Con un materiale come questo non c’è bisogno dell’adulto che dica: “Guarda che hai sbagliato”. Se il bambino sbaglia se ne accorge da solo e si corregge. Pensiamo. La tecnologia che conosciamo ci dà questa opportunità?

Ricapitoliamo. Per i giovani i dispositivi digitali non sono strumenti, sono un mondo (Oltremondo/Onlife). Loro apprendono in modo differente. Osserviamoli e ascoltiamoli.

Passiamo alla scuola. Nei cataloghi di materiale didattico c’è molta enfasi sugli ambienti digitali, tanto che viene il dubbio sia più un interesse commerciale che educativo.

Sfogliandoli ho trovato, per esempio, questa spiegazione del perché servono gli ambienti digitali: “Per potenziare i risultati dell’apprendimento occorre sviluppare competenze tecnologiche a scuola, insegnando agli studenti a svolgere compiti in ambienti digitali e sviluppare nuovi linguaggi orientati all’interazione, alla produzione collaborativa di contenuti e alla condivisione. La società contemporanea porta a valorizzare competenze nuove, che non sono più codificabili nel solo apprendimento su libri cartacei e lavagne d’ardesia, ma attingono al grande patrimonio di nozioni ormai accessibili a tutti tramite la rete e devono essere restituiti come contenuti aperti creati in classe, con la classe.” E poi perché servono gli ambienti digitali?

Per una didattica efficace perché le tecnologie digitali, utilizzate correttamente all’interno dei processi di apprendimento, sono una risorsa formidabile per gli insegnanti che possono così realizzare una didattica più attraente, efficace e coerente con le aspettative delle nuove generazioni di studenti. Per rendere gli studenti protagonisti principali del processo di apprendimento attraverso le nuove tecnologie. Per realizzare un apprendimento attivo che aiuti gli studenti a collaborare e lavorare in gruppo con strumenti familiari.

Invece ci siamo ritrovati …

… con la DaD, un utilizzo della tecnologia digitale entrato a gamba tesa nelle nostre vite, nelle nostre scuole e nelle nostre famiglie, …

… non sempre come un aiuto all’educazione, ma piuttosto come un ripiego d’emergenza. Ho letto in un articolo (Alessandro D’Avenia, Ricominciamo dopo il diluvio. La crisi della scuola non è la DaD) delle considerazioni interessanti. Per esempio, le scuole hanno dovuto introdurre le note disciplinari per chi non accende la telecamera, ma è proprio disattivandosi che lo studente è riuscito finalmente ad affermare l’essenziale, cioè che è sempre stato invisibile. La scuola-catena-di-montaggio, che li riduce a cervelli montati in serie sulla base della ripetizione (ti dico cosa devi sapere, lo memorizzi e poi lo ripeti), è addestramento che rende assenti. Un problema che, nelle parole di Aristide Gabelli (“Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d’Italia”), esisteva già nel 1880: “Ora le nostre scuole elementari, non tutte ben inteso, ma la maggior parte, somigliano un poco a officine, nelle quali si insegna più a dire come una cosa si faccia, che non a farla.” Ma anche qui qualcosa possiamo fare.

Vi presento LEGO Serious Play, un metodo finalizzato a sviluppare il pensiero, la comunicazione e la risoluzione di problemi complessi di gestione aziendale attraverso l’impiego del gioco di costruzioni LEGO. In questa metodologia utilizzare le mani permette di rafforzare e allo stesso tempo attingere a tutto il nostro sapere, creando una nuova memoria emotiva a cui far riferimento per ancorare apprendimenti e visione. Il bello è che …

… funziona anche a distanza. Chi si occupa di LEGO Serious Play ha scoperto che costruire qualcosa con le mani innesca una reazione che permette al cervello di lavorare diversamente, sbloccando nuove prospettive. Del resto nel Montessori lo sapevamo già.

Invece troppo spesso rendiamo realtà questa osservazione: “Come puoi preparare gli studenti per il futuro, se sei bloccato nel passato?”

… Ecco, avere una LIM in aula, utilizzare le nuove tecnologie, di per sé non vuol dire cambiare qualcosa. Come nella foto dove la lezione continua ad essere frontale, come ai vecchi tempi. Tra l’altro uno studio americano mostra come la LIM in aula influenzi davvero poco l’apprendimento, mentre la differenza la fa comunque l’insegnante.

Se usiamo il tablet come un quaderno o un vecchio libro di testo non abbiamo cambiato la scuola. Gli americani chiamano la tecnologia usata così “una matita da mille dollari”: utile, ma costosa e molto limitata.

Ricapitoliamo. Non pensiamo che la scuola sia il luogo dove i nostri studenti apprendono competenze digitali. La scuola non deve adottare tecnologie digitali per essere moderna, pensiamo invece per prima cosa all’interesse delle persone in formazione.

Ecco, quello che serve è una maestra che guida, come una regista, i loro approcci con i materiali e con la tecnologia. Una maestra che osserva e dà a ogni bambino il nutrimento intellettuale che soddisfa i suoi bisogni, una maestra che aiuta questi “abitanti del futuro” a creare quella personalità che sarà poi capace di utilizzare come si deve qualunque tecnologia.

Un adulto che si mette in gioco, ma che non è in competizione con i più giovani. Un adulto con lo sguardo lungo sul perché e sul futuro della tecnologia. E quando abbiamo qualche problema informatico, chiediamo aiuto a loro. Sicuramente ne sanno più di noi e saranno orgogliosi di avere questo loro talento riconosciuto. Ma il principale dono dell’insegnante, che le macchine non possiedono ce lo svela una fonte insospettabile, …

… Steve Jobs. In un’intervista del 1995 in cui gli fu chiesto: “Alcuni dicono che questa nuova tecnologia, è forse [la cosa più importante nelle scuole] …” subito Jobs interruppe l’intervistatore: “Io assolutamente non lo credo […] ho aiutato con più computer in più scuole di chiunque altro al mondo e [sono] assolutamente convinto che [la tecnologia] non sia affatto la cosa più importante”. E continuò spiegando: “La cosa più importante è la persona. Una persona che suscita e nutre la vostra curiosità; e le macchine non possono farlo nello stesso modo in cui possono le persone”.

Infine permettetemi un pensiero per voi, maestre Montessori. Delle maestre ben formate, che amano il loro lavoro, che mettono sempre il bambino al centro, sono l’ingrediente essenziale affinché la scuola Montessori possa aiutare il bambino completo a raggiungere il suo pieno potenziale in tutte le aree della vita. Quindi niente complessi d’inferiorità nei confronti di chi dice di essere più moderno!

Quindi, ricapitolando, l’insegnante deve essere un ponte verso l’ambiente, anche digitale. Deve essere una guida piuttosto che la fonte del sapere.

Ora, per capire il ruolo che la tecnologia digitale può svolgere in una scuola Montessori, fermiamoci a considerare cosa Maria Montessori pensasse della tecnologia del suo tempo.

Innanzitutto notiamo che Maria Montessori non era estranea al mondo scientifico e tecnologico di quegli anni, come testimonia il suo curriculum scolastico. Infatti, dal 1883 frequentò a Roma la Regia Scuola Tecnica “M. Buonarroti” dove si diplomò nel 1886. Per continuare gli studi di matematica e di scienze, passò al Regio Istituto Tecnico “L. da Vinci” e, dopo essersi diplomata nell’autunno del 1890, si iscrisse alla “Facoltà di scienze fisiche, naturali e matematiche” dell’Università di Roma, dove conseguì la relativa licenza.

Quando divenne nota a livello internazionale, Maria Montessori era tenuta in alta considerazione dai principali scienziati e tecnologi del suo tempo. Fra i suoi sostenitori troviamo nientemeno che Thomas Alva Edison, probabilmente il più celebre tecnologo e imprenditore dell’epoca e…

… Alexander Graham Bell, che nel 1913 con sua moglie Mabel fondò la “Montessori Educational Association” nella loro casa a Washington, DC.

C’è un testo di Maria Montessori intitolato “Introduction on the Use of Mechanical Aids” che probabilmente scrisse nel 1947 come prefazione a un libro indiano sulle tecnologie nella scuola. È riportato in un numero speciale dell’AMI Journal del 2015. L’introduzione al testo ci dà un’idea di come Montessori considerasse la tecnologia: “Montessori era affascinata dalla tecnologia del suo tempo, che assolutamente la incantava e dove vedeva opportunità per unire il nostro mondo e un mezzo attraverso il quale una società mondiale interconnessa avrebbe potuto dare sostegno agli altri, e così far avanzare il genere umano”. Nel testo la Dottoressa rimarca …

… l’importanza che la tecnologia avrà nelle scuole, ma riafferma con forza che il primato, senza eccezioni, deve essere dato allo sviluppo del bambino completo e che i mezzi tecnologici non sempre siano all’altezza del compito. La stessa accoppiata la troviamo nel suo libro “Dall’infanzia all’adolescenza” dove scrive: “La civiltà ha dato all’uomo, per mezzo delle macchine, un potere molto superiore a quello che gli era proprio ma, perché l’opera della civiltà si sviluppi, bisogna anche che l’uomo si sviluppi”. Del resto la stessa considerazione, a mio avviso contraddetta dai contenuti successivi, la troviamo …

… in un catalogo di materiali per l’ambiente digitale: “L’insegnamento nel 21° secolo non deve considerare la tecnologia come il centro del processo educativo, deve piuttosto promuoverne l’uso consapevole e critico, attraverso pratiche didattiche che abbiano l’obiettivo di formare cittadini consapevoli, aggiornati e creativi”.

Avevo chiesto a Grazia Honegger Fresco, una delle ultime allieve dirette di Maria Montessori, recentemente scomparsa: “Se Maria Montessori fosse vissuta oggi in mezzo a computer, web e reti sociali, come avrebbe considerato la tecnologia digitale?” Mi rispose: …

“Maria Montessori era molto curiosa, avrebbe sicuramente provato e studiato che cosa si poteva fare con computer e reti sociali. Curiosa ma concreta. Avrebbe usato questi materiali secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via. Ricordiamoci però che è una donna di fine Ottocento anche se guardava più avanti che indietro”. Ecco, …

… concreta e curiosa, avrebbe sperimentato e trattato questi dispositivi come tutti gli altri materiali.

È fuori discussione che il mondo sia cambiato dai tempi di Maria Montessori, se non altro perché oggi la tecnologia è già parte del mondo dei bambini. Anche se lei direttamente non ha utilizzato nelle sue scuole nessuna delle tecnologie odierne, guardava però sempre avanti con un approccio da scienziata sperimentale che conosceva molto bene il bambino universale.

Già, perché a questo punto dobbiamo porci una domanda fondamentale: il cervello dei bambini di oggi è diverso da quello dei bambini che studiava Maria Montessori? Sono o no un’evoluzione della nostra specie?

La nipote di Maria Montessori, Renilde, in un’intervista del 1999 disse: “Molti genitori fanno la stessa domanda, cioè chiedono se i «giocattoli utili» inventati da Maria Montessori all’inizio del secolo non siano un po’ antiquati, a confronto con i progressi che la specie umana sembra aver compiuto da allora. La risposta è no. I materiali e i giocattoli sono il frutto di scelte compiute dai bambini con cui Maria ha lavorato per cinquant’anni, e i bambini non sono cambiati. È molto difficile spiegare ai genitori che la specie umana è immutata da migliaia di anni, e che il bambino universale non cambia, malgrado i cambiamenti esteriori”.

… La scienza lo conferma. Il cervello umano non ha avuto il tempo per evolversi nel brevissimo arco di tempo in cui abbiamo potuto affidarci alle tecnologie. Anche la scrittura, una tecnologia di tutto rispetto, è avvenuta in un battito di ciglia su scala evolutiva.

Ma è altrettanto certo che con l’esercizio il cervello cambia. Le aree predisposte al controllo delle dita di un pianista si ingrandiscono man mano che si esercita. O come in questo studio che dimostra come anche la materia bianca, le fibre avvolte nella mielina, si espande con l’esercizio. È pure ovvio che alla stessa maniera il cervello umano viene quotidianamente modificato dall’uso di smartphone e tablet, in particolare dal rapido e frequente movimento delle dita sullo schermo. Dacché è lo stesso tipo di modifica del cervello dovuta all’esercizio, non lo definirei un effetto legato alla tecnologia e nemmeno un’evoluzione del cervello.

Un segno di questi cambiamenti nel cervello è certamente l’effetto Flynn, l’aumento del quoziente intellettivo (QI) medio della popolazione, osservato da James Flynn nel corso degli anni, con una crescita attorno ai tre punti per ogni decennio. L’effetto deriva molto probabilmente da una maggiore capacità di risolvere problemi logici e astratti, frequenti nell’ambiente sociale e culturale odierno.

Tutto bene, quindi? Non proprio, perché…

…dal 1990 l’effetto si sta invertendo, come ha scoperto uno studio del 2008. Ancor peggio, a declinare non sono solo le capacità intellettive, è anche …

… la creatività (almeno negli Stati Uniti).

L’ovvia conclusione sembra inevitabile: “Nel processo evolutivo qualche meccanismo deve essersi inceppato.”

…Visti questi effetti del mondo tecnologico sulla mente umana, è facile per i media sparare titoli a effetto, come “Demenza digitale” o “Internet ci rende stupidi?” oppure dire tutto e il contrario di tutto sulle conseguenze o sui benefici della tecnologia a scuola, mentre ignorano le ricerche scientifiche più serie. La realtà è che gli scienziati non sanno bene quali siano gli effetti a lungo termine delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo e socio-emotivo e sulla costruzione della propria identità. Problema complicato dal fatto che la “tecnologia” non è un’entità unica e quindi è difficile pensare che abbia un unico effetto.

Ricapitoliamo. L’obiettivo principale è sempre la crescita del bambino, del bambino universale che non è cambiato dai tempi di Maria Montessori. E comunque la tecnologia non va demonizzata, va capita.

Che differenze ci sono allora fra l’ambiente di una scuola Montessori, dove si continuano a utilizzare i “giocattoli utili” pensati da Maria Montessori più di cento anni fa e alcune scuole di oggi strapiene di tecnologia?

Quali sono le differenze e come potremmo integrare questi due ambienti? Forse non c’è bisogno di una rivoluzione, perché gli ingredienti essenziali sono già presenti. Vi voglio far conoscere un interessante esperimento didattico, nato in India. Si chiama …

Hole-in-the-wall education (educazione dal buco nel muro) proposta e sperimentata da Sugata Mitra che in uno slum di Nuova Delhi ha installato un PC connesso a Internet e lo ha lasciato lì, con una telecamera nascosta che riprendeva l’area. Ha visto i bambini dello slum che giocavano con il computer e, nel frattempo, imparavano come usarlo, poi si insegnavano a vicenda.

Questi esperimenti hanno dimostrato che, in assenza di supervisione e insegnamento formale, i bambini possono insegnare a se stessi e a vicenda, se sono motivati dalla curiosità. Ma questo non lo abbiamo già visto …

… nella scuola Montessori? Allora forse c’è qualcosa che viene prima di qualsiasi tecnologia.

Torniamo un momento alla scuola di mio figlio. Avevo osservato un fenomeno a prima vista inspiegabile. A scuola c’era un computer, ma i ragazzini non facevano la fila per utilizzarlo. La fila era invece davanti …

… a questa vecchia macchina da scrivere meccanica. Perché? Forse la risposta la troviamo in quello che …

… Montessori scriveva: “Abbiamo imparato [dal bambino] alcuni principi fondamentali di psicologia. Uno di essi è che il bambino deve imparare grazie alla sua attività individuale, dev’essere lasciato intellettualmente libero di scegliere quello di cui ha bisogno, senza che la sua scelta venga discussa.” Questo è quello che devono fare tutti i materiali, anche quelli tecnologici. D’altra parte l’insegnante deve preparare “un campo vasto di cultura in cui nutrirsi.”

Poi convinciamoci che la nostra parte bene o male l’abbiamo fatta. Sono i bambini e i ragazzi gli innovatori che creeranno il futuro e chi di voi è insegnante li ha di fronte, a scuola e noi genitori li abbiamo attorno alla tavola da pranzo. Ma guardiamo a qualche famoso ex-studente delle scuole Montessori.

Si citano spesso i fondatori di Google come esempio di innovatori che hanno rivoluzionato il mondo. Il bello è che non si citano praticamente mai le loro capacità tecnologiche, invece si dà risalto a come …

… abbiano imparato a essere auto-motivati, mettendo in discussione ciò che accade nel mondo, facendo le cose in un modo un po’ diverso. Loro due non sono però gli unici innovatori usciti da scuole Montessori. Da queste scuole è uscita gente che non solo ha trovato lavoro, ma ne ha pure creati di nuovi. Motivo in più per riconoscere le meravigliose capacità del bambino e avere fiducia in lui. Oppure …

… il pioniere dei videogiochi Will Wright, per cui Montessori fu …

… un “amplificatore d’immaginazione” che lo ha preparato per la creazione di The Sims, SimCity, Spore e Super Mario Brothers. “SimCity nasce direttamente da Montessori… Si tratta di puro apprendimento al tuo proprio ritmo”.

… Infine Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che vi ha riversato quanto appreso alla scuola Montessori.

Ma se siamo stanchi di vedere esempi sono nel campo imprenditoriale e tecnologico, ecco un’altra ex-allieva Montessori, Julia Child. Cuoca, famosa tanto per il suo fantastico senso dell’umorismo quanto per le sue abilità culinarie, che ha attribuito alla sua educazione Montessori la nascita del suo amore per la scoperta, per il lavorare con le mani e la sua continua ricerca dell’eccellenza senza mai stancarsi di imparare nel vero senso montessoriano.

In sintesi, quello che dovrebbe offrire la scuola nel nostro mondo tecnologico lo ritroviamo condensato nella prefazione di Mario Lodi a “Scuola di fantasia” di Gianni Rodari (Einaudi, 2014, p. XIV): “Facciamo una scuola in cui possa entrare il bambino intero e restare intero, scrive Rodari, e intende dire che la scuola deve sviluppare non solo la capacità di ascoltare e di ripetere, di imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, ma anche la capacità di pensare, progettare, verificare, di sbagliare e di correggere l’errore…”.

… Oppure Marc Prensky, l’inventore della metafora del “nativo digitale”, che ci dà un’altra idea: invece di parlare di “nomi”, che sono le tecnologie, parliamo di “verbi”, che sono le cose veramente importanti nell’educazione.

Ecco, sappiamo che possiamo dare ai bambini un ambiente educativo che faccia crescere le loro potenzialità magari fino al livello di un genio, se il bambino ha questa capacità intrinseca. “È vero, come ho già detto prima, che noi non possiamo formare un genio, [ma] soltanto aiutare l’individuo a realizzare le sue potenzialità” scriveva Maria Montessori (La mente del bambino. Mente assorbente, p. 97). E questo dovrebbe essere l’obiettivo di ogni forma di educazione.

Torniamo a uno degli ingredienti essenziali di un ambiente Montessori: i materiali di sviluppo. Quelli tecnologici li potremmo incorporare come un materiale Montessori in più?

Montessori definisce chiaramente il suo materiale come “materiale sensoriale di sviluppo” perché è innanzitutto un aiuto allo sviluppo del bambino e non un sussidio didattico a supporto dell’insegnante per rendere più comprensibili ed efficaci le sue lezioni.

Sono materiali che hanno una base scientifica, sono integrati fra loro e si usano in una certa maniera. Sono convinto che Montessori, se fosse vissuta oggi, avrebbe considerato così anche il materiale tecnologico e, come ci ricordava Grazia Honegger Fresco, “avrebbe usato la tecnologia secondo le modalità di tutti gli altri materiali: libera scelta, individualizzazione, autocorrezione e così via”.

Potremmo allora creare una lista di controllo (o checklist, per sembrare più moderni) con le caratteristiche che deve avere ogni materiale Montessori.

e provare ad applicarle a un materiale tecnologico, come questo dispositivo robotico.

I risultati possono essere interessanti, poi sta comunque alla sensibilità dell’insegnante decidere se vale la pena introdurlo nell’ambiente.

Al riguardo il sito dell’Opera Nazionale Montessori dà alcune, poche, linee guida.

I materiali tecnologici devono essere disposti nell’ambiente ed essere proposti e utilizzati con le stesse modalità degli altri materiali. In ogni caso la tecnologia digitale non deve diventare una disciplina autonoma. Quello con cui non concordo è il riferimento a creare software “montessoriani” che riproducessero materiali già utilizzati e manipolati dai bambini, sfruttando le possibilità digitali per proporre variazioni. A mio avviso …

… quelli che pretendono di “modernizzare” il materiale Montessori racchiudendolo in un tablet non hanno capito proprio nulla di Montessori. Copiano gli aspetti esteriori, scordandosi i motivi scientifici che fanno sì che il materiale funzioni.

Ricapitoliamo. Analizziamo criticamente le caratteristiche dei materiali digitali. Non trasportiamo di peso i materiali di sviluppo sui dispositivi digitali. In ogni caso utilizziamoli con le stesse modalità degli altri materiali.

Viste e collezionate tutte queste idee e osservazioni, che cosa possiamo fare in concreto?

Possiamo fare molto, troverete materiale e idee nel mio libro “La pedagogia Montessori e le nuove tecnologie” (http://mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie/) e nel suo sequel …

… “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?” (http://mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia) pubblicati da “il leone verde”.

E infine c’è materiale, fra cui queste slide, sul mio sito http://mariovalle.name/montessori. Se volete contattarmi vi riporto anche il mio contatto mail.

Per considerare l’introduzione della tecnologia digitale nella scuola, il primo passo è stabilire da quando ha senso farlo.

Premessa. I bambini hanno capacità straordinarie, per cui se diamo loro un dispositivo digitale, impareranno a usarlo in men che non si dica. Piccoli che sanno usare il tablet ancor prima di sapersi grattare un orecchio. Ora, è un discorso differente stabilire quando la tecnologia aiuta o per lo meno non interferisce con la loro crescita.

Per capirlo ci facciamo aiutare da questi cartelloni disegnati da Maria Montessori per il corso di formazione tenuto a Perugia nel 1950. In essi aveva rappresentato in due modi diversi le fasi dello sviluppo del bambino: come piani e come un “bulbo” alla radice di una pianta. Ora le maestre Montessori potrebbero spiegarli con dovizia di dettagli. Io vorrei invece concentrarmi su due aspetti che mi hanno colpito.

Il primo riguarda l’etichetta posta sul bulbo per identificare il periodo fino ai sei anni: “formazione dell’uomo” o, come diremmo oggi, “formazione della persona”. Maria Montessori sosteneva con molta chiarezza che i primi sei anni di vita sono il momento in cui i bambini esplorano il mondo che li circonda sviluppando così le basi dell’intelligenza. È in questi anni e soprattutto nei “mille giorni che contano”, i primi tre anni di vita, che si gettano i presupposti della personalità. In questo periodo…

“Il bambino impara attraverso la sua propria attività, e se gli viene data la possibilità di imparare attivamente sviluppa il suo carattere e la sua personalità” come Maria Montessori ricordava nel già citato “Introduction on the Use of Mechanical Aids”. Passiamo ora all’altro cartellone.

Per quello che ci interessa, iniziando dai sei anni avviene un’importante conquista, quella dell’astrazione. Prima di quell’età il bambino fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che esiste solo nella sua mente, come …

… questa bambina che asciuga le lacrime del personaggio televisivo. Scena tenera, ma che ci dà motivo di riflettere come certa tecnologia ci offra una visione “sotto vetro” di un mondo virtuale. Non dimentichiamoci che la conquista dell’astrazione è aiutata dai materiali Montessori che “materializzano le astrazioni”.

Una recente ricerca dal titolo piuttosto buffo “Ehi Google, va bene se ti mangio?” esplora come i bambini reagiscono di fronte a un assistente vocale — Alexa o Siri, per esempio — mostrando quanto sia importante l’acquisizione di questa capacità di astrazione. La ricerca mostra che per i bambini sotto ai 10 anni l’idea che un assistente vocale sia una macchina non è chiarissima. I bambini tendono a sovrastimare le capacità delle macchine, perché quando vedono un robot capace di fare qualcosa in maniera infinitamente più veloce di loro è facile rimanerne impressionati. I più piccoli potrebbero quindi rischiare di farsi influenzare nei loro comportamenti dai consigli di una macchina tanto quanto si farebbero influenzare dai consigli dei genitori.

Una sentenza inappellabile sulle tecnologie touch viene da Bret Victor, progettista di interfacce innovative e studioso del futuro della tecnologia, che le definisce “Immagini Sotto Vetro” che offrono “un paradigma di interazione da intorpidimento permanente. Si tratta di una flebo di novocaina al polso. Esso nega alle nostre mani quello che sanno fare meglio. Che cosa si può fare con queste «Immagini Sotto Vetro»? È possibile farle scorrere. Questo è il gesto fondamentale in tale tecnologia. Scorrere un dito lungo una superficie piatta. Non c’è quasi nulla nel mondo naturale che manipoliamo in questo modo”. Bret continua citando il neuroscienziato Matti Bergström: “La densità di terminazioni nervose sulla punta delle dita è enorme. La loro capacità di discriminazione è quasi buona quanto quella dei nostri occhi. Se non usiamo le dita, se durante l’infanzia e la gioventù si diventa ciechi-sulle-dita (finger-blind), questa ricca rete di nervi si impoverisce, il che rappresenta una perdita enorme per il cervello e ostacola lo sviluppo a tutto tondo dell’individuo. Tale danno può essere paragonato alla cecità vera e propria. Forse peggio, perché un cieco potrebbe semplicemente non essere in grado di trovare questo o quell’oggetto, mentre il cieco-sulle-dita non può capire il suo significato e valore intrinseco”. (Bret Victor, A Brief Rant on the Future of Interaction Design). (La frase di Bergström è citatissima soprattutto nelle pubblicazioni delle scuole Waldorf-Steiner dedicate alle attività manuali, ma rimane sconosciuto il riferimento originale. Per complicare le cose, Matti Bergström è presente solo nelle versioni in lingue nordiche di Wikipedia). Allora, invece di pensare a questi …

… dispositivi, pensiamo che esistono anche dispositivi digitali che …

… combinano l’uso delle mani con l’interazione non mediata da schermo e tastiera e che nascondono la parte tecnologica.

Maria Montessori aveva capito la stretta connessione del movimento con lo sviluppo della mente molto prima delle ricerche neuroscientifiche di oggi. Scriveva: “Specialmente il movimento del bambino, che è stato tristemente negletto nel campo educativo dove tutta l’importanza viene data all’apprendimento intellettuale. Soltanto l’educazione fisica ha preso in considerazione il movimento, ma senza riconoscerlo connesso all’intelligenza.” Il movimento nel Montessori ha carattere autonomo, ma non è mai fine a sé stesso, perché sviluppa la mente e il corpo grazie ad attività finalizzate che impegnano l’intera persona in un lavoro costruttivo. E allora, …

… qui dov’è il movimento? Ci sarà pure tanta tecnologia, ma il movimento essenziale allo sviluppo manca totalmente.

Ecco, qui va un po’ meglio. La tecnologia utilizzata durante un’esplorazione. Sta a noi trovare come integrare tecnologia e movimento per il bene dei nostri allievi.

Saltiamo ora agli oggetti concreti. Lo psicologo statunitense James Gibson, in un suo libro del 1979, ha introdotto il termine affordance per identificare la qualità fisica di un oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo. L’esempio più evidente è il manico di una brocca che ci invita a prenderla proprio da lì senza bisogno di istruzioni o di allenamento. Insomma, le affordance sono una specie di “invito ad agire”. Un invito che ha una base neuronale, perché vedere un oggetto evoca automaticamente che cosa potremmo fare con esso attraverso l’attivazione di una particolare classe di neuroni, i cosiddetti neuroni canonici. Questi neuroni rispondono alla semplice osservazione di un oggetto, indipendentemente se ci sia o no l’intenzione di agire, per esempio per afferrarlo.

Così fanno i materiali Montessori che offrono chiarissime affordance. Montessori le chiamava la “voce delle cose” e c’era arrivata cento anni prima di Gibson.

Invece, quali affordance offre un tablet?

Don Norman, esperto di interazione uomo-macchina, ci fa osservare che molti dei modi con cui interagiamo con la tecnologia informatica non sono affordance, sono convenzioni apprese. Il tablet o lo schermo del computer non ci invitano ad agire, semmai ci invitano a considerare una delle convenzioni, come per esempio il cursore che cambia forma quando si è su qualcosa che si può cliccare o l’icona della lente d’ingrandimento che ci suggerisce di cercare.

Passiamo a un altro aspetto. In una scuola Montessori i bambini si muovono. Quello che vedete qui è abbastanza comune. Invece, in una scuola tradizionale l’insegnante avrebbe sicuramente tuonato: “Torna al tuo banco! Stai perdendo tempo e disturbi gli altri!” Ma la bambina che sta a guardare qui sta lavorando sodo, come ci dice una scoperta neurofisiologica degli anni ‘90, …

… quella dei neuroni specchio. Questi neuroni sono neuroni motori che si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando guardiamo la stessa azione compiuta da altri. Ciò significa che quando guardiamo un’azione stiamo davvero simulando la stessa azione internamente.

Anche la presentazione di un materiale da parte della maestra è pensata, con l’analisi del movimento, la lentezza e le pause, proprio per facilitare il lavoro dei neuroni specchio nel catturare e fare proprio un movimento nuovo.

Domandiamoci, allora, con una certa tecnologia dove sono i gesti da imitare? Ridurli a tap e swipe toglie al bambino una poderosa forma di apprendimento.

E poi l’immaginazione, un vero dono per il bambino.

Einstein scrisse: “L’immaginazione è più importante della conoscenza, perché la conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo intero, stimolando il progresso, dando vita all’evoluzione” (On Cosmic Religion, p. 49). Per questo, soprattutto in un bambino, l’immaginazione è addirittura più importante della conoscenza che in lui è ancora allo stato embrionale.

E allora calza a pennello questo titolo che ho trovato qualche tempo fa: “Non abbiamo bisogno di insegnare ai nostri bambini come programmare, abbiamo bisogno di insegnar loro come sognare”. Un informatico che non sa immaginare la struttura del programma su cui sta lavorando, che non sa vedere le implicazioni del suo lavoro, rimarrà un programmatore, un operaio del software. Vogliamo formare della manovalanza informatica o persone che inventino la nuova “killer app”?

Lo stesso vale per gli insegnanti. Scrive Montessori: “Il primo passo è l’auto-preparazione dell’immaginazione, perché la maestra montessoriana deve vedere un bambino che non esiste ancora, materialmente parlando, deve aver fede nel bambino che si rivelerà per mezzo del lavoro”.

È tempo di passare a qualche suggerimento concreto di attività tecnologiche nella scuola Montessori. Alcune attività me le hanno suggerite vostre colleghe in giro per l’Italia. Per esempio, le nomenclature.

Perché non usare i nomi delle parti del computer?

Sembra banale, ma, come rivela l’indagine “Tech Habits 2016” della Samsung, “L’88% degli italiani usa termini legati alla tecnologia pur non avendo minimamente idea di ciò di cui si sta parlando. Il significato di: ‘streaming’, ‘cloud’, ‘emoji’ è per lo più ignoto.”

Un’altra bella proposta è il vassoio che contiene, come un qualsiasi altro materiale Montessori, tutti i pezzi per costruire un PC basato su Raspberry Pi.

Oppure, per i più piccoli collegare e scollegare i cavi da un PC.

Ecco, se fosse possibile smontare un PC, si toglierebbe quell’alone di magia che circonda la tecnologia.

Tra l’altro c’è un interessante articolo che contesta la troppa enfasi posta sul “pensiero computazionale” che si dimentica delle macchine e soprattutto si dimentica di che cosa i bambini vogliono conoscere riguardo ai computer.

Oppure, invece di insegnare a disegnare sul tablet, …

… insegniamogli a pensare con le mani, come si vede chiaramente nella tecnica delle MindMap. Si usano colori, simboli, frecce e quant’altro disegnato a mano per stimolare da un lato la nostra capacità associativa, dall’altro il movimento della mano aiuta chiaramente a pensare, mentre la necessità di essere concisi aiuta a estrare i punti essenziali dalle informazioni che vogliamo mappare. E non è un’attività solo per adulti.

Questa maestra l’ha fatto con bambini di prima. Certo, guardando il fiorellino di premio, non era una maestra Montessori. Queste sono attività che mettono in moto tutto, ma che volendo hanno …

… un supporto in programmi gratuiti.

Vediamo un altro esempio. Potremmo usare la tecnologia per ridare lustro e interesse alla geografia?

Come no! Possiamo viaggiare sul globo con Google Earth, …

… e possiamo contribuire a creare mappe di zone dimenticate per aiutare i volontari operanti in quelle aree. Come hanno fatto …

… ragazzi di 4ª e 5ª in un MiniMapathon svoltosi al Politecnico di Milano.

Ci sono tantissime altre attività che possiamo immaginare e tantissimi altri riferimenti alle scoperte neuroscientifiche legate a Montessori e le tecnologie. Per questo vi rimando ai miei libri. Ma ora è tempo di concludere e condensare tutto quello che abbiamo visto in un messaggio da portare a casa.

Ecco, io direi che dobbiamo, prima di pensare alla tecnologia digitale, sforzarci di vivere e applicare come si deve il Montessori, i materiali e curare l’ambiente maestro. Guardiamo alle tecnologie digitali come un altro materiale che serva ad aiutare la crescita dei nostri “abitanti del futuro”. E ascoltiamoli questi futurologi che stanno seduti di fronte a noi a scuola!

Grazie per la vostra affettuosa attenzione!

 

Riferimenti utili

Le domande frequenti su Montessori (le cosiddette FAQ)mariovalle.name/montessori/faq.html
Mario Valle, “La pedagogia montessoriana e le nuove tecnologie”, Il leone verde (2017)mariovalle.name/montessori/libro-nuove-tecnologie
Mario Valle, “Le tecnologie digitali in famiglia: nemiche o alleate?”, Il leone verde (uscirà nel 2021)mariovalle.name/montessori/libro-tecnologia-e-famiglia
Alex Soojung-Kim Pang, “Dipendenza Digitale”, Edizioni LSWR (2015)www.edizionilswr.it/libri/dipendenza-digitale/
Latitude, “Robots Inspire New Learning & Creativity Possibilities for Kids”, (2012, gennaio).latd.com/blog/study-robots-inspire-new-learning-creativity-possibilities-kids
Bronwyn Fryer, “How Do Innovators Think?” Harvard Business Review (2009)hbr.org/2009/09/how-do-innovators-think
Sir Ken Robinson, “Come sfuggire alla valle della morte dell’istruzione”, TED (2013)www.ted.com/talks/ken_robinson_how_to_escape_education_s_death_valley
Il Centro Svizzero di Calcolo Scientifico (CSCS)www.cscs.ch
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